Società civile contro Rajapaksa: dire che i 20mila scomparsi sono morti è …

Per gli attivisti, mancano le prove e i dettagli che convalidino le affermazioni del capo dello Stato. La questione delle persone disperse “non è solo un fatto politico, ma ha anche implicazioni legali e tocca nel profondo le loro famiglie”.

Colombo (AsiaNews) – Affermare che le 20mila persone scomparse durante la guerra civile sono morte, dopo 10 anni di silenzio di fronte alle ripetute richieste dei familiari, è da “irresponsabile e insensibile”. È quando sostengono ad AsiaNews sacerdoti cattolici e attivisti dello Sri Lanka, condannando le dichiarazioni del presidente Gotabaya Rajapaksa, che la scorsa settimana ha sciolto un ostinato silenzio sulla sorte delle migliaia di persone disperse nel nulla nelle fasi finali del conflitto.

Secondo gli attivisti, mancano le prove e i dettagli per convalidare le affermazioni del capo dello Stato. “Come può – dicono – sostenere che 20mila persone sono morte senza dire come, dove, quando e per mano di chi, di fronte a famiglie disperate e in ansia?”. P. Nandana Matunga, direttore dell’Ufficio per i diritti umani della diocesi di Kandy, sostiene: “Il presidente deve chiarire come fa a conoscere queste cose, altrimenti si tratta solo di supposizione senza alcun fondamento. Famiglie e genitori innocenti sono alla ricerca dei loro cari da più di 12 anni”.

Il sacerdote prosegue: “Essi non si accontentano di un semplice certificato di morte. Vogliono sapere la verità, cosa sia realmente accaduto alle vittime. Molti di loro ricordano data e ora precisa, non solo di quando i parenti sono scomparsi o sono stati uccisi, ma anche di quando sono stati consegnati a funzionari dell’esercito nelle ultime fasi del conflitto”.

Ruki Fernando, attivista sociale premiato per l’impegno in favore della pace, critica Rajapaksa: “Egli sta seguendo le orme del predecessore Maithripala Sirisena nel rendere dichiarazioni occasionali, insensibili e irresponsabili. I leader politici devono capire che la questione degli scomparsi non è solo un fatto politico, ma ha anche implicazioni legali. Cosa ancora più importante, è una questione che tocca nel profondo le famiglie dei dispersi”. Alcune famiglie tamil, racconta, “protestano per strada da tre anni, con massiccia partecipazione di altre famiglie che si uniscono di volta in volta; altre ancora hanno presentato petizioni in tutti i tribunali del Paese; hanno organizzato conferenze con i politici, compreso il presidente, e una serie immensa di iniziative”. È vero, ammette, che “alcuni sono stati sequestrati dai ribelli delle Tigri Tamil, ma che fine hanno fatto tutti quelli che si erano arresi all’esercito?”.

Per Brito Fernando, presidente dell’associazione “Famiglie degli scomparsi”, “almeno il presidente ha ammesso ciò che nessun altro governo aveva dichiarato prima. Ma da dove ha preso il numero di 20mila? L’Ufficio persone scomparse non l’ha mai delineato, né le altre commissioni. Il presidente ha escluso le sparizioni dopo la guerra. Ma che ne è dei famosi camion bianchi su cui venivano fatti salire le persone arrese? E i 5mila militari di cui non si ha più traccia?”. L’attivista riporta i numeri citati da altre associazioni e personaggi politici di rilievo: la ex presidente dell’isola Chandrika Bandaranayake Kumaaranatunge nel 2016 ha dichiarato di aver accettato 65mila denunce; nel 2017 Amnesty International ha detto che le denunce di scomparsa potrebbero essere fino a 100mila.

Fonte : Asia