In Polonia esistono zone “lgbt-free” dove lo stato promuove l’omofobia

Il 2019 è stato un anno nero per i diritti in Polonia, segnato dalla nascita di zone franche “dall’ideologia Lgbt” nel sud-est del paese. L’obiettivo del governo è discriminare la comunità arcobaleno: l’Europa ha risposto con una risoluzione (a cui la Lega si è opposta). Abbiamo parlato con chi vive lì e lotta coi pregiudizi

Swidnik, comune nel sud-est della Polonia nella regione di Lublino, dista circa 1400 chilometri da Bruxelles. Lo scorso 17 maggio, quando le istituzioni europee si tingevano di arcobaleno per la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e transfobia (Idahot), in quella cittadina di 40mila abitanti, lontana dal cuore dell’Europa, erano già in vigore da due mesi – e per la prima volta nel paese – le Strefa wolna od lgbt, letteralmente zone libere da lgbt. Zone franche, dove non si può professare quella che il maggiore partito polacco di destra Prawo i Sprawiedliwość (Pis) – che traduciamo come Diritto e giustizia – definisce “ideologia lgbt”. Zone che, soprattutto, ricordano tanto l’espressione tedesca Judenfrei, “libero dagli ebrei” usata dai nazisti durante la Shoah. La Polonia, pur facendo parte dell’Unione europea – dove la diversità dovrebbe essere un valore e l’identità sessuale tutelata – ha vissuto un annus horribilis per i diritti civili. Un tempo d’odio, paura e pregiudizio che non è ancora finito, nonostante i provvedimenti del Parlamento europeo.

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Insieme agli altri membri dell’associazione Lublin Equality March abbiamo ricevuto minacce di morte prima dell’organizzazione di un corteo” racconta a Wired Bartosz Staszewski, attivista lgbt che vive proprio a Lublino. Le marce dell’uguaglianza sono state infatti uno dei principali bersagli del provvedimento (e della destra omofoba). A Bialystok, città più a nord rispetto a Lublino, vere e proprie squadriglie armate con mazze e catene hanno pestato i dimostranti lo scorso luglio. Anche qui ci troviamo in una zona lgbt-free. Ad oggi circa 86 enti locali di vario livello – la Polonia vede i voivodati (województwa) come prima suddivisione, seguiti dai distretti (powiat) e dai comuni (gmina) – hanno adottato 91 provvedimenti per stabilire queste zone franche. Di questi 4 sono voivodati, ovvero grandi regioni che interessano l’angolo sud-est del paese, e comprendono proprio Lublino e Bialystok, una vera roccaforte di Pis. Lo scopo è quello di dissuadere e scoraggiare qualsiasi azione anti-discriminazione e a favore della parità dei diritti: le ong lgbt, ad esempio, sono escluse dai progetti e dai bandi di concorso, e si impedisce che possano affittare spazi per formazioni, conferenze, eventi.

Le zone di adozione delle zone franche lgbt coincidono con la roccaforte di Pis, dove ha trionfato alle ultime elezioni europee (fonti grafiche da: Wikipedia e political-europe.com)

Il mantra usato da Pis è sempre lo stesso: i valori progressisti occidentali non sono parte dell’identità polacca. Fra questi rientrano le comunità lgbt e le loro ideologie. Una minaccia alla storia, alla cultura, alla famiglia. Minaccia che deve essere annientata. Così Jaroslaw Kaczynski, leader politico di Pis, ha creato un nemico – come in passato erano stati i migranti – su cui cementare le campagne elettorali: quella per le elezioni europee dello scorso maggio e quella per il rinnovo dell’assemblea polacca a ottobre. In entrambi i casi raccogliendo la maggioranza dei consensi, che nelle zone del sud-est supera addirittura il 50 per cento. A far le spese di disinformazione e bugie diffuse sono le comunità arcobaleno, situate in queste zone prevalentemente rurali. “Ho avviato due azioni legali nei confronti dei politici locali di Lublino che hanno accusato il pride che ho organizzato di promuovere la pedofilia” continua Bartosz che fa anche parte dell’ong Miłość nie wyklucza (“L’amore non esclude”). Perché sì, la campagna omofoba della destra ha posto, sin dall’inizio, un’equivalenza fra omosessualità e abusi sessuali su minori.

