Sarà la torba a salvarci dal cambiamento climatico?

Le torbiere naturali coprono il 3% della superficie terrestre, e immagazzinano più gas serra di tutti gli altri tipi di vegetazione del mondo messi insieme. L’International Peatland Society spiega a Wired perché è il momento di sfruttarle a dovere contro l’inquinamento

Non c’erano gli smartphone, perché era il 1968. Allora un gruppo di scienziati decise di incontrarsi in Canada, nel Québec, per studiare una risorsa che ha dell’incredibile: la torbaCosì nacque l’International Peatland Society, una ogn fondata per aiutare gli scienziati della torba a scambiarsi conoscenze e informazioni a partire dalla fine degli anni Sessanta.

In qualche modo questo è ancora quello che stiamo facendo” racconta a Wired Gilbert Ludwig, segretario generale dell’organizzazione dall’inizio del 2019. “Colleghiamo tutti quelli che girano intorno alla torba. Da un lato c’è la scienza e la conservazione, dall’altro l’industria”. Accumulata in seguito a condizioni di estrema umidità che rallenta il processo di decomposizione delle piante morte, la torba è un deposito di resti vegetali al livello del suolo. Si forma in assenza di ossigeno ed è ricca di materiale organico, come carcasse di insetti e altri animali. Nel corso di millenni questo materiale può diventare spesso diversi metri. Si tratta dello stadio iniziale della formazione del carbone, ma non è ufficialmente un fossile perché il processo di formazione non è ancora completo.

Eppure, anche se dal punto di vista commerciale le torbiere (ovvero le grandi estensioni di torba) non sono considerate carboni fossili, vengono usate come se lo fossero: si bruciano per produrre energia e calore.

L’Ips non è un’organizzazione di lobbying, ma uno dei suoi compiti è gestire i conflitti generati dall’uso del materiale. “Cerchiamo di trovare soluzioni sostenibili, pur accettando che in una certa misura le torbiere vengano utilizzate come materia prima”, per usare le parole di Ludwig, che ha alle spalle una ricerca di dottorato sugli animali che vivono nelle riserve di torba – fra cui il cosiddetto fagiano di monte – e sostiene che non siamo ancora del tutto consapevoli dell’importanza di questa risorsa. “Noi cerchiamo prima di tutto di far comprendere alle aziende i problemi legati al suo uso”.

Considerate uno degli ecosistemi può importanti al mondo, le torbiere sono fondamentali per preservare la biodiversità, fornire acqua potabile sicura, ridurre al minimo il rischio di alluvione e aiutare a contrastare i cambiamenti climatici.

Fissato dall’atmosfera nei tessuti vegetali attraverso la fotosintesi, il carbonio è intrappolato da millenni nelle torbiere, le quali ne rappresentano così il più grande deposito naturale terrestre; in grado di contenere 0,37 gigatonnellate di anidride carbonica all’anno, immagazzinano più gas serra di tutti gli altri tipi di vegetazione del mondo messi insieme.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Se danneggiate, le torbiere sono una delle principali fonti di emissioni e rilasciano ogni anno quasi il 6% della CO2 di origini antropogeniche. È ciò che è successo finora per via della mancata consapevolezza sui benefici e i pericoli. Non soltanto le riserve di torba sono state sfruttate come vero e proprio combustibile, ma anche nella produzione agricola. E, quel che è peggio, ormai circa il 15% delle torbiere del mondo è stato prosciugato, rilasciando enormi quantità di gas serra nell’atmosfera.

Per questo motivo, i paesi sono incoraggiati a includere il ripristino delle torbiere come natural-based solution nei loro impegni per gli accordi internazionali globali, compreso l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Le torbiere coprono attualmente il 3% della superficie terrestre, dalle paludi della contea di Flow in Scozia alle foreste nel Sud-Est asiatico. Alcune sono ancora inesplorate: come la più grande riserva tropicale del mondo, scoperta sotto le foreste del bacino del Congo nel 2017.

L’Europa settentrionale era ricca di torba fino a qualche decennio fa. Ludwig spiega che i Paesi Bassi si trovano sotto il livello del mare non per altro: perché hanno preso la torba. “Quasi tutti i Paesi Bassi erano fatti di torba. E, poiché erano soltanto a pochi metri sul livello del mare, sono scesi così tanto che ora si trovano al di sotto del suddetto. Ecco perché hanno bisogno di quelle dighe”. Non a caso, negli anni Settanta, l’Ips si trasferì in Finlandia dal Québec.

