Papa: i cristiani mostrino che non c’è solo ostilità verso i …

A volte “sono sfruttati da trafficanti criminali; sono trattati come numeri e come una minaccia da alcuni governanti”, “tante volte non li lasciano sbarcare nei porti”. Auguri a quanti “in Estremo Oriente” il 25 gennaio festeggiano il Capodanno.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Come cristiani possiamo e dobbiamo testimoniare che “non ci sono soltanto l’ostilità e l’indifferenza” verso tante persone rischiano la vita per fuggire da guerre e povertà e a volte “sono sfruttati da trafficanti criminali; sono trattati come numeri e come una minaccia da alcuni governanti”, “tante volte non li lasciano sbarcare nei porti”. Il tema dell’ospitalità, scelto per l’attuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è servito oggi a papa Francesco per tornare a chiedere, nell’udienza generale di oggi, “accoglienza” nei confronti dei migranti.

E al termine dell’incontro, Francesco ha anche avuto un pensiero per la celebrazione del capodanno cinese. “Il prossimo 25 gennaio – ha detto – nell’Estremo Oriente e in varie altre parti del mondo, molti milioni di uomini e donne celebreranno il capodanno lunare. Invio a loro il mio saluto cordiale, augurando in particolare alle famiglie di essere luoghi di educazione alle virtù dell’accoglienza, della saggezza, del rispetto per ogni persona e dell’armonia con il creato. Invito tutti a pregare anche per la pace, per il dialogo e per la solidarietà tra le nazioni: doni quanto mai necessari al mondo di oggi”.

In precedenza, nel discorso rivolto alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI per l’udienza generale, Francesco parlando della “accoglienza ecumenica” ha anche affrontato il tema dei migranti.

“Il tema di quest’anno – ha detto – che è quello dell’ospitalità, è stato sviluppato dalle comunità di Malta e Gozo, a partire dal passo degli Atti degli Apostoli che narra dell’ospitalità riservata dagli abitanti di Malta a San Paolo e ai suoi compagni di viaggio, naufragati insieme con lui”.

Il Papa ha ricordato che dopo una tempesta durata 14 giorni, la nave sulla quale viaggia l’apostolo arriva nell’isola, salvi, come aveva detto Paolo. A Malta “sperimentano qualcosa di nuovo. In contrasto con la brutale violenza del mare in tempesta, ricevono la testimonianza della ‘rara umanità’ degli abitanti dell’isola. Questa gente, per loro straniera, si mostra attenta ai loro bisogni. Accendono un fuoco perché si riscaldino, offrono loro riparo dalla pioggia e del cibo”.

“L’ospitalità – ha proseguito Francesco – è un’importante virtù ecumenica. Anzitutto significa riconoscere che gli altri cristiani sono veramente nostri fratelli e nostre sorelle in Cristo. Siamo fratelli, qualcuno dirà: ma quello è protestante, quello ortodosso. Sì, ma siamo fratelli. Non è un atto di generosità a senso unico, perché quando ospitiamo altri cristiani li accogliamo come un dono che ci viene fatto. Come i maltesi siamo ripagati, perché riceviamo ciò che lo Spirito Santo ha seminato in questi nostri fratelli e sorelle, e questo diventa un dono anche per noi”.

“Accogliere cristiani di un’altra tradizione significa in primo luogo mostrare l’amore di Dio nei loro confronti, perché sono figli di Dio, fratelli nostri e inoltre significa accogliere ciò che Dio ha compiuto nella loro vita. L’ospitalità ecumenica richiede la disponibilità ad ascoltare gli altri cristiani, prestando attenzione alle loro storie personali di fede e alla storia della loro comunità. Di fede con altra tradizione L’ospitalità ecumenica comporta il desiderio di conoscere l’esperienza che altri cristiani fanno di Dio e l’attesa di ricevere i doni spirituali che ne derivano. E questo è una grazie. Nella mia terra per esempio, quando venivano alcuni missionari evangelici alcuni cattolici andavano a bruciare le tende. Siamo fratelli”.

“Oggi – ha detto ancora – il mare sul quale fecero naufragio Paolo e i suoi compagni è ancora una volta un luogo pericoloso per la vita di altri naviganti. In tutto il mondo uomini e donne migranti affrontano viaggi rischiosi per sfuggire alla violenza, alla guerra, alla povertà. Come Paolo e i suoi compagni sperimentano l’indifferenza l’ostilità del deserto, dei fiumi, dei mari… Tante volte non li lasciano sbarcare nei porti. Oggi. Ma, purtroppo, a volte incontrano anche l’ostilità ben peggiore degli uomini. Sono sfruttati da trafficanti criminali; sono trattati come numeri e come una minaccia da alcuni governanti; a volte l’inospitalità li rigetta come un’onda verso la povertà o i pericoli da cui sono fuggiti”.

“Noi, come cristiani, dobbiamo lavorare insieme per mostrare ai migranti l’amore di Dio rivelato da Gesù Cristo. Possiamo e dobbiamo testimoniare che non ci sono soltanto l’ostilità e l’indifferenza, ma che ogni persona è preziosa per Dio e amata da Lui. Le divisioni che ancora esistono tra di noi ci impediscono di essere pienamente il segno dell’amore di Dio. Lavorare insieme per vivere l’ospitalità, in particolare verso coloro la cui vita è più vulnerabile, ci renderà tutti, tutti i cristiani, esseri umani migliori, discepoli migliori e un popolo cristiano più unito. Ci avvicinerà ulteriormente all’unità, che è la volontà di Dio per noi”.

“Come cristiani – ha aggiunto nel saluto ai pellegrini di lingua araba – non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Lavoriamo insieme per mostrare a tutti l’amore di Dio rivelato da Gesù Cristo, e questo ci renderà esseri umani migliori, discepoli migliori e un popolo cristiano più unito”.

Fonte : Asia