Le sardine si moltiplicano, ma ora devono trovare un’identità politica precisa

I 40mila in piazza a Bologna sono la (ri)prova di un elettorato in cerca di un fronte che lo rappresenti. Bisogna fornirglielo nel più breve tempo possbile

Uno dei meriti di Matteo Salvini in Emilia-Romagna, prima ancora di sapere come andranno le elezioni del 26 gennaio, è stato quello di riavvicinare molte persone alla politica. Non tanto i suoi elettori, che in un momento in cui i sondaggi danno la Lega al 30% a livello nazionale sono già abbastanza coinvolti politicamente. Quanto piuttosto le opposizioni, che di fronte all’onda verde sono tornate a farsi vedere e sentire nelle piazze, anche per smontare la pretesa salviniana di avere un qualche mandato plebiscitario da parte degli italiani tutti.

Mattia Santori (foto: ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images)

La grande mobilitazione antileghista italiana è stata anche e soprattutto merito delle sardine, che con poco o nulla hanno portato nelle piazze ormai milioni di persone, sommando le centinaia di eventi che ci sono stati negli ultimi due mesi in tutta Italia. L’ultimo di questi, avvenuto ieri, è stato probabilmente il più forte in termini simbolici. piazza VIII Agosto è stata riempita da 40mila persone, oltre che da figure di spicco della scena culturale e musicale italiana, in quello che ha ricordato una riedizione emiliana del concerto del primo maggio.

Quello che un paio di mesi fa nasceva come il movimento delle “6000 sardine contro Salvini”, per portare proprio in piazza a Bologna 6mila persone così da superare la capienza del contemporaneo comizio di Salvini al Pala Dozza, oggi è un movimento nazionale che ha centuplicato la sua portata numerica e ideologica. Come tanti movimenti nati dal basso, quello delle sardine non è però un partito verso cui convergeranno i voti dei manifestanti, quanto piuttosto una realtà ‘contro’ il cosiddetto male avanza, almeno in termini di ideologia, e cioè la disumanità made in Italy a base di decreti sicurezza, porti chiusi e strizzate d’occhio al neo-fascismo.

Alle urne emiliane non ci sarà alcun simbolo delle sardine, la sfida si giocherà piuttosto sul solito terreno dei vecchi partiti. Le sardine fino a oggi hanno respinto ogni entrata politica al fianco di questo o quel partito – sebbene un qualche dialogo con qualcuno sia cominciato – ma sono state in grado senza dubbio di risvegliare alcuni elettori assopiti, annoiati e ormai scollegati alla vecchia politica: i giovani da una parte, chi disilluso aveva abbandonato le piazze da decenni dall’altra. È probabile che uno spicchio importante di queste persone si recherà ora alle urne, per votare quello Stefano Bonaccini che non è però il candidato delle sardine, quanto l’unica alternativa sulla carta a quella politica infetta che essi combattono, rappresentata dalla leghista Lucia Borgonzoni.

Questo gioco può tenere il 26 gennaio, ma dal giorno successivo sarà necessario porsi delle domande. Il movimento delle sardine ha dimostrato una forza popolare importante, che comunque andranno le regionali in Emilia-Romagna non si potrà ridimensionare. Una vittoria del centrosinistra potrebbe essere la conferma dell’hype progressista portato dalle sardine, una sconfitta potrebbe invece significare che il problema è stato proprio la canalizzazione di questo hype verso la vecchia politica, piuttosto che verso un nuovo che avanza di matrice sardiniana. Comunque andrà, insomma, il 27 gennaio dovrà essere tempo di riflessioni per Mattia Santori e gli altri, riflessioni che non saranno sulla sensatezza della propria esperienza, ma su come passare al secondo capitolo, quello della maturazione politica.

Certo, non c’è scritto da nessuna parte che le sardine abbiano un dovere di politicizzarsi. Un gruppo di Millennial sceso in piazza contro Salvini per avere un po’ di ossigeno dall’asfissia sovranista, si è ritrovato in pochi mesi in una realtà più grande di loro, qualcosa che non avrebbero nemmeno potuto immaginare e che spesso hanno dimostrato di non sapere gestire, in termini organizzativi e di comunicazione. Proprio per questo, però, è importante ora che tutto questo non vada sprecato e che si compia in parallelo un nuovo processo di profilazione del movimento, che da realtà contro si trasformi in un movimento per, con delle proposte e un disegno politico che concretizzi i macrotemi – fondamentali – dell’antifascismo e dell’antisovranismo.

In questi mesi si è contestato alle sardine le poche parole spese sul grande tema italiano del precariato e dello sfruttamento in ambito lavorativo; si è contestata la loro ambiguità sul tema dei decreti sicurezza, “da modificare” senza però entrare troppo nello specifico; si è contestata la scarsa verve green; si sono contestate proposte da paranoia poliziesca tipo il daspo social. Il difetto delle sardine, che resta in qualche modo anche legittimo per un movimento nato per caso e ancora in stato embrionale, è stata la sua vaghezza, la sensazione di avere davanti un contenitore ben etichettato ma in fin dei conti vuoto. Dal 27 gennaio sarà opportuno riempire quel contenitore: da una parte dare sostanza agli intenti portati in piazza fino a ora, dall’altra prendere in considerazione tutti quei temi ‘dimenticati’.

Per le sardine è arrivato, insomma, il movimento della maturità. Ieri in piazza a Bologna c’erano centinaia di operai della Whirlpool a rischio licenziamento; c’erano i rider; c’erano le vittime straniere (e italiane) dei decreti sicurezza salviniani; c’erano i ragazzi che siamo soliti vedere per le strade nei Fridays for Future. Compito delle sardine, anzi l’obiettivo che devono porsi per presentarsi come una vera grande alternativa progressista e non solo un fuoco di paglia, è quello di dare delle risposte concrete a tutte queste realtà. Di contenitori vuoti, in Italia, ce ne sono e ce ne sono stati già troppi.

Fonte : Wired