La torba di molti di questi depositi, che un tempo erano più diffusi fra Germania e Scandinavia, è stata sfruttata per la semina professionale di ortaggi e fiori ed esportata in paesi come la Cina, dove non si trova in natura. Lì la torba serve come mezzo di crescita da aggiungere alla terra, specie per l’agricoltura in serra, perché praticamente azzera le perdite e ottimizza la crescita delle piantine. La Cina ha messo in piedi una strategia folle: nel giro di 20 anni hanno costruito quattro milioni di ettari di serre”, dice a Wired Ludwig. “E il settore continua a crescere, quindi hanno bisogno di molti mezzi di crescita. E in questo momento, i mezzi di crescita sono per lo più torba. Forse 60, 70, 80, persino il 90 percento”.

Con l’aumento della popolazione mondiale, ci si aspetta che la domanda di torba per l’agricoltura cresca da quattro a cinque volte nei prossimi 30 anni. E questo è un problema. Ma trovare soluzioni per sostituire la torba è molto, molto difficile. E ignorare il fatto che abbiamo bisogno di mezzi in crescita è altrettanto pericoloso perché sempre più paesi dipenderanno da questi per produrre il loro cibo”, continua Ludwig. “Se i governi vogliono fermare del tutto l’uso della torba, devono trovare alternative”.

Si potrebbe riciclare la torba, ma è ancora un’ipotesi più che una pratica. “Come Ips lo stiamo prendendo in considerazione, ma è molto impegnativo probabilmente. Potrebbe essere potenzialmente importante, ma per il momento in Cina quello che resta della torba viene usato migliorare il terreno e quindi va perso”.

Alla fine tutto il carbonio se ne andrà. Non così velocemente come quando lo si brucia, ma finirà nel cibo che mangiamo, e presto o tardi sarà esaurito.

Agli eventi come la conferenza sul clima di Madrid, Ludwig è solito mostrare pubblico una mappa che mostra dove la Cina ha fatto investimenti per la propria sicurezza alimentare. Fra questi rientrano anche l’acquisto di terre o l’acquisto di materie prime. “Sembra una mappa colonialista. Stanno comprando il mondo”.

La riserva quasi intaccata in Congo è allora particolarmente preziosa. Fortunatamente si trova in un luogo molto remoto, quindi è difficile accedervi. Ma sono sicuro che ci sono interessi nell’usare queste aree in modo simile a quello in Indonesia per la palma da olio”, dice Ludwig. “Ma penso anche che abbiamo imparato da quelle esperienze. Non soltanto abbiamo più emissioni di carbonio e meno biodiversità, ma anche gravi incendi perché, quando l’acqua scende e la terra si drena, la torba rimasta brucia”.

Se l’uso scorretto della torba contribuisce ai cambiamenti climatici a causa delle emissioni, l’ecosistema è a sua volta influenzato dai cambiamenti climatici – e diverse le parti del mondo, diversi gli effetti. Un recente articolo su Nature mostra che, a causa dei cambiamenti climatici, le paludi incontaminate nordiche diventeranno sempre più simili a pozzi di carbonio: il che è un bene, perché aumenteranno la loro capacità di sequestrare emissioni. Quanto ai tropici, però, vale il contrario.

La missione dell’Ips è allora trovare alternative. Ludwig vorrebbe convincere l’industria a lavorare molto di più per rendere sostenibile la propria attività. Un esempio è usare altri mezzi di crescita al posto della torba, come lo sfagno – un genere che comprende centinaia di tipi di muschi che è simile e più sostenibile, ma per il momento non ancora disponibile in grandi quantità.

Si tratta di un processo in via di ricerca anche in Cina, ma le speranze ci sono. “Sono un ecologista, quindi ho a cuore l’ambiente, però sono anche pragmatico”, conclude il segretario dell’ente. “Vedo persone che negano il cambiamento climatico perché non vogliono crederci, non gliene importa o perché conviene. Ma, dall’altra parte, c’è anche chi vuole eliminare le industrie: che però non spariscono così”.

Fonte : Wired