Niki Caro, regista di Mulan: come la protagonista, ha guidato una troupe-esercito di 900 persone

È la seconda donna nella storia a dirigere un film Disney con un budget sopra i 100 milioni di dollari. Alla presentazione in anteprima di alcune scene – nelle sale il 26 marzo –, spiega tra le altre cose le differenze rispetto al classico d’animazione

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C’è molta attesa per l’arrivo nelle sale, il prossimo 26 marzo, di Mulan: il nuovo film Disney segue il filone delle riproposizioni in “carne e ossa” dei classici dell’animazione, in questo caso il grande successo del 1998 con protagonista una giovane ragazza cinese che, per evitare che l’anziano e malfermo padre vada in guerra contro gli Unni, si finge maschio per poter essere arruolata nell’esercito al suo posto. Ne segue ovviamente una grande storia di azione e d’amore, ma che rappresenta soprattutto un grande tributo alla “devozione nei confronti della propria famiglia”.

È il messaggio universale che sta alla base della vicenda secondo Niki Caro, la regista del film che in queste ore era a Milano a presentare in anteprima alcune scene del lungometraggio. Rispetto a precedenti adattamenti live-action di grandi classici Disney, le immagini mostrate confermano la percezione che questo film sarà molto più di una pedissequa riproposizione delle scene animate: “Ovviamente ho adorato l’originale e allo stesso modo sono rimasta stupefatta nello scoprire che la vera leggenda cinese di Mulan fosse antichissima. Mi sono dunque chiesta come rendere attuale questa storia per il pubblico del 2020”, si interroga la regista. “A un certo punto ho capito che per me l’unico modo era rendere tutto il più reale possibile”.

La regista Niki Caro (foto: Getty Images)

Sebbene ritorneranno scene indimenticabili, come quella della mezzana o della valanga, verrà invece abbandonata la maggior parte degli elementi fantastici del cartone animato, a favore di una pellicola che si fa molto più umana e realistica, seguendo il percorso da una scala intima (in particolare i momenti iniziali fra Mulan e il vecchio padre) a una più epica. Si fa sentire l’influenza di titoli come La tigre e il dragone (il cui storico produttore Bill Kong è coinvolto anche qui), però la regista parla di “un’azione più radicata al suolo, che meglio rispetta le leggi della fisica e ciò che il corpo di una giovane donna può fare”. Proprio per via di questo spiccato realismo e di questo afflato epico, ci saranno altri grandi cambiamenti. Per esempio: scompariranno le canzoni e un personaggio amatissimo dai fan, il goffo drago Mushu (doppiato in originale da Eddie Murphy): “Il miglior modo per rispettare lui e la sua performance straordinaria era di lasciarlo intatto nella dimensione animata. Il film avrà comunque la sua dose di humour, ma in altre forme”, spiega Caro, che allude a una fenice che ne prenderà il posto a livello simbolico.

Veniamo all’eroina Mulan: è leggermente diversa nella misura in cui, nel pur duro addestramento da soldato, la vediamo già sfoggiare abilità di combattimento e agilità straordinarie: “Mi piaceva introdurre il concetto che questa forza è dentro ognuno di noi e che lei ne possiede in maniera particolare, il che spaventa molti: persino il padre dice che si tratta di una qualità adatta ai soldati e non alle figlie, dunque cerca in qualche modo di reprimerla. Mi sembra una metafora importante”, commenta la regista. Per Caro la fedele rappresentazione della cultura tradizionale orientale è stato un punto di partenza imprescindibile: “È una storia cinese, dunque era impensabile non affidarci a un cast asiatico. Come mi era già accaduto per La ragazza delle balene [il suo acclamato film del 2002 su una giovane che sfida il sistema di potere nella cultura Maori, ndr], era fondamentale basarmi su un lungo lavoro di ricerca. Negli anni ho capito che solo rimanendo il più fedeli possibile alle specificità di una cultura si può davvero dire qualcosa di universale”.

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Rispetto a timori di white washing così comuni a Hollywood, il cast qui è completamente asiatico o asio-americano, a partire dalla straordinaria protagonista, l’attrice di origini cinesi Liu Yifei: “Abbiamo cercato in ogni Paese del mondo e in ogni città della Cina per trovare la persona giusta. Dopo un anno non l’avevamo ancora trovata: abbiamo ricominciato da capo”, spiega. “Finalmente abbiamo incontrato Liu Yifei. Sia io sia lei siamo convinte nel profondo del cuore e dell’anima che fosse nata per questo ruolo. Poi è un’interprete straordinaria, abilissima nelle arti marziali, sa andare a cavallo e tirare di spada e recitare e cantare benissimo”. Oltre a essere un film di avventura e azione dalla portata epica, Mulan è importante anche a livello simbolico, a partire dalla parabola della sua protagonista, una donna che si fa strada in un mondo di uomini: “A un certo punto si dice che è impossibile che una donna guidi un esercito di uomini. È un po’ quello che mi sono sentita di smentire io guidando questo film con oltre 900 persone nella troupe”, ribadisce Niki Caro

Alla luce delle recenti nomination agli Oscar, il tema non è banale, anche considerando che lei è solo la seconda donna nella storia a dirigere un film Disney con un budget sopra i 100 milioni di dollari: “Dovremmo ovviamente vergognarci tutti di questa statistica, che vale in molti ambiti. La responsabilità, quando si tratta di una pellicola così costosa, si fa ancora più pesante. L’importante è capire che, se ci fossero più registe alla guida di grandi progetti, il cinema e il mondo sarebbero migliori per tutti, non solo per le donne”.

Caro è “costretta” a rispondere anche alle domande su come sia per una donna dirigere un film d’azione, nemmeno fosse prerogativa maschile: “L’ho trovata la cosa più naturale del mondo. E aggiungerei che Mulan è davvero se stessa, al massimo della sua magnifica potenza, solo quando smette di fingere di essere ciò che non è. Ho diretto questo film nello stesso modo, facendolo da donna e non fingendo di essere un uomo. Comunque, mi sembra che un certo elemento crossgender nella storia ci permetta di parlare a qualsiasi persona, al di là delle differenze”.

Fonte : Wired