La crociata cattolica

In tutte queste zone i diritti e il rispetto della persona vengono così calpestati, lasciando spazio alla paura che genera odio. Tanto che si può costruire una vera e propria mappa. Un “atlante dell’odio” come lo definisce Jakub Gawron, 39 anni, che insieme ad altri attivisti ha creato una mappa interattiva di monitoraggio di tutte queste zone. “La chiesa” – racconta a Wired Gawron – “attacca la nostra comunità più duramente che la politica. Marek Jędraszewski (arcivescovo cattolico polacco, ndr) ha usato per la prima volta il termine ‘piaga arcobaleno‘ che è stato immediatamente ripreso dall’ultradestra”. Ma l’attività dei cattolici non si ferma alle parole: lo scorso settembre, giusto per fare un esempio, mentre la città di Lublino si preparava al pride, Mirosław Matuszny, sacerdote della parrocchia di San Paweł, ha organizzato una messa “per le famiglie e per la conversione dei peccatori pubblici” con tanto di evento su Facebook. In questo genere di appuntamenti, di solito, vengono mostrate immagini oscene distanti dalla quotidianità lgbt e viene detto che queste persone vogliono abusare dei bambini. “Ovviamente nessuno ha le prove” commenta Jakub “Ma perché dovrebbero volerle? Le persone si accontentano di quello che dice Tvp (la tv di stato fortemente controllata da Pis, ndr)”.

(fonte: screenshot del progetto Atlas nienawiści, atlante dell’odio)

Molti miei amici grazie a Schengen scappano e fanno una vita migliore fuori” dice Bartosz. Come Lukasz, sono ormai 26 anni che vive tranquillamente la sua sessualità lontano dalla Polonia. “Credo che le zone lgbt-free siano un’azione ben organizzata” – ci racconta – “che sembra nascere proprio dalla sinergia fra il partito e la chiesa polacca”. Una situazione che, da fuori, si fa fatica a immaginare ma che lo preoccupa. “La regione da cui provengo è vicino alla mentalità tedesca” – prosegue Bartosz – “Le persone possono permettersi più spesso di viaggiare, scoprire, allargare i propri orizzonti e aprire la mente. La chiesa, infatti, ha meno influenza rispetto a dove sono stati presi questi provvedimenti”. Anziché favorire il dialogo e l’inclusione, quindi, la comunità cattolica mette un muro, o meglio spiana la strada all’omofobia.

(foto Beata Zawrzel/via Getty Images)

Un’azione a tratti sistemica, se si considerano alcuni episodi in cui sono intervenute le autorità locali. È il caso di Elżbieta Podleśna, psicoterapeuta e attivista per i diritti civili. Lo scorso aprile ha distribuito nella città di Płock immagini della vergine nera di Częstochowa con un’aureola arcobaleno per protestare contro una campagna clericale che dipingeva le persone lgbt come peccatori. Rientrata in Polonia dopo due mesi da una campagna con Amnesty International è stata fermata e il suo appartamento perquisito. L’accusa è quella di aver offeso i sentimenti religiosi: un crimine punibile con due anni di prigione. Joachim Brudziński, ministro degli interni polacco e membro di Pis, ha elogiato l’arresto affermando che la protesta di Podleśna ha comportato “la profanazione dell’immagine della Madonna, che è stata considerata sacra dai polacchi per secoli“.

(foto: Maciej Luczniewski/Getty Images)

Salvare la scuola

A scatenare la dura reazione della destra e della chiesa è stata, a monte, la decisione del sindaco liberal di Varsavia, Rafal Trzaskowski di sottoscrivere una dichiarazione congiunta con varie associazioni lgbt per porre fine a qualsiasi discriminazione omofoba. Un punto di questo documento prevedeva l’introduzione di un programma di educazione sessuale nelle scuole in linea con quanto stabilito dell’Organizzazione mondiale della salute (Oms). Per questo, una delle prime cose a essere bandite nelle zone franche è proprio l’insegnamento nelle scuole, lasciando i soggetti lgbt in preda a vulnerabilità, solitudine – e, spesso, a bullismo.

E non si tratta di poche persone: “1,5 milioni di studenti frequentano istituti scolastici in queste zone e secondo alcuni studi fra il 5 e il 10 per cento sono lgbt, una cifra che va da 77mila a 154mila persone” specifica Jakob che, insieme ad altri attivisti, sta studiando il fenomeno. Se si incrocia il dato con quello che scrive Kampania przeciwko homofobii, una delle ong principali più attive in Polonia per combattere l’omofobia, si capisce meglio la situazione. “Il 70 per cento della violenza giovanile lgbt avviene a scuola e gli insegnanti non sono ben preparati” si legge sul loro sito. Per questo fra le attività che svolge questa ong c’è proprio l’organizzazione di seminari e corsi di formazione volti anche al personale docente.

