Donnie Darko, la recensione del cult di Richard Kelly

Esistono carriere che rimangono in sospeso e che forse, in un ipotetico universo tangente, avrebbero percorso altre vie e dato vita a nuovi cult cinematografici. Vedendola in questo modo non sono poche le similitudini tra il regista Richard Kelly e il personaggio di Donnie Darko, protagonista del suo folgorante cult-movie d’esordio, entrambi finiti in un vortice che li ha inghiottiti ed esclusi dai rispettivi mondi seppur tramite soluzioni ovviamente diverse, per fortuna del cineasta. Il quale, dopo un debutto che aveva già mandato in fibrillazione sia gli amanti del cinema cerebrale che gli appassionati delle storie di genere, non ha retto le aspettative di partenza e si è perso in due produzioni tanto ambiziose quanto fallimentari come Southland Tales – Così finisce il mondo (2006) e The Box (2009), che di fatto hanno messo fine – a oggi – al suo impegno dietro la macchina da presa. Tre anni fa Kelly ha dichiarato di avere già le idee per una nuova pellicola ambientata nell’universo di DD e di essere alla ricerca dei fondi necessari: nella speranza che gli venga data un’ulteriore chance, e approfittando dell’odierna trasmissione televisiva, andiamo a riscoprire l’originale, un titolo che ancor oggi è rimasto nel cuore e nelle sinapsi di milioni di spettatori.

Chi è Donnie Darko?

Chi è Donnie Darko? È un adolescente degli anni ’80 ma non come tanti, in quanto da tempo in cura psichiatrica per problemi comportamentali che lo portano a molteplici difficoltà nei rapporti relazionali. Frequenta una psicologa per tentare di curare la sua patologia e vive con i genitori e le due sorelle, la maggiore Elizabeth e la più piccola Samanta, ed è proprio nella casa di famiglia che una notte accade una potenziale tragedia: il motore di un aereo infatti cade nella camera del giovane, distruggendola completamente. Il protagonista in quel momento però era da un’altra parte in quanto vittima di un misterioso attacco di sonnambulismo, durante il quale ha incontrato un inquietante essere vestito con un costume da coniglio antropomorfo. Il bizzarro interlocutore gli ha comunicato che il mondo avrà fine tra 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi e Donnie si risveglia il mattino successivo in un campo da golf. Il ragazzo torna a casa e scopre quanto accaduto, di essere miracolosamente scampato alla morte; da quel momento però è altresì vittima di allucinazioni sempre più frequenti nel quale il simil-roditore lo spinge a compiere atti solo apparentemente privi di senso ma in realtà facenti parti di uno schema prestabilito. L’incontro con la bella Gretchen, una nuova compagna di scuola, pare portare un po’ di serenità nella vita di Donnie, ma il destino ha in serbo ben altre sorprese per lui.

Non c’è tempo da perdere

Il tempo come un’entità reale, almeno agli occhi del protagonista e conseguentemente del pubblico, lo spazio come palcoscenico per dimensioni e universi paralleli e le emozioni umane quale veicolo per traghettare a un epilogo che, secondo un termine recentemente tornato di moda in sala, è infine ineluttabile. Donnie Darko (disponibile anche nel catalogo Netflix) non è soltanto un film ma un concentrato visionario che apre a teorie e riflessioni, una sorta di delirio post-lynchiano filtrato da un modernismo pop ancorato culturalmente ai mitici eighties. Nelle quasi due ore di visione (venti minuti in più nella maggiormente esaustiva director’s cut) ha luogo un’esaltazione del caos che è in realtà precisa eredità di un fato prefissato, capace di giocare con complesse tematiche fantascientifiche in un’esasperazione del paradosso che rapisce e offre diversi stati umorali, tra risate, tensione, una sincera e amara commozione nelle fasi finali, con un epilogo durante il quale un senso di crepuscolare malinconia continua ad accompagnare anche dopo lo scorrere dei titoli di coda.

