I mafiosi che sciolsero un bambino nell’acido e andarono a dormire 

11 gennaio 1996, esattamente ventiquattro anni fa, dopo due anni e mezzo di prigionia i mafiosi decisero di uccidere e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo. Giuseppe aveva soltanto quattordici anni (quindici li avrebbe compiuti otto giorni dopo, il 19 gennaio), e ne aveva solo 12 quando venne sequestrato.

Era un ragazzino entusiasta della vita, niente a che vedere con la tristezza dei mafiosi, con quella dei suoi carcerieri e dei suoi terribili carnefici. Gaspare Spatuzza, che partecipò al sequestro, raccontò che, insieme ad altri mafiosi, lo fermarono proprio all’uscita dal maneggio, la sua più grande passione, dicendogli di essere poliziotti e che lo avrebbero portato dal padre, che non vedeva da tempo perché collaboratore di giustizia. “Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. (…) Lui era felice, diceva ‘Papà mio, amore mio'”.

Ma quegli uomini non erano poliziotti, e Giuseppe non avrebbe più visto né il padre né altre persone, al di fuori dei suoi aguzzini. Il padre, Mario Santo Di Matteo (detto “Mezzanasca”), prima di iniziare a collaborare con i magistrati era un affiliato a Cosa Nostra. Venne arrestato il 4 giugno del 1993 e iniziò a raccontare al magistrato palermitano Giuseppe Pignatone ciò sapeva sugli attentati di mafia.

Il suo pentimento scatenò l’ira dei mafiosi, dei suoi ex amici, e Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato, ebbe il compito di rapire il figlio di Santino così da convincerlo a rimangiarsi ciò che aveva raccontato. Un primo avvertimento fu recapitato al nonno di Giuseppe, padre di Santo, con un biglietto su cui c’era scritto: “Il bambino c’è l’abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote”; dopodiché il nonno fu avvicinato da un altro mafioso che, dopo avergli mostrato una foto del ragazzo, gli disse: “Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie”.

I mafiosi spostarono più volte il piccolo Giuseppe, fino alle campagne palermitane, luogo del suo ultimo “carcere”.

Durante il periodo di sequestro Giovanni Brusca apprese dalla televisione che la Corte d’Assise di Palermo aveva condannato all’ergastolo lui e Leoluca Bagarella per l’omicidio di Ignazio Salvo. La notizia lo fece infuriare e per risposta diede a Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo l’ordine di uccidere il ragazzino.

Proprio uno dei killer, Vincenzo Chiodo, ha raccontato i dettagli macabri e orribili di come avvenne il delitto e di come, senza uno straccio di umanità, i tre andarono tranquillamente a dormire in un letto matrimoniale dopo aver eseguito l’ordine di Brusca.

“Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. ‘Sto morendo’, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino (…) abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”.

Per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo sono stati condannati all’ergastolo Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro (ancora latitante), Giuseppe Graviano, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacolone. Mentre a Monticciolo sono stati inflitti 20 anni di carcere, a Enzo Brusca 30 anni anche per altri omicidi di mafia, Chiodo 21 anni di reclusione e Spatuzza è stato condannato a 12 anni di carcere.

La narrazione comune vuole che Cosa Nostra non uccida donne e bambini. Questo omicidio, così efferato, è la prova del contrario, qualora ce ne fosse bisogno. Le mafie non hanno nessun codice d’onore, anzi. E il piccolo Giuseppe morì “scannato” senza nessuna colpa e senza potersi difendere. Ma la sua più grande vittoria è il ricordo della sua vita che viene celebrata da ragazzi che, con il suo esempio, hanno capito quale violenza possono le mani mafiose. E quando ne debbano stare lontano. 

Fonte : Agi