The Lady in the Van, la recensione del film con Maggie Smith

Ci sono storie vere che sembrano destinate a finire su grande schermo, che possiedono già nella loro reale essenza tutte le coordinate e dinamiche narrative per dar vita a un racconto ricco di emozioni. Tra le tante quella di Mary Shepherd, anziana senzatetto che ha vissuto per quindici anni in un furgone, era un’occasione irrinunciabile, anche se la sua diffusione deve tutto (o quasi) alla partecipazione dell’altro effettivo protagonista della vicenda, lo scrittore e drammaturgo Alan Bennett, che per tutto quel lungo periodo di tempo si è preso cura della scorbutica vecchietta, trasportandone poi le fasi più salienti in un libro biografico nel 1990, a un anno dalla scomparsa della donna.
Un grande successo di critica che ha poi visto altri due adattamenti, prima in una commedia teatrale e poi in uno sceneggiato radiofonico, nei quali a interpretare la Shepherd è stata Maggie Smith, ritornata a vestire il ruolo anche nell’incarnazione per il grande schermo di The Lady in the Van, distribuita nel 2015 e sceneggiata dallo stesso Bennett.

Una vita da raccontare

Alan Bennett è uno scrittore che negli anni ’80 abita nel quartiere di Camden Town, a Londra, senza veri e propri amici e relazioni sentimentali. La persona che paradossalmente gli è più vicina, oltre alla premurosa madre che ogni tanto gli fa visita, è l’anziana Mary Shepherd, una donna che vive in condizioni di estrema povertà all’interno di un vecchio furgoncino. Il mezzo viene parcheggiato di giorno in giorno davanti a diverse abitazioni della via e la vagabonda viene aiutata dai vari condomini, pur se vista da alcuni in maniera non proprio benevola.
Bennett, che è solito dialogare con un’altra versione di se stesso (l’autore è sdoppiato infatti nella variante creativa e in quella che si presenta al mondo esterno), propone a Mary di posteggiare il furgoncino nel suo vialetto per evitare potenziali multe/rimozioni e le gratuite molestie da parte di alcuni bulli, rendendo il loro rapporto sempre più stretto e scoprendo dettagli inediti sul passato della sua bisbetica “ospite”, un’ex suora che in gioventù aveva un grande talento per il pianoforte.

Tanto da dire

Una commedia dolce-amara venata da una struggente ma catartica malinconia, che riesce a commuovere e a offrire notevoli spunti di riflessione nel corso dei suoi cento minuti di visione. The Lady in the Van (disponibile anche nel catalogo di Amazon Prime Video) sconfigge così la parziale monotonia dell’intreccio, con pressoché un’unica, ridotta ambientazione a far da sfondo alla totalità del film, e offre spazio a molteplici sfumature nella semplicità di una messa in scena dove risate e lacrime viaggiano di pari passo.
Dopo un prologo che anticipa parzialmente il colpo di scena finale, è la strada dove hanno avuto luogo i reali eventi a caratterizzare l’insieme, così come la dimora del vero Bennett – qui interpretato in versione doppelganger da un ottimo Alex Jennings. Il tema del doppio, pur essendo effettivamente ininfluente nelle svolte dell’intreccio, offre un po’ di verve alla fase verbale, con i botta e risposta tra le due “anime” dello scrittore che offrono modo di evitare gratuiti voice-over e lasciano campo aperto a divertenti scambi di battute.

Il regista Nicholas Hytner richiama gran parte del cast del suo precedente History Boys (2006) per affidargli i piccoli, ma incisivi, ruoli secondari e lancia a briglia sciolta una straordinaria Maggie Smith, come detto sopra già navigata nel ruolo, che illumina il racconto con una performance magnifica e magnetica, capace di creare un profondo legame empatico con il pubblico. Tra istinti sociali, nel mostrare come spesso i poveri ed emarginati siano vittima di pregiudizi e ingiustificato astio, un paio di stoccate a certa ipocrisia ecclesiastica e toni leggeri da british humor che permeano anche le fasi più toccanti e drammatiche, l’operazione possiede cuore e personalità da vendere.

Fonte : Everyeye