Una strada tortuosa

Un percorso di soddisfazioni e rimpianti, di prime volte e non detti, di dettagli che si incastrano alla perfezione in una trama volutamente non lineare e amabilmente non chiarificatrice, tanto che teorie su teorie si sono diffuse sul web sul reale significato degli eventi. Ma pur nella sua sfacciata, ma mai saccente, astrazione, Donnie Darko ha il merito di raggiungere il cuore delle piccole cose, restituendo un ritratto verosimile della vita tra le aule scolastiche, tra love-story innocenti e dinamiche umane che esplorano a 360° la sfera umana, ponendo forse scontate ma azzeccate critiche a un bigottismo tipico soprattutto di certa opinione pubblica d’Oltreoceano. Richard Kelly sfrutta il numeroso parterre di personaggi secondari per instradare messaggi ogni volta diversi e stratificare con contagiosa immediatezza il percorso adolescenziale del protagonista, e lo fa attraverso soluzioni registiche cool e di notevole impatto visivo: dai piani sequenza che passano da un volto all’altro di questa avventura “fuori da ogni logica” alle velocizzazioni improvvise, passando per il rewind di pre-chiusura, l’operazione è registicamente chirurgica e ragionata, con tutto al proprio posto senza sbavature di sorta.

Chi ha incastrato Frank Rabbit?

Le atmosfere horror e oniriche sono per l’appunto – come detto prima – una diretta evoluzione del cinema di David Lynch, rimasticate in maniera furba e accattivante per le platee di teenager ma pregne di un’ispirazione tale da conquistare anche il cinefilo più smaliziato. Perché l’inquietudine permea ogni istante del racconto, sin da quando Donnie viene avvisato dal bizzarro coniglio antropomorfo (un probabile rimando a un classico degli anni ’50, Harvey con James Stewart, di inclinazione però ben più leggera) dell’imminente fine del mondo: da quella scena chiave lo spettatore attende, aiutato anche dal countdown su schermo che compare tra vari “archetti” narrativi, il compimento della nefasta profezia con un mix tra curiosità e timore, anche se difficilmente riuscirà a collegare tutti i tasselli prima dell’ultimissima parte, dove il piano trova un proprio, comunque interpretabile, machiavellico ordine. Gli effetti speciali sono al servizio della storia e il loro sfoggio è sobriamente efficace, a uso e consumo di quel lato fantastico che trova giustificazione nel libro sui “time-travel” entrato in possesso del protagonista, anche questo collegato a un paio di figure comprimarie che, come il resto, trovano il loro posto su misura nell’architettura complessiva.

Cuore e cervello

A completare un insieme così beffardo, catalizzante e diabolicamente esplosivo, ricolmo di cattiveria e tenerezza in pari misura e di un’idea di realtà logisticamente universale, con la collocazione ottantiana facilmente riscontrabile anche nel nostro contemporaneo nelle sfasature sociali, ci pensano una colonna sonora altrettanto incisiva e magnetica (che accompagna già dal prologo) che vanta un paio di pezzi della cult band Echo & The Bunnymen e un cast sul quale è doveroso aprire un discorso a parte.

A cominciare dal gustoso e popoloso contorno, con la produttrice Drew Barrymore nei panni di un’insegnante liberal e ostracizzata, Patrick Swayze adagiatosi a pennello in un ruolo scomodo, Mary McDonell madre che va incontro a mille difficoltà e una Jena Malone già conturbante a dispetto della sua lolitesca età. E con la reale consanguinea Maggie a reggergli degnamente il gioco nella parte della sorella filmica, Jake Gyllenhall sfodera una performance totalizzante e assoluta che entra di diritto nella storia dei crazy-character più affascinanti di sempre, tormentato, spaventevole e compassionevole nella sua voglia di normalità e nella sua propensione, inevitabilmente, sacrificale.

Fonte : Everyeye