Perché Salvini suonando quel citofono ha violato la legge

Il leader della Lega ha citofonato in favore di telecamere a un privato cittadino, a suo dire di origine tunisina, accusandolo di spaccio in un quartiere di Bologna. Ma la Costituzione è chiara: “Il domicilio è inviolabile”

Ormai mancano cinque giorni alle elezioni regionali in Emilia-Romagna, appuntamento politico che ha visto una campagna elettorale amplificata in tutto il paese: ma nella giornata di ieri, probabilmente, si è assistito a qualcosa di nuovo.

Matteo Salvini, leader della Lega, sta continuando imperterrito la sua attività sul territorio in sostegno di Lucia Borgonzoni, la candidata leghista. Quanto ha fatto ieri sera a Bologna è tuttavia un gesto che dall’attività politica sconfina oltre il limite della legalità. Seguendo le indicazioni di una residente del quartiere Pilastro, periferia est della città, Salvini – che definisce su Facebook la zona come “colpita da droga, degrado e spaccio” – ha deciso di recarsi sotto casa di quello che gli viene indicato – senza alcuna prova alla mano – come uno “spacciatore tunisino”. A quel punto il leader del Carroccio ha chiesto il nome e, messosi davanti al citofono di uno stabile del quartiere, ha suonato in attesa di una risposta. La persona dall’altra parte ha parlato con Salvini, il quale gli ha chiesto di entrare in casa dicendo testuali parole: “Ci hanno segnalato una cosa sgradevole e volevo che lei la smentisse. Ci hanno detto che da lei parte una parte dello spaccio della droga qua in quartiere”.

La Costituzione italiana è abbastanza chiara in proposito: all’articolo 14 si legge che “il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale”. Seppur Salvini, di fatto, abbia soltanto citofonato, l’intento – come si sente nei filmati registrati dai diversi giornalisti che hanno accompagnato la malaparata – era quello di salire e fare una sorta di ispezione, in base a quanto raccontatogli da alcuni abitanti del quartiere.

Sorvolando sul merito del gesto, appare opportuno segnalarne la gravità anche per altri due motivi: il tutto è avvenuto in diretta Facebook e in favore di telecamere, citando dati sensibili come il nome della persona, il piano della sua abitazione, il nome e l’età del figlio (probabilmente minorenne, “dovrebbe avere 18 anni, o 17” dice la signora accanto a Salvini). Il rispetto della privacy diviene così facoltativo, un optional da usare a piacimento. Oltre, ovviamente, alla domanda a monte: a che titolo un politico va a suonare a casa di un privato cittadino, chiedendo di entrare? Salvini risponde che l’ha fatto “in qualità di cittadino”. Ma, secondo punto, come si sente durante la diretta le opportune segnalazioni dei residenti sono state già sottoposte alle forze dell’ordine del quartiere, loro sì incaricate di verificare la situazione. Un lavoro che il leader della Lega liquida così: “La polizia e i carabinieri lo sanno, ma il problema è che poi li fanno uscire dopo un quarto d’ora”.

La responsabilità dei media

Salvini – aspettando la seconda risposta al citofono – nel video dichiara: “Quando faceva il giornalista mi divertivo a far ‘ste cose”. Un divertimento che di certo non va a braccetto con la deontologia professionale. Una branca che sembra sconosciuta anche a chi si trova lì in quel momento. Dalla diretta si vedono infatti numerosi microfoni e telecamere che seguono il leader fino sotto il citofono e inquadrando il dettaglio dei nomi. Se si prendesse – o si avesse ben studiato – il Testo unico dei doveri del giornalista, si troverebbe tuttavia come allegato il Codice di deontologia (previsto dalla legge sulla privacy del 2003) che al suo articolo 3 recita: “La tutela del domicilio e degli altri luoghi di privata dimora si estende ai luoghi di cura, detenzione o riabilitazione, nel rispetto delle norme di legge e dell’uso corretto di tecniche invasive”.

Ma oltre a tutelare il domicilio, il codice parla di tutela del minore (si cita il figlio del presunto spacciatore con tanto di età, nome e si conosce glia il luogo dove ci si trova) e tutela della dignità delle persone. L’allegato, va notato, si applica anche ai non giornalisti, mentre il testo unico – che fra l’altro prevede tutele per gli stranieri all’art. 7 – è proprio dell’attività giornalistica.

Un’attività che ieri, al quartiere Pilastro di Bologna, ha riportato la nazionalità della persona interessata, in maniera superflua e senza alcuna verifica, alimentando il razzismo che scaturisce dall’iniziativa. L’articolo 8 – che di fatto parla di cronaca giudiziaria e processi in tv – poi stabilisce che il giornalista “rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione di non colpevolezza”. A guardare ciò che è avvenuto, sembra che si dia per scontato che la persona alla quale ha citofonato Salvini sia un criminale. I processi, tuttavia, in Italia si fanno in tribunale.

Fonte : Wired