Tolo Tolo, ovvero Checco Zalone senza Nunziante: un esordio da record

Impressionante Checco Zalone. Al netto delle polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film e delle successive mosse, provenienti soprattutto da una politica sovranista che male ha accettato la provocazione e la critica del comico pugliese, Tolo Tolo continua a macinare incassi e a segnare record. In appena sette giorni di programmazione, la commedia di Zalone si è portata a casa l’esorbitante cifra di 33 milioni di euro, somma momentanea che supera comunque quella intera di Avengers: Endgame e di Joker, avvicinandosi prepotentemente ai 37 milioni de Il Re Leone, che resta il film con il miglior incasso al box office italiano del 2019. Un record, questo, che Tolo Tolo non potrà battere essendo uscito il primo giorno di gennaio 2020, ma con cui viene ugualmente confrontato data la release “ponte” e mirata per le festività.

Dell’irriverente e politicamente scorretