Perché il vino italiano deve temere i dazi Usa contro Airbus

La guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti rischia di presentare un conto salato per i produttori italiani di vino: dazi raddoppiati

Bottiglie di vino (Getty Images)

Il mondo del vino sarà sconvolto dall’aumento al 100% dei dazi americani. Chiediamo alle autorità italiane ed europee di farsi carico di una questione capace di devastare il comparto vitivinicolo continentale”. È l’allarme lanciato da 200 vignaioli di tutta Italia in una petizione online che ha raccolto oltre 18mila firme, consegnata giovedì 16 gennaio alla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova. L’appello chiede di evitare un’escalation di misure senza precedenti dalla seconda guerra mondiale fra Europa e Stati Uniti, “in cui il vino, insieme ad altri prodotti agroalimentari Ue, sarebbe solo una vittima collaterale della disputa Airbus”.

“A essere colpito in particolare, sarebbe il vino italiano che negli Stati Uniti occupa la fascia cosiddetta convenience. Se una bottiglia di prosecco, ad esempio, dovesse passare da 13 a 26 dollari perderebbe il suo mercato, a differenza della fascia alta francese o del vino spagnolo che viene venduto a bulk, non imbottigliato”. Lo spiega Michele Fino, professore di Fondamenti del diritto europeo all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, uno degli animatori del sodalizio che osserva le possibili ricadute di una guerra commerciale nata sugli aiuti di stato ad Airbus e Boeing, lontano cioè dalle zolle ubertose delle Langhe o quelle calcaree della Champagne. “Il valore dell’export agroalimentare dell’Europa verso gli Stati Uniti si aggira sui 22 miliardi di euro. Quello del vino, il 75% dell’import in Usa, è pari a 4 miliardi”, osserva il drappello di produttori nostrani.

Ma cosa connette l’export delle cantine italiane negli Stati Uniti, giro d’affari da 1,7 miliardi di euro che ci vede secondi dopo la Francia, alle grane dell’industria dell’aviazione europea? Semplice: un verdetto del Wto, un presidente protezionista e il rischio di ritorsioni fra le due sponde dell’Atlantico. Ecco gli ingredienti del film distopico che da mesi tiene svegli i vignaioli da Bolzano a Siracusa.

Un carico di vino ci mette un mese per arrivare dall'Italia agli Stati Uniti Foto di Alexander Kliem da PixabayUn carico di vino ci mette un mese per arrivare dall’Italia agli Stati Uniti Foto di Alexander Kliem da Pixabay

Il vaso di Pandora

Il 2 ottobre, dopo un contenzioso di 15 anni, i giudici della World trade organization danno il via libera ai dazi Usa per 7,5 miliardi all’anno sulle merci provenienti dall’Europa, “rea” di aver finanziato con soldi pubblici Airbus. Il 18 dello stesso mese scattano le imposte Usa del 25% su una lista di merci di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, membri del consorzio costruttore, ma l’elenco ne include anche altri. Le dop italiane per esempio vengono colpite per un valore di 500 milioni di euro secondo Coldiretti: ci sono formaggi, salumi, crostacei, molluschi, agrumi, succhi e liquori. “Una lista di prodotti non legati all’aerospaziale, che in realtà gli Usa avevano già individuato da maggio”, osserva Fino.

Altra benzina sul fuoco: la digital tax sui colossi di internet in Francia, con minaccia di ritorsioni e l’attesa per il giudizio della Wto sul reclamo dell’Ue sugli aiuti di stato americano a Boeing. “Così, in attesa della nuova sentenza, arriva l’ennesimo gesto preventivo di Trump che mette allo studio il rialzo dei dazi al 100% con l’aggiunta di altri prodotti di tutti i 27 Stati membri. Oppure come secca alternativa l’eventuale abolizione dei dazi stessi”, spiega il docente. Un duello da Far West.

La tempistica

Si arriva così al 13 gennaio, termine del periodo concesso dall’U.S. Trade Representative ai cittadini per rispondere online a una domanda, in sostanza: “Abolire o elevare i dazi? E perché?”. Arrivano 25.622 risposte e, il giorno stesso, il commissario al Commercio per l’Ue Phil Hogan, vola a Washington per incontrare Robert Lighthizer capo dell’Ustr.

Il movimento d’opinione anti-tariffe viene guidato dal Comité Européen des Entreprises Vins e il Wine institute, le due maggiori associazioni di vignaioli Ue e Usa, che il 14 gennaio pubblicano un comunicato congiunto. L’appello chiede ai due governi di “rimuovere tutte le tariffe sul vino”, stabilendo il principio “zero for zero” e “wine for wine”: “Il vino non venga colpito da dazi di qualsiasi tipo a causa di dispute commerciali non collegate”.

Ma lo stato attuale delle cose dice il contrario: “Ci sono 308 categorie di beni che possono andare sotto dazio, fuori dall’aerospaziale che invece ne conta nove” – spiega Fino. “La strategia di Trump è raggiungere uno stallo ‘alla messicana’ in attesa dei possibili controdazi europei per il caso Boeing, lasciando in sospeso un ‘carosello’ dei prodotti da colpire, di fronte a una platea gigantesca”.

Purtroppo, l’agroalimentare Ue rischia di essere il “vaso di coccio” della storia: “Sono beni non fungibili, a differenza di farmaci, acciaio o cotone che i dazi Ue potrebbero eventualmente colpire, perché fatti di indicazioni geografiche tipiche non sostituibili nelle nicchie di mercato. Questo avvantaggerà gli altri alcolici negli Stati Uniti e intanto provocherà un abbassamento dei prezzi del vino europeo ricollocato su altri mercati. Ai limiti del taglieggiamento, Trump vuole costringere l’Unione europea a trattare. Di certo, l’ultima cosa utile saranno le iniziative unilaterali”.

Da sinistra, Matilde Poggi presidente Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti; la ministra Bellanova; Marilena Barbera, prima firmataria della petizione; la deputata Chiara GribaudoDa sinistra, Matilde Poggi presidente Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti; la ministra Bellanova; Marilena Barbera, prima firmataria della petizione; la deputata Chiara Gribaudo

Ad ogni modo, a fine gennaio il sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, sarà negli Stati Uniti mentre il 30 Bellanova incontrerà a Roma il suo omologo americano Sonny Perdue. “Stiamo intervenendo per rimuovere i dazi”, spiega la ministra. “Ho scritto a Hogan per dire che abbiamo bisogno di attivare le diplomazie affinché non si proceda con queste misure, da entrambe le parti. Inoltre bisogna creare un fondo di compensazione europeo per ripagare i danni subiti dai produttori”.

“Prima di scatenare la disputa di tariffe sarebbe bene risolvere la questione Airbus-Boeing senza coinvolgere altri settori”, spiega Fino, coordinatore dei master in Wine e Food Culture. “L’incertezza è il peggior nemico degli affari e mai, nella storia, guerre commerciali a colpi di imposte hanno portato progresso, prosperità e pace”.

Fonte : Wired