La sinistra americana se le sta dando di santa ragione

A venti giorni dal primo appuntamento elettorale in Iowa, la tregua nel Partito democratico sembra essere finita e ora è tutti contro tutti (ma soprattutto Bernie Sanders contro Elizabeth Warren)

(Foto di BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images)

La tregua, se mai davvero c’è stata, è adesso ufficialmente finita. A venti giorni dai caucuses del 3 febbraio in Iowa, le primarie del Partito democratico entrano finalmente nel vivo e a infiammare il dibattito ci pensano Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, i due candidati considerati più a sinistra tra quelli presenti ai nastri di partenza.

La pacifica convivenza tra gli esponenti progressisti era parsa fin dall’inizio una mossa naturale, una sorta di tacito patto di non aggressione nato all’ombra dell’amicizia personale che lega i due senatori. “Friends and allies”, come ribadisce ancora in queste ore Warren, insieme per battere Trump ma mai così distanti prima d’ora – politicamente e umanamente – tanto da evitare persino la stretta di mano al termine del dibattito di martedì.

Perché Sanders e Warren stanno litigando?

Mamma e papà stanno litigando e voglio solo andare in camera a indossare le mie cuffie”. Il New York Times utilizza un’analogia nata su Twitter per descrivere il momento di tensione interno alla compagine Dem, che per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale vede Sanders e Warren su fronti opposti.

Tutto è iniziato con un documento preparato dal comitato del senatore del Vermont e pubblicato dal sito web Politico, che tra le altre cose invitava i volontari a fare campagna tra i sostenitori di Warren e convincerli a cambiare idea. “Le persone che la sostengono sono ricche e ben istruite, voteranno comunque il Partito democratico” era il messaggio contenuto nel documento, che accusa la senatrice di non essere in grado di allargare il bacino elettorale del partito.

Secondo il vademecum, che Bernie Sanders ha attribuito all’eccesso di zelo di alcuni volontari, per battere Trump bisognerà convincere gli elettori delusi della working class – meno propensi a votare per Warren – ma anche giovani e afroamericani, categorie per un motivo o per l’altro ostili rispettivamente ai candidati centristi Biden e Buttgieg.

La risposta di Elizabeth Warren non si è fatta attendere e somiglia a una vera e propria dichiarazione di guerra. Nella serata di lunedì, la senatrice ha confermato un rumor che circolava da qualche ora su Cnn – e che i maligni attribuiscono proprio al suo staff – secondo cui Bernie Sanders non crederebbe che una donna possa vincere le elezioni.

Dopo la secca smentita dell’ormai quasi ex amico e alleato, che precisa di essersi riferito al sessismo di Donald Trump e alla sua capacità di strumentalizzare “qualunque cosa, Warren ha circostanziato la frase, datandola alla fine del 2018, nel corso di un incontro di due ore finalizzato a tracciare le strategie della campagna elettorale 2020.

Il duello, come prevedibile, è proseguito nell’importante dibattito di martedì alla Drake University, l’ultima chance di convincere il pubblico televisivo prima delle urne. Nella notte italiana, i due candidati progressisti hanno mantenuto le rispettive posizioni sulla vicenda, evitando di inasprire ulteriormente lo scontro, ma per la prima volta Elizabeth Warren ha utilizzato un argomento che potrebbe diventare molto centrale nella sua campagna elettorale: essere donna non rappresenta un ostacolo alle aspirazioni politiche. Semmai, un punto di forza.

Date un’occhiata agli uomini su questo palco” ha attaccato la senatrice, “Sommati, hanno perso dieci elezioni. Le uniche persone ad aver vinto ogni singola tornata elettorale cui hanno preso parte sono due donne: Amy [Klobuchar] e io”.

Un colpo duro, sferrato dove fa più male e per giunta arrivato nel momento migliore della campagna di Sanders, galvanizzata dalla nuova onda di pacifismo seguita alle tensioni con l’Iran.

La stagione delle primarie

Le schermaglie tra Bernie Sanders ed Elizabeth Warren danno il via alla lunga stagione delle primarie Democratiche americane, che si apriranno il prossimo 3 febbraio in Iowa per concludersi cinque mesi più tardi con la convention nazionale di Milwaukee, luogo in cui sarà ufficializzato il nome dello sfidante di Donald Trump.

La posta in gioco è molto alta fin dalle prime battute e i cosiddetti early states sono quelli considerati decisivi per comprendere la reale portata di una candidatura. È proprio dall’Iowa, infatti, che nel 2008 partì l’avventura di Barack Obama, mentre la tappa successiva, quella del New Hampshire, nel 2016 rivelò al mondo le reali intenzioni di Donald Trump.

Secondo Tad Devine, che nel 2016 curava la campagna di Bernie Sanders – e che quest’anno aiuta Andrew Yang – “o fai qualcosa in Iowa e in New Hampshire, o diventerai presto irrilevante”. E Sanders deve aver imparato la lezione, dal momento che proprio sull’Iowa sta scommettendo gran parte del suo futuro da candidato presidente.

Nonostante i sondaggi nazionali lo stimino dai 5 ai 10 punti dietro l’ex vicepresidente Joe Biden, lo stato dell’occhio di falco sorride al senatore socialista e secondo l’affidabile misurazione di Des Moines Register e Cnn, quella in Iowa potrebbe essere una partita a due tra lui ed Elizabeth Warren.

Per battere i candidati centristi e ottenere la nomination, sia Sanders che Warren avranno bisogno di convincere quelli che i sondaggisti definiscono very liberal votersla frangia più radicale degli elettori democratici, al momento equamente divisa tra i due contendenti. In quest’ottica, quelle in Iowa e New Hampshire saranno delle vere e proprie primarie nelle primarie, un turno preliminare con in palio il cuore dell’America progressista, potenzialmente in grado di distruggere anche la più solida delle amicizie.

Fonte : Wired