Che fine ha fatto l’Isis e perché il pericolo non è ancora finito

Le nuove tensioni tra Iran e Stati Uniti e gli sviluppi militari in Iraq e Siria hanno riportato all’onore della cronaca la situazione del cosiddetto Stato Islamico, soprattutto dopo l’annunciato stop dell’attività degli uomini della coalizione internazionale guidata dagli Usa. I miliziani di Daesh, secondo l’acronimo usato per definire l’organizzazione jihadista salafita, benché sparigliati nelle zone desertiche tra Siria e Iraq rappresentano ancora una preoccupazione per la stabilità della regione mediorientale, nonostante l’uccisione dell’autoproclamato califfo nero Abu Bakr al Baghdadi.

Isis, ora è un problema europeo: il caos in Siria spalanca le prigioni

I conflitti in Siria e Iraq hanno attirato oltre 40.000 combattenti stranieri, i cosiddetti foreign fighters che hanno viaggiato in Medio Oriente per unirsi ai ranghi dello Stato islamico. Le stime parlano di almeno 5.000 combattenti stranieri jihadisti provenienti dall’Europa. Se oltre 1.500 sarebbero già tornati nei loro paesi d’origine, almeno mille islamisti potrebbero essere ancora nei territori tra Siria e Iraq dove ancora le autorità di Damasco e Baghdad non riescono a ristabilire un pieno controllo. Questi viaggiatori jihadisti comprendono non solo maschi adulti, spesso con esperienza di combattimento, ma anche donne e bambini.

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Fasi di espansione e ritirata dello Stato Islamico in Siria e Iraq in un’infografica Ansa-Centimetri

Con la fine dell’egemonia del Califfato sui territori siriani e iracheni e la progressiva avanzata degli eserciti regolari di Damasco e Baghdad, la maggior parte dei paesi europei non si è impegnata attivamente a rimpatriare i propri combattenti stranieri dalla Siria e dall’Iraq. Un problema esploso in particolar modo dopo i contrasti sorti tra curdi e Turchia nel Rojava siriano dove migliaia di miliziani jihadisti sono stati liberati dalla custodia delle milizie ypg curde. 

L’Italia in particolare ha rimpatriato nel giugno 2019, Samir Bougana, un uomo di 25 anni di origine marocchina che dopo essersi unito alle milizie di Isis ell’agosto 2018 si arrese all’YPG. L’uomo è ora in attesa di processo in prigione. Un altro caso simbolo è stato vissuto lo scorso novembre quando è stato rimpatriato Alvin Berisha, un bambino di 11 anni cresciuto nel nord Italia con la sua famiglia albanese. Alvin era stato rapito nel 2014 dalla madre che dopo essersi unita al “Califfato” era rimasta uccisa in un raid aereo. 

Isis rappresenta ancora un pericolo?

In un dossier l’istituto per gli studi politici internazionali spiega come la minaccia di foreign fighters pesi ancora su decine di paesi europei, che vanno dalla Finlandia ai Balcani occidentali.

Secondo gli ultimi dati ufficiali del ministero dell’Interno i rischi per l’Italia sono più limitati rispetto agli altri paesi europei, ma si stima che circa 140 foreign fighters sarebbero in qualche modo collegati al nostro Paese. Molti meno rispetto ai quasi duemila francesi e 600 belgi che avrebbero preso le parti del califfato nero. Per lo più, secondo uno studio di ISPI, sarebbero immigrati di prima generazione, nati all’estero (il 50% nei paesi del maghreb, ndr) e provenienti da contesti economico culturali modesti.

In particolar modo il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho lo scorso ottobre ha precisato che dei 10 foreign fighters individuati sul territorio italiano tre sono stati arrestati e sette sono stati attentamente monitorati dalle forze di polizia. 

Fonte : Today