Equipaggio zero, la recensione del film Amazon Original

C’è un che di Wes Anderson, in particolar modo di una delle sue opere più sottostimate come Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012), nelle fasi iniziali di Equipaggio zero, moderno coming-of-age di un gruppo di scatenati bambini alle prese con una sorta di missione impossibile, almeno se paragonata alle basse aspettative di partenza. Il film diretto a quattro mani dalle registe Katie Ellwood e Amber Templemore-Finlayson, meglio conosciute con il soprannome di Bert & Bertie, recupera quello spirito fanciullesco tipico di tanto cinema americano per cercare di raccontare una storia sulle diversità e sulla voglia di riscatto, tirando in ballo una sottotrama a sfondo scientifico-extraterrestre come incipit per dare inizio alla vicenda.

Equipaggio zero nello Spazio

Una vicenda che ha inizio nel 1977, in Georgia, quando la scuola locale viene scelta dalla NASA come una delle concorrenti a un concorso il cui vincitore potrà lanciare un messaggio nello Spazio, nella speranza che potenziali ascoltatori alieni vi si imbattano. Christmas è una bambina che ha sempre sognato un contatto con i visitatori di altri pianeti, una passione radicata in lei dopo la scomparsa della madre. La piccola, che vive con il padre e ha come unica amica la segretaria di mezz’età dell’uomo, Miss Rayleen, viene però bullizzata nelle aule scolastiche da una banda rivale che, sotto la guida della subdola professoressa Allison Janney, ha tutte le intenzioni di vincere la competizione.
Christmas decide allora di arruolare un team di suoi coetanei “reietti”, con i quali non scorre buon sangue, per poter partecipare alla gara ma la strada verso il successo è ardua e ricca di ostacoli. La formazione dell’insolito team, capitanato da Rayleen, darà modo ai bambini di cementificare amicizie prima d’allora impensabili e a ognuno dei componenti di affrontare le proprie paure e timidezze.

Un film semplice, nel bene e nel male

Pop, colorato, edificante: Equipaggio zero sembrava avere tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult a tema per il pubblico di giovanissimi, con il procedere degli eventi però l’operazione dimostra la propria essenza derivativa che, pur al netto di una godibile leggerezza d’insieme, ne mette in luce i relativi limiti narrativi. Presentato al Sundance Film Festival e distribuito in esclusiva su Amazon Prime Video, il film paga la scelta di affidarsi a soluzioni facili e colme di un’istintiva retorica, con le emozioni che escono dimezzate rispetto alle potenzialità di partenza. I messaggi contenuti nel racconto, in particolar modo l’esibizione finale che esalta il classico motto “uno per tutti, tutti per uno“, trovano diversi sbocchi grazie alla marcata e diversificata caratterizzazione dei vari personaggi coinvolti, una banda di ragazzini malvista da tutti e pronta a rivelarsi al mondo nei suoi lati nascosti e positivi; certo è che dalla sceneggiatura di Lucy Alibar, che aveva curato lo script dell’illuminante Re della terra selvaggia (2012), ci si attendeva qualcosina in più di un semplice compitino a uso e consumo del target di riferimento.

Se il contorno di personaggi adulti è azzeccato, con Viola Davis perfetta guida spirituale della scalcagnata banda, a mancare è un pizzico di genuina malizia, qui evitato in favore di un percorso di crescita tanto doveroso quanto prevedibile. Equipaggio zero svolge il proprio lodevole intento con il giusto mix tra intrattenimento e buoni sentimenti, peccando di leggerezza e di guizzi tali da elevarlo a un qualcosa di più, con le succitate influenze allo stile di Wes Anderson che rimangono solo in superficie.

Fonte : Everyeye