Albero della conoscenza o funghetto dell’evoluzione?

Nel saggio “Il cibo degli Dei” Terence McKenna esplora il nostro atavico rapporto con le droghe psicoattive, suggerendo che le origini della cultura umana siano connesse alla scoperta degli stati alterati della mente

Quando è scoccata la scintilla della coscienza? Quella misteriosa consapevolezza del nostro posto nel mondo che ci ha reso sapiens spianando la strada al linguaggio, alle arti e alle religioni? Bella domanda. Probabilmente nel Paleolitico, mentre il nostro cervello esibiva un rapida evoluzione. Ma come è successo? Forse per via della nostra dieta onnivora che, inevitabilmente, un giorno o l’altro deve averci fatto scoprire il potere psicotropo di alcune piante e funghi. E se fosse stata l’assunzione di allucinogeni a catalizzare il processo di autoconsapevolezza che ci ha reso umani? Insomma, se quei primi ominidi coscienti fossero stati anche ebbri di droghe naturali?

È l’ipotesi ardita – e con ogni probabilità indimostrabile, ma senza dubbio seducente – che l’etnobotanico Terence McKenna, figura di spicco della controcultura americana, sviluppa nella sua opera più importante, Il cibo degli dei (Piano B edizioni). Un titolo che, dopo vent’anni di oblio, torna in libreria nel bel mezzo di un ritrovato interesse per gli effetti delle molecole psicotrope, soprattutto in ambito terapeutico, che ha fatto parlare di “rinascimento psichedelico”.

Divisa in quattro parti – Paradiso, Paradiso perduto, Inferno e Paradiso riconquistato – l’opera è un dantesco pellegrinaggio farmacologico alla ricerca dell’autentico albero della conoscenza. McKenna scandaglia la storia umana cercando una risposta al perché, da sempre, siamo affascinati dagli stati alterati della coscienza. È vero, abbiamo racconti aneddotici sulla predilezione per le intossicazioni anche tra gli scimpanzé, gli elefanti e persino le farfalle. Ma le assuefazioni sono un marchio di fabbrica degli esseri umani. Ecco perché vale la pena di farsi guidare da McKenna nell’esplorazione del nostro atavico rapporto con le droghe: è una faccenda intimamente connessa alla natura umana. Ma prima di mettersi in viaggio, un avviso ai naviganti: se siete razionalisti incalliti, lasciate perdere, non fa per voi. Se invece siete disposti a immergervi con McKenna nel nostro bizzarro rapporto con le sostanze psicotrope, la lettura vi stupirà con squarci di autentica bellezza.

La prima parte dell’opera sviluppa la tesi che gli indoli allucinogeni (psilocibina, psilocina e Dmt) contenuti in alcuni funghi e piante delle praterie abbiano avuto un ruolo decisivo nel favorire lo sviluppo del linguaggio e della cultura umana, consentendo agli ominidi che se cibarono di raggiungere livelli più elevati di autocoscienza. L’autore azzarda l’ipotesi che i nostri sensi si siano evoluti per agire da filtro nella moltitudine delle percezioni che altrimenti finirebbero per travolgerci, lasciando fluire solo quel che basta a gestire le necessità quotidiane utili alla sopravvivenza. Eppure siamo consapevoli del tumulto che si agita dentro di noi. Le droghe psicoattive offrirebbero un accesso al mondo interiore sepolto sotto la coscienza ordinaria. O come direbbe Aldous Huxley, avrebbero il potere di spalancare le porte della percezione.

È questo il paradiso perduto che McKenna rimpiange per il resto dell’opera. La discesa agli inferi comincia con la perdita progressiva del nostro rapporto simbiotico con le piante psicoattive e con il mondo naturale, e culmina davanti a un baratro: il processo di distillazione dell’alcool, la prima droga “sintetica”, commerciabile e con effetti nocivi tra i più estesi e duraturi nella storia umana. Tuttavia, come nella Divina commedia, è proprio nella parte dedicata all’inferno che la storia si fa davvero interessante. Perché è la nostra storia, parla del nostro mondo, che prende il via nell’annoiata Europa tardo medievale con lo sviluppo dei cantieri navali, del sistema bancario e degli imperi mercantili per soddisfare la richiesta di spezie e tinture esotiche provenienti dall’oriente. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo, quella stessa infrastruttura servirà a soddisfare il desiderio irrefrenabile di zucchero, tè, caffè, cioccolato e tabacco. La prima globalizzazione dei commerci, in altre parole, si sviluppò sotto la spinta della nostra assuefazione per gli stimolanti: le droghe della modernità.

Sono pagine illuminanti. La descrizione delle crisi di astinenza da zuccheri – una dipendenza terribilmente diffusa, dannosa e difficile da abbandonare – è davvero esilarante. Almeno finché McKenna non ci ricorda che fu per lo zucchero, la prima coltivazione commerciale del Nuovo Mondo, che l’Europa non si fece scrupoli a reintrodurre lo schiavismo. E che dire del parallelo che l’autore traccia tra l’oppio e il tabacco? Il primo illegale in gran parte del mondo, al punto che le coltivazioni di papavero sono monitorate con i satelliti, mentre a nessun governo è mai passato per la testa di rendere illegale il tabacco, la droga vegetale più consumata al mondo. Anche perché, fa notare McKenna, si troverebbe contro il più agguerrito dei cartelli del narcotraffico: l’industria delle sigarette. Eppure il tabagismo causa la morte prematura di milioni di persone e ha un potere di assuefazione paragonabile a quello dell’eroina: McKenna è pronto a scommettere che i tabagisti, come gli eroinomani in astinenza, sarebbero pronti a uccidere per una sigaretta, se non esistessero le tabaccherie.

Ecco il rimpianto di McKenna: la storia delle nostre assuefazioni testimonia l’irrequieta ricerca di quel che ci siamo fatti strappare di mano nel paradiso perduto. Rinnegando le droghe psicoattive ci siamo privati dell’esperienza diretta dell’estasi, del trascendente e del sacro a cui le sostanze psicotrope danno accesso. Barattando le esperienze mistiche offerte dal “cibo degli dei” con lo zucchero e il caffè (stimolanti ideali per eseguire i lavori ripetitivi della Rivoluzione industriale), l’alcool, il tabacco e la televisione (sedativi perfetti in cui affogare il nonsenso esistenziale della modernità), abbiamo svenduto anche la dimensione spirituale della natura per il saccheggio delle sue risorse. Di più, scrive McKenna: “Ci siamo privati del significato stesso della vita rendendoci di fatto nemici del pianeta, di noi stessi e delle generazioni future”. Non sono sicuro che per salvare noi stessi e il pianeta dobbiamo tornare sciamani. Ma che dire quando l’autore scrive: “Portiamo avanti i nostri affari come se nulla fosse in una surreale atmosfera fatta di crisi sempre più cupe e contraddizioni sempre più inconciliabili”. Se, come sostiene McKenna, la cacciata dal paradiso è stato il primo raid antidroga contro il nostro desidero di assaporare il frutto della conoscenza, allora vien voglia di dare almeno un morso al Cibo degli Dei.

Fonte : Wired