Underwater, la recensione del monster movie con Kristen Stewart

Raggiunta la fama internazionale nel 2008 con Twilight, dove recitava al fianco di Robert Pattinson, dopo una collaborazione riuscita con il regista Olivier Assayas, la brava e stimata Kristen Stewart è ormai qualche tempo che sceglie progetti dal dubbio gusto. Mentre Pattinson è tornato ai blockbuster d’autore con Tenet di Christopher Nolan e l’attesissimo The Batman di Matt Reeves, l’attrice sta vagliando e accettando di anno in anno proposte non sempre convincenti. È il caso dell’ultimo Charlie’s Angels e di questo Underwater di William Eubank, autore già dietro a Love e The Signal, entrambi titoli di fantascienza con un accenno di horror nel secondo.
Per il suo terzo film non cambia genere ma lo miscela con il monster movie, raccontando di una trivellazione a sette miglia di profondità nella Fossa delle Marianne. Troviamo allora nella stazione Kepler 822 un gruppo di scienziati selezionati a dovere dalla Tian Industries, tra cui l’ingegnere meccanico Norah Price (Stewart) e il Capitano Lucien (Vincent Cassel). Quando un terremoto di forte magnitudo distrugge parte della struttura, i protagonisti sono costretti a riunirsi per valutare i danni. Troppi, a dire il vero, e con i pod di salvataggio misteriosamente scomparsi non gli resta che incamminarsi sul fondo dell’Oceano per raggiungere la Stazione Roebuck 641, incontrando per la prima volta delle creature umanoidi appartenenti a un’antica razza mai scoperta prima che metterà a dura prova il loro spirito di sopravvivenza.

Sott’acqua, nessuno può sentirti urlare

Arriva un po’ fuori tempo massimo, questo Underwater, che sembra pescare degli elementi dai film di genere come Cloverfield, The Meg o The Abyss, servendosene però per creare toni e contenuti originali. La regia di Eubank riesce a gestire bene la tensione in crescendo, all’interno di un lungometraggio che indugia molto sui dettagli, tanto sull’inquietudine dei protagonisti e sui loro dialoghi, quanto sulla creazione di queste strutture sottomarine che vanno a formare un mondo sommerso molto affascinante.
La cura cinematografica di Bojan Bazelli crea poi dei contrasti tra verde e blu molto interessanti, giocando continuamente con l’oscurità diffusa della profondità oceanica e con le sole fonti di luce artificiali provenienti delle Stazioni e dalle tute dei protagonisti.
La storia non aggiunge nulla al genere dei monster movie o dei survivor, ricca dei soliti cliché narrativi che mantengono sceneggiatura e riuscita generale molto superficiale, il che è paradossale per un titolo ambientato in un luogo tanto profondo.
Si indugia troppo sulle dinamiche sterili tra i protagonisti e si pensa troppo poco all’intrattenimento o al virtuosismo ricercato, che in un survival è sempre ben accetto. Ricorda un po’ il Sunshine di Danny Boyle, solo meno convincente, decisamente più sciatto nella scrittura e con un coinvolgimento che non sa trovare la giusta misura per attirare come si deve l’attenzione dello spettatore.
La Stewart è comunque brava a vestire i panni della Price, regalando un’interpretazione sentita e diversa da quanto fatto finora.

Sembra essersi molto divertita a girare un survival d’autore e a sperimentare un nuovo genere dopo la commedia spy-thriller di Elizabeth Banks, trovando una sua dimensione attoriale in blico tra introverso ed estroverso.
Molto valido poi il sound design del film, che restituisce un senso di oppressione, claustrofobia e angoscia che è davvero difficile scrollarsi di dosso. Peccato che Underwater non riesca ad abbandonare uno sviluppo superficiale della trama e degli eventi per provare a superare in termini di concept e confezione progetti piccoli e validi del calibro di Monsters. Sarà per la prossima volta.

Fonte : Everyeye