Jojo Rabbit, una fiaba surreale contro i totalitarismi

Parte in modo strepitoso questo film su un bambino che sogna di essere un vero nazista mentre esita a uccidere un coniglio, ma poi non osa e gioca in difesa. Dal 16 gennaio in sala

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In Jojo Rabbit a rubare la scena è un Hitler amico immaginario di un bambino, lo interpreta lo stesso regista Taika Waititi (la mano ironica dietro Thor: Ragnarok che prima si era fatto notare con Vita da vampiro in cui pure era protagonista), ed è la parte visivamente più impressionante, sta in tutti i trailer e viene usata per promuovere il film. Ed è giusto, fa impressione e fa ridere abbastanza. Ma il film è anche altro e per fortuna. L’idea centrale di Jojo Rabbit infatti non è tanto l’amico immaginario ma fare di una tipica storia di nazismo un film di formazione o coming of age. Jojo Rabbit è la storia di Jojo, bambino indottrinato dalla propaganda nazista fino al midollo che vive a Berlino con la mamma nei giorni del crollo del terzo Reich e dell’invasione degli alleati. Non è Germania anno zero, ma una gioiosa commedia nazista, per usare le parole di Mel Brooks.

La parte migliore del film sta proprio in questo contrasto tra uno scenario d’epoca e un genere moderno, nel cercare in ogni momento l’anacronismo, far parlare, muovere e cantare un bambino tedesco del 1945 come un bambino americano degli anni ‘80. Jojo (detto Rabbit perché al campo della gioventù hitleriana non è riuscito a uccidere un coniglio nella prova di coraggio e tutti lo hanno preso in giro), esce di casa correndo sulle note dei Beatles che cantano in tedesco, immagina e disegna gli ebrei come mostri e con i suoi anacronistici pigiamini interi pieni di pupazzetti fantastica assieme al migliore amico di andare a trovare Hitler in persona, il suo mito. Tutta la prima parte di Jojo Rabbit è una bomba di ritmo e trovate a sorpresa.

Perché questa gioiosa commedia è ambientata in un mondo di bulli, e Jojo vorrebbe disperatamente essere come loro, essere coraggioso e non esitare come invece fa davanti all’uccisione di un coniglio. Waititi è bravissimo a dipingere i nazisti intorno a lui come un branco di imbecilli ma anche a far capire che per Jojo sono dei modelli. Lui, così sensibile, davvero non è un buon nazista e per questo esagererà e si farà parecchio male. Altra cosa che non si direbbe mai. Dopo questo attacco fulminante però il film un po’ si siede, quando è il momento di smetterla di introdurre lo scenario e il tono, e cominciare a raccontare la storia non è così spavaldo come aveva fatto credere e diventa un filo più convenzionale.

Accadranno diverse cose a Jojo e alla madre (Scarlett Johansson) in questi terribili ultimi giorni della Berlino nazista, tra ebrei in fuga e giustizia sommaria, ma il film non supererà mai il suo attacco per inventiva e capacità di piegare tutto quel che sappiamo di un genere (il cinema di nazismo) con elementi così sfacciatamente moderni da essere adorabili. Un’attualizzazione è ridicola, cento possono essere sublimi. Se non fosse che Jojo Rabbit, il film, desidera così tanto normalizzarsi e gradualmente diventare sempre più accurato con il contesto, sempre più preciso con la ricostruzione e la messa in scena, fino a perdere ogni elemento moderno (l’unico rimarrà per l’appunto Hitler, l’amico immaginario, che parla come un cartone animato del Disney Channel) per diventa alla fine un film da dopoguerra, ci sarebbe da strapparsi i capelli.

Sicuramente questa mossa andrà incontro al gusto di molti, perché è soffice, rassicurante e offre in chiusura un po’ di lacrime convinte, ma è un peccato. Specialmente perché Taika Waititi ha la bravura di aver trovato per il ruolo protagonista Roman Griffin Davis, un bambino perfetto. Non solo un ottimo attore (del resto raramente il cinema americano ricorre a bambini attori scarsi) ma anche dotato del fisico e del volto perfetti. Dimostra meno dell’età che ha, e soprattutto si muove, sta seduto e guarda ancora con la postura e la faccia di un bambino piccolo mentre dentro di lui si agitano contraddizioni più adulte che sa esprimere con efficacia. Ovviamente la guerra lo costringe a crescere in fretta ma Roman Griffin Davis è capace a recitare la maturazione mentre il suo corpo dice il contrario.

Scarlett Johansson, Rebel Wilson e Sam Rockwell infine sono intelligenti a fare tutti da spalla a lui, gli si muovono intorno, lo aiutano quando serve e arricchiscono il suo viaggio disegnando personaggi impeccabili. Insomma Jojo Rabbit poteva davvero essere un capolavoro di contaminazione del linguaggio e di cinema che osa, invece si accontenta di accontentare tutti e diventa un film buono e al tempo stesso usuale.

Fonte : Wired