L’intervento dell’Unione europea

Ad aver giocato un ruolo importante nella diffusione di questi sentimenti di discriminazione sono stati anche i media: “Ho anche agito legalmente nei confronti Gazeta Polska, che ha iniziato a distribuire adesivi ‘lgbt-free zone’ fino a che il tribunale lo vietasse” ci spiega Bartosz, che si impegna a denunciare ogni episodio. Gli sticker, infatti, sono diventati in un primo momento il simbolo – ripreso anche sui social media – proprio delle zone franche. Insomma di fronte a questa, come tantissime altre molestie, l’Unione europea che – come si legge in materia di diritti “vieta esplicitamente le discriminazioni basate sul sesso e l’orientamento sessuale” seppur noti “un livello ancora preoccupante di discriminazione” – non poteva restare impassibile.

(foto: Beata Zawrzel/Getty Images)

Così il Parlamento europeo lo scorso 18 dicembre ha emanato una risoluzione esortando la Commissione europea a “condannare tutti gli atti pubblici di discriminazione contro le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali nelle zone franche lgbt” in Polonia. Nella risoluzione – adottata con 436 voti favorevoli, 107 contrari e 105 astensioni – il parlamento chiede alla Commissione “di monitorare come vengono utilizzati tutti i finanziamenti comunitari, sottolineando che tali fondi non devono essere utilizzati a fini discriminatori”. E, sul tema dell’educazione scolastica, ha aggiunto che “le scuole dovrebbero essere luoghi che rafforzano e proteggono i diritti fondamentali di tutti i bambini”. Va però precisato che la risoluzione ha la portata di una raccomandazione, ossia è un atto non vincolante. Per questo, la strada è ancora tutta in salita.

Non è un caso, poi, se fra i 105 a votare contro la risoluzione ci sono tutti i nostri eurodeputati della Lega e alcuni di Fratelli d’Italia, partiti che fra l’altro hanno più volte cercato un’alleanza internazionale, senza successo, proprio con Pis. La Meloni era stata a Varsavia e si era complimentata con Kaczynski dopo le elezioni polacche. Tradotto: sono concordi alla presenza di zone in cui la comunità lgbt viene ghettizzata. Non è di fatto una novità se si pensa che alcuni, solo per citare qualche esempio, prima di sedere all’Europarlamento hanno portato avanti azioni omofobe a livello locale. Susanna Ceccardi, che ha votato contro la risoluzione, era già contraria alle unioni civili e si rifiutò di celebrarle quando era sindaco di Cecina. Matteo Adinolfi, invece, si presentò in comune con un cartello al collo recante la scritta “No adozioni gay”. La Polonia – fra l’altro come l’Italia – non ha ancora una legge che protegga dall’omofobia. E, inoltre, si classifica ad alto rischio per la sicurezza delle comunità arcobaleno anche secondo l’ultimo lgbtq+ Danger Index.

Va poi considerato un altro fattore. Come ci spiega Jakub – che è andato in prima persona a Strasburgo a testimoniare sulla situazione – “le zone che si sono dichiarate lgbt free ricevono circa 1,8 miliardi di euro di sussidi dall’Ue”. Secondo lui “si confronteranno con la Commissione e dovranno obbedire a regole non discriminatorie”. Ma in Polonia, ad esempio, ricorda Bartosz “dopo circa 93 sentenze della corte europea dei diritti dell’uomo, nulla è stato implementato”. Che la situazione si cristallizzi e si radichi è quindi un rischio concreto. “Nel quotidiano cerco di non pensare alle minacce che potrei ricevere. Ma so per certo che se mi capita qualcosa di brutto le istituzioni non saranno dalla mia parte o meglio non ci vedranno niente di strano” confessa comunque Jakub. Se dunque la strada intrapresa è quella giusta, non significa che le cose cambino dall’oggi al domani. Intanto, ricorda Lukasz, “tutte le zone franche sono state avvisate che se continuano così non riceveranno più i fondi europei. Sarà abbastanza?”.

Fonte : Wired