Star Trek: Picard è la gioia dei fan, ma piacerà anche agli altri

La serie di fantascienza dal 24 gennaio su Amazon Prime Video riprende tematiche care a The Next Generation, prospettandosi come la produzione del franchise migliore da parecchio tempo a questa parte.

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Dal 24 gennaio su Amazon Prime Video, Picard è la serie in dieci episodi (è già rinnovata per una seconda) che si rifà a Star Trek: The Next Generation. La saga fantascientifica creata da Gene Roddenberry all’inizio degli anni ’60 non è nuova al trattamento “spinoff-sequel-remake-reboot”, ma nessun capitano prima di Jean-Luc Picard era stato protagonista di una produzione del franchise e poi di un’altra a distanza di un quarto un secolo. Ambientata una ventina di anni dopo i fatti di La nemesi l’ultimo capitolo cinematografico incentrato sulle avventure dell’equipaggio di quella Enterprise D che più di un decennio prima era salpata in The Next GenerationStar Trek: Picard vede protagonista un ufficiale della gloriosa Flotta stellare in pensione, amareggiato e pieno di rimpianti.

Il presente è informato da una realtà nella quale l’eco di una Federazione dei pianeti (formata dai popoli della galassia più avanzati) illuminata e positiva risuona sinistramente anche nelle bucoliche campagne in cui risiede il capitano interpretato dal britannico Patrick Stewart (volto noto anche ai fan degli X-Men nei panni del Professor X), che qui offre un’interpretazione pregevole nel trasmettere le emozioni di un uomo distrutto, più che dall’età, dalla convinzione di essere stato tradito dall’organizzazione a cui aveva devoluto la propria esistenza e da quel sistema di ideali in cui aveva creduto ciecamente.

Avvicinato da una misteriosa giovane donna che chiede il suo aiuto, Picard deciderà di uscire dal proprio ritiro e affrontare una missione che coinvolge volti vecchi e nuovi dell’universo trek incontrati in The Next Generation, Voyager e nei film. Le premesse elaborate da Kurtzman, che riprende alcuni dei momenti più importanti della narrativa di The Next Generation come il processo subito dall’ufficiale androide Data circa i suoi diritti in Una misura di un uomo, l’assimilazione del capitano da parte dei terrificanti uomini macchina Borg in L’attacco dei borg, la morte di Data in Star Trek: La nemesi e la distruzione di Romulus in Star Trek: Il futuro ha inizio ne dimostrano la volontà di rivolgersi principalmente ai seguaci della saga. I fan (specialmente chi scrive, che su Data e i Borg ha partorito una tesi di laurea!) di Star Trek hanno di che esserne estasiati, quelli che si avvicinano alla serie senza essere particolarmente ferrati sull’argomento non ci capiranno un granché, almeno vedendo i primi due episodi.

L’annoso problema di tenersi vicini i vecchi fan e ancor più vicini quelli nuovi di fatto non viene risolto dallo showrunner, che forse ha imparato la lezione di Star Trek: Discovery – troppo slegata dai precedessori e troppo cupa – e ha optato per fare di Picard un vero e proprio sequel focalizzato sulla linea narrativa dedicata alle macchine. È proprio sull’eredità lasciata dall’androide con il cervello positronico di asimoviana memoria Data, il più avanzato della galassia, e sulla razza formata da individui di varie specie che si sono trasformati (per lo più contro la propria volontà) in cyborg a girare tutta la prima stagione, tanto che a riprendere il proprio ruolo ci sono lo stesso Brent Spiner (interprete di Data), Jeri Ryan (era la borg Sette di Nove in Star Trek: Voyager) e Jonathan del Arco (era il giovanissimo borg salvato da Picard in Star Trek: Generation).

Alex Kurtzman vuole approfondire un discorso lasciato in sospeso con il film Primo contatto, ovvero: quanto umana può essere una macchina e quanto macchina può essere un uomo? Questo dilemma postmoderno e postumanista si esprime negli esperimenti sui “sintetici”, le creature sviluppate dalle ricerche sul cervello positronico di Data, robot senziente che per buona parte della sua vita aveva studiato le specie umanoidi per cercare di capirne i sentimenti, fino a quando era riuscito a realizzare il sogno di sperimentarli. Kurtzman si rifà anche alla recente corrente narrativa che vuole la Federazione unita dei pianeti meno illuminata e perfetta di come era stata contraddistinta fino a The Next Generation. In seguito, spinoff come Deep Space Nine e in particolare i film prodotti da Abrams, avevano sgretolato uno dei pilastri portanti della filosofia positiva di Roddenberry – ovvero che il futuro sarebbe stato lontano dalle distopie della hard scifi che informa la maggior parte della fantascienza cinematografica e televisiva – mostrandone il lato oscuro.

Per chi di Star Trek non ne capisce un’acca ma guarderà comunque la serie perché ha intuito il potenziale di ottimo show di fantascienza, Picard offre comunque molto altro di allettante: l’azione, una trama che non fa acqua da nessuna parte (e di recente, specialmente quando si parla di fantascienza, non è così scontato, basti pensare alla mancanza di continuità tra gli ultimi due capitoli di Star Wars) e una confezione che già dalla prima coppia di episodi si dimostra strepitosa. A partire dalla comparsa di un gigantesco Cubo Borg (un’astronave immensa che era anche un’officina per costruire, riparare, ricaricare e connettere in una memoria collettiva i Borg) semidistrutto, un momento spettacolare che gli effetti speciali odierni rendono ancora più impressionante del già memorabile esordio in The Next Generation.

Dopo gli opinabili risultati dei film su Star Trek che Kurtzman ha realizzato con JJ Abrams, sembra quasi che lo showrunner esperto trekker voglia fare ammenda regalando ai seguaci una storia su tematiche e personaggi (gli amatissimi Data e i Borg) a loro cari. Di certo, Alex si muove meglio quando l’influenza di Abrams è proporzionalmente minore o nulla. Di tutte le produzioni dell’ultimo decennio legate al franchise, Picard è la più promettente, e probabilmente quella con più potenziale.

Fonte : Wired