Dio salvi la soap opera più famosa del regno

La famiglia reale britannica è una soap opera che continua a dare soddisfazioni. Proprio quando tutti cominciavano a disinteressarsi alla parte della storia che riguarda il principe Andrew e i suoi legami con un uomo che amava ricevere massaggi (e non solo) da ragazze adolescenti, viene svelata una trama completamente nuova, e che stavolta riguarda la generazione più giovane di questa famiglia esotica e disfunzionale.

Notizie come “Andrew ha fatto sesso con me quando avevo 17 anni, racconta una statunitense madre di tre figlie” scompaiono di scena, mentre fanno il loro ingresso altre come “Harry e Meghan sbalordiscono la regina chiedendole di diventare reali part-time”. E il pubblico della soap opera (i cittadini britannici e buona parte della stampa mondiali) all’improvviso non riesce a parlare di, o pensare a, nient’altro.

Quest’apparente idiozia ha le sue ragioni. Negli altri normali spettacoli, osserviamo e ascoltiamo i personaggi muoversi nella loro vita privata, e ci facciamo un’idea ragionevole di chi siano, e di quali siano le loro motivazioni. La cosa non vale per “La casa Windsor”, la serie televisiva più longeva al mondo. Qui dobbiamo affidarci ad articoli che si basano su quanto alcune anonime persone “intime della casa reale” raccontano a giornalisti creduloni e fantasiosi. Alcune di queste cose potrebbero anche essere vere, oppure false. Ma non abbiamo alcun modo di distinguere le une dalle altre. Meghan, la duchessa di Sussex, è una vittima innocente, strappata al suo habitat televisivo statunitense, trapiantata nell’inospitale famiglia reale britannica, e messa in soggezione dai suoi membri snob e probabilmente razzisti, e dai loro sostenitori nella stampa? O è invece una cinica opportunista, che vuole che il marito la segua mentre tenta di darsi un’aria angelica e di assicurarsi un esilio redditizio? Chi, a parte lei e suo marito, può saperlo davvero?

E, trattandosi di una soap opera, ci sono state offerte varie scene che trascinano i nostri sentimenti (o pregiudizi) prima in una direzione, poi in un’altra.

Harry, il bambino che camminava in maniera straziante dietro al feretro di sua madre nel 1997, si è trasformato in animale da feste vagamente ribelle, salvo poi divenire oggetto d’ammirazione in qualità di pilota d’elicottero sotto attacco in Afghanistan (“urrà!”). Si è innamorato di un’attrice statunitense, di famiglia mista (“urrà!”), femminista (“urrà!”), progressista (“urrà!”). Il matrimonio è stato un trionfo, una miscela di sfarzo britannico, prediche e canti gospel statunitensi (“urrà!”). Ma poi, con l’avvicinarsi della nascita del figlio, è salita su un aereo privato per partecipare a una festa per il nascituro con alcuni amici ricchi a New York (“buu!”). Lei e Harry ci hanno fatto la predica sulle sofferenze del pianeta, nonostante abbiano preso un altro aereo privato (“buu!”). Lei e Harry hanno fatto il giro dell’Africa meridionale e, proprio mentre tutti elogiavano i loro lavoro (“urrà!”), hanno rilasciato un’intervista nella quale si lamentavano non tanto della povertà che avevano visto, quanto delle pressioni cui erano sottoposti e di come Meghan si sentisse trascurata (“buu!”). Si sono rifiutati di unirsi al resto della famiglia per Natale (“buu!”), preferendo prendere in prestito la villa di un miliardario in Canada (“buu!”), hanno registrato una serie di prodotti con il loro marchio Sussex Royal (“buu!”) e infine hanno sorpreso tutti, regina compresa, annunciando di voler rinunciare ai loro ruolo e doveri tradizionali. Titoli di coda e sigla. Il pubblico può risintonizzarsi domani per un altro appassionante episodio.

Poi il domani è arrivato, e con esso un incontro d’emergenza della famiglia Windsor a Sandringham, l’abitazione da 71 camere da letto nel Norfolk, dove la regima trascorre il Natale e parte del capodanno. Erano presenti Charles, William e Harry. Nella mente di tutti, l’ambientazione si spostava regolarmente in Canada, dove Meghan, tornata nella terra dello sciroppo d’acero con il piccolo Archie, riceveva telefonate nella quale le venivano riferite le evoluzioni della vicenda. A tempo debito le domande riceveranno una risposta. Che titolo manterranno Harry e Meghan? Saranno per sempre altezze reali oppure dei semplici duca e duchessa? Il padre di Harry, Charles, continuerà a versare loro alcuni milioni ogni anno (attualmente sono circa quattro milioni di euro)? Continueranno ad avere l’attrattiva commerciale che i due, e i loro consulenti statunitensi, sperano di mantenere anche se non saranno più membri attivi della famiglia reale? Chi sosterrà le spese necessarie alla loro sicurezza e protezione se trascorreranno metà dell’anno in Canada? E i nuovi accordi e il semi isolamento permetteranno loro di essere meno fragili emotivamente e più equilibrati di quel che, a quanto pare, sono oggi?

Come in tutte le serie più longeve e di successo, ci saranno in futuro colpi di scena. E quando gli spettatori della soap avranno esaurito tutte le possibilità di novità e sorpresa in questa linea narrativa, ne apparirà una nuova che la sostituirà. Questa è una soap opera che non ha bisogno di sceneggiatori, perché la monarchia è una lotteria ancestrale nella quale le casualità genetiche producono più personaggi stravaganti, disadattati, parenti male abbinati, e rapporti difettosi di quanti ne potrebbe mai immaginare un qualsiasi autore. E per fortuna che le cose vanno così, perché nel Regno Unito oggi il vero ruolo della monarchia non è politico.

Niente di quel che fa, a parte quando il sovrano o uno dei suoi eredi muore, ha più un vero significato. No, la sua vera funzione costituzionale è distrarre e divertire il popolino, dar loro qualcosa di cui parlare che non sia la politica o il clima, e di fornire il materiale grezzo per migliaia di articoli malinformati. Dobbiamo essere grati che la casa Windsor ci riesca con tanto successo, e senza alcun aiuto esterno. Per quanto cerchi di essere equilibrata e noiosa, proprio non riesce a essere nessuna delle due. Dio salvi non solo la regina, ma anche i suoi alquanto bislacchi parenti.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Fonte : Internazionale