L’importanza di “andare oltre l’auto”

Dan Ammann, presidente della divisione di General Motors per la guida autonoma, ha dichiarato che è necessario “andare oltre l’auto”, parlandone come di una cosa del passato. Ma siamo pronti a fare a meno dell’automobile?

(foto: Oliver Berg/picture alliance via Getty Images)

In un post recentemente pubblicato su Medium, Dan Ammann, presidente di Cruise (la divisione della General Motors preposta allo sviluppo della guida autonoma), ha affermato che è giunto il momento di “andare oltre l’auto”. Nel post su Medium l’apicale di Cruise sviscera i mali dell’attuale mondo auto-centrico che provocherebbe problemi quali la congestione, le emissioni di carbonio, il sottoutilizzo dei veicoli (mediamente le vetture trascorrono la maggior parte del tempo parcheggiate in garage), oltre alle decine di migliaia di morti ogni anno causati da sinistri provocati da errori umani. “Lo status quo dei trasporti è rotto”, scrive Ammann, e ancora: “il nostro bisogno di trovare soluzioni migliori diventa ogni giorno più urgente”.

Interessanti e provocatorie le affermazioni di Ammann, il quale sostiene che viviamo in uno stato di dissonanza cognitiva dove l’auto a benzina, a propulsione umana, con un singolo occupante, resta il mezzo di trasporto primario. E queste parole sono ancora più sbalorditive se si pensa che a pronunciarle è un uomo che fino a poco tempo fa era presidente della General Motors, una delle aziende automobilistiche più grandi del mondo.

Quali sono le alternative proposte da Ammann? Leggendo il suo post si direbbe poche, poiché il dirigente smonta tutte le opzioni spuntate negli ultimi anni: dalla micro-microbilità, come le biciclette elettriche, i manopattini e gli scooter, che risolverebbero i problemi del primo/ultimo chilometro per un ristretto segmento della popolazione e solo in alcune comunità, ai servizi di ride sharing come Lyft o Uber, che secondo il dirigente non farebbero altro che “rafforzare lo status quo dell’auto”. E mettere mano ai servizi di trasporto pubblico conterrebbe troppi soldi. Quindi serve una soluzione efficace e a minor costo.

L’auto a guida autonoma di Cruise

L’unica alternativa realmente superiore allo status quo dell’auto, che va oltre essa, è la guida autonoma, capace di migliorare la sicurezza eliminando l’autista umano, ridurre le emissioni (Cruise, guarda caso, si basa su una flotta composta da Chevrolet Bolt elettriche) e diminuire la congestione aumentando la condivisione (con la conseguente ottimizzazione dei costi).

Ammann tesse le lodi della società che dirige, anche se Cruise negli ultimi mesi ha incontrato diverse difficoltà mancando l’obiettivo del 2019 del lancio su larga scala del servizio di taxi autonomi. La compagnia nei prossimi mesi non ha in programma di lanciare un prodotto commerciale, tuttavia ha pianificato di aumentare il numero dei veicoli autonomi in prova (le elettriche Bolt equipaggiate di tutto l’hardware per la guida autonoma) sulle strade di San Francisco.

La lettura di Dan Ammann si può sposare appieno, ma è una lettura che mal si addice al presente. Sì, perché l’auto a guida autonoma avrà pure tanti lati positivi, ma occorre aspettare ancora tanti anni affinché diventi di dominio pubblico, a causa di una tecnologia tutt’altro che matura (Waymo ne sa qualcosa) e di un comparto normativo non al passo coi tempi.

Le soluzioni alternative ci sono, ma devono essere valutate in un’ottica integrata. Ad esempio bici a pedalata assistita e monopattini elettrici saranno pure molto cool, ma vanno bene per alcuni porzioni di città e solo per utenti che rientrano in una specifica fascia di età. Infatti molti spostamenti vengono fatti su strade ad alto scorrimento dove questi mezzi sono vietati – e sarebbero pericolosi. In questi casi è quindi necessario utilizzare i mezzi di trasporto pubblici o servizi di car sharing.

Attualmente molti degli spostamenti vengono effettuati per recarsi da casa al luogo di lavoro; nei prossimi anni questo tipo di movimenti potrebbero diminuire grazie all’incremento del telelavoro. E, con meno spostamenti, diminuirebbe anche l’impatto dei veicoli sull’inquinamento.

In questo contesto dinamico l’attuale concezione dell’automobile, che nell’idea degli addetti al settore è ancora troppo statica, suona come un’idea obsoleta. Occorre quindi re-immaginare il prodotto auto, che, oggi, è fermo a livello concettuale agli anni della prima 500. La vecchia automobile è morta, a sentire chi ne sa. Come morta è l’auto come status symbol. Alle nuove generazioni dell’automobile frega relativamente, ma i carmaker continuano a fare le cose seguendo delle gerarchie di valori antiquate, inadeguate a una società in cambiamento. E, non a caso, molti stanno incontrando difficoltà.

Questi cambiamenti epocali che hanno reso fluida l’automobile vanno a braccetto con la riorganizzazione e riallocazione del personale del settore. Sono diversi gli esempi: Ford per far fronte al nuovo paradigma, che richiede ingenti investimenti, taglierà in Europa 12mila posti di lavoro, pari al 20% del personale; la stessa Gm, a seguito della chiusura degli stabilimenti di Usa e Canada, diminuirà la forza lavoro di 4mila addetti; e poi c’è Volkswagen, che per la trasformazione digitale, entro il 2023, taglierà 4mila risorse umane ma ne assumerà 2mila specializzate nell’It. È presto per decretare la fine della cara vecchia auto? Forse: ma di certo i primi segnali della rivoluzione sono lì, a saperli leggere.

Fonte : Wired