Ora anche il World Economic Forum si preoccupa per l’ambiente

In vista dell’annuale meeting di Davos, il Global Risk Report sui rischi globali all’orizzonte lancia l’allarme ambientale e climatico. È un passo avanti, ma non basta per cambiare rotta

Che cosa non fa dormire la notte le élite del pianeta? Sorprenderà ma la risposta è – finalmente – l’ambiente. All’indomani dei cinquant’anni del World Economic Forum (Wef) che si festeggerà all’annuale incontro di Davos questo mese, è stato appena rilasciato il rapporto Wef 2020 sui rischi planetari, il Global Risk Report. Tutti i primi cinque rischi considerati più probabili sono legati all’ambiente e al clima: eventi meteorologici estremi, fallimento dell’azione sul clima, disastri naturali, perdita di biodiversità e disastri ambientali di origine umana. Tre su cinque (fallimento sul clima, perdita di biodiversità ed eventi meteorologici) sono nella top five anche per l’impatto globale, assieme alle armi di distruzione di massa e alla crisi idrica. Infine il fallimento sul clima e gli eventi meteorologici estremi, a loro volta, sono tra i rischi più “connessi”, ovvero che possono influire o subiscono l’influenza di altri rischi. La nostra incapacità di affrontare la crisi climatica è considerato il primo rischio per impatto e il secondo per probabilità di verificarsi.

Bisogna stare attenti a dare al report il giusto significato. La valutazione del suddetto si basa principalmente su un sondaggio, condotto su circa un migliaio di partecipanti alle iniziative del Wef, su quali saranno i rischi più plausibili e più di impatto per il pianeta nei prossimi dieci anni. Il campione è composto da leader industriali e politici, come se ne vedono agli incontri di Davos: dirigenti di multinazionali, capi di organizzazioni internazionali e non governative, economisti. Ai quali si aggiunge, per la stesura del report, la consulenza di accademici e specialisti e di compagnie di assicurazione. Si tratta quindi, più che di una valutazione rigorosa e oggettiva di rischio, di un consenso delle opinioni da parte di stakeholders di alto livello, informato poi dalla valutazione di esperti. È un modo di sentire il polso delle élite economiche e tecnocratiche.

Il segretario di stato americano John Kerry ammira la neve a Davos, nel 2016. (Wikimedia Commons)

Com’è logico, un pool ricco di economisti e dirigenti d’azienda mette l’accento sui costi: già nel 2018 i danni economici legati all’azione umana sul clima sono stati valutati in 165 miliardi di dollari, e potrebbero ridurre il Pil degli Stati Uniti del 10% entro il 2100. Sempre secondo il report, i danni alla salute da inquinamento atmosferico sono già costati al mondo oltre 5000 miliardi di dollari. Duecento tra le più grandi aziende mondiali hanno calcolato che, se non si agisce in fretta, il cambiamento del clima potrebbe far perdere loro in totale mille miliardi di dollari. Altri rischi economici si possono avere sul mercato dei mutui, se interi quartieri diventano inabitabili per l’innalzamento dei livelli del mare. Il semplice stress da caldo porterà perdite di produttività equivalenti alla perdita di 80 milioni di posti di lavoro già entro il 2030.

Anche la perdita di biodiversità è valutata come un rischio economico. Per esempio, l’impoverimento degli ecosistemi marini porta anche a ridurre la loro produttività, con un impatto significativo sulle economie basate sulla pesca. Secondo il report la perdita delle barriere coralline significherebbe la perdita di una industria turistica che vale 36 miliardi di dollari all’anno, e viceversa potrebbe causare perdite di 4 miliardi di dollari l’anno per la ridotta protezione da tempeste e allagamenti costieri.

Protesta per il clima a Melbourne il 30 novembre 2019, in cui si chiede di fermare la miniera di carbone di Adani. (foto: John Englart, CC-BY-SA) https://www.flickr.com/photos/takver/46064667902)

Ma non c’è solo il portafogli. Il Wef nota anche il profondo impatto sulla salute del cambiamento climatico, citando l’Oms che ha dichiarato la crisi climatica “la più grande minaccia alla salute globale nel 21esimo secolo”. Il riscaldamento globale potrebbe portare zanzare portatrici di malattie come la dengue a espandersi verso l’Europa e l’Africa Orientale, mettendo a rischio un miliardo di persone. Inoltre viene messo l’accento su come climi sempre più inabitabili e innalzamento del livello dei mari porteranno milioni di persone a migrare, creando o esacerbando conflitti e politiche nazionalistiche. Il declino delle risorse idriche, il mutamento delle rotte marittime, il declino dei combustibili fossili e l’apertura di nuove risorse da sfruttare nell’Artico sono occasioni nascenti di scontri e riarrangiamenti geopolitici a cui porre attenzione.

Il rischio portato dalla crisi ecologica non è uguale per tutti. Secondo il Wef, nei disastri naturali è 14 volte più facile morire per donne e bambini rispetto agli uomini adulti. Il peso del cambiamento climatico in termini di salute e qualità della vita sarà in gran parte sulle spalle delle classi più deboli e dei paesi più poveri. Le coltivazioni probabilmente diminuiranno di produttività, mettendo a rischio la possibilità di sfamare una popolazione in costante aumento già nel 2050. La crescente incertezza economica, a cui contribuisce la crisi ecologica, può però rendere gli elettori riluttanti a supportare politiche che possano affrontare la crisi, ma che possono mettere a rischio posti di lavoro o portare ulteriori disagi a breve termine.

Il Wef non è ottimista sulle nostre possibilità di cavarcela. Il collasso economico è praticamente garantito se non riduciamo le emissioni nette a metà entro questo decennio e le annulliamo entro il 2050. Eppure, come dice, “gli impegni sono inadeguati all’urgenza della sfida e i trend correnti non sono incoraggianti”. La domanda energetica continua ad aumentare e a essere soddisfatta dai combustibili fossili: dal 2018 al 2019 è cresciuta del 2,3% e si proietta un aumento del 25% entro il 2040. Un terzo dell’aumento delle emissioni nel 2018 è stato causato dalle centrali a carbone in Asia. In tutto questo, i sussidi economici al fossile sono ancora il doppio di quelli per il rinnovabile. Il Wef è consapevole che dobbiamo agire, con un enorme e sistematico sforzo collaborativo, ma non nasconde le difficoltà.

Difficoltà che sono anche interne al sistema. Non si può certo accusare il Wef di essere anticapitalista, ma non è tenero con la cultura media delle aziende. Quando il Wef ha fatto un sondaggio più ampio sui business leaders mondiali, ha trovato quello che chiama “una zona cieca: i rischi ambientali sono raramente considerati significativi, e l’industria spesso è del tutto impreparata ad affrontarli, preferendo girarsi dall’altra parte. Al punto da trascurare perfino i trend dei consumatori: secondo il Wef, molte aziende sono state colte di sorpresa dal crescente rifiuto della plastica negli imballaggi.

greta_thunberg_bufaleGreta Thunberg interverrà a Davos 2020, dove chiederà ai presenti il phase out dei combustibili fossili. Tra le persone che Thunberg incontrerà a Davos ci sarà anche Donald Trump. (foto: Kena Betancur/Getty Images)

Il Wef non è certo un covo di ambientalisti radical chic: per dire, l’anno scorso a inaugurare il meeting di Davos è stato nientemeno che il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. È forse rassicurante vedere che finalmente, anche nelle alte e conservatrici sfere del dibattito politico ed economico, viene riconosciuta l’urgenza della crisi in cui ci troviamo. Del resto chi ha a cuore il proprio patrimonio agisce razionalmente se cerca di mantenerlo e non distruggerlo. E che qualcuno nella finanza si stia svegliando, sia pure molto tardi, lo dimostra anche il recente annuncio del fondo di investimento BlackRock, che ha deciso di abbandonare gli investimenti poco sostenibili ambientalmente, in quanto non tengono conto di un serio fattore di rischio.

Ma il report del Wef contiene, almeno apparentemente, una strana contraddizione: da un lato è frutto delle opinioni e del dialogo tra i dirigenti di alcuni dei massimi players dello scenario economico e politico mondiale. Dall’altro sembra parlare della possibilità di contrastare questo cambiamento come di un qualcosa di esterno, come non potessero farci nulla. Il Wef, del resto, dipende dal sostanzioso supporto economico di circa un migliaio di aziende, le stesse che nel report sono dichiarate come cieche rispetto al problema. Che il Wef e Davos siano un nodo di contraddizioni e ipocrisie è cosa nota. L’anno scorso del resto si parlava già di clima, a un evento dove i partecipanti arrivano regolarmente in jet privato. È possibile e auspicabile che vedere quanto perderà il proprio portafoglio sul report del Wef renda alcuni manager più consapevoli e capaci di agire. Ma non basta: c’è bisogno di un cambiamento radicale a livello di sistema. La crescita economica perpetua è, almeno nei modi attuali, incompatibile con un pianeta finito. Il Wef forse non può permettersi di dirlo esplicitamente.

Fonte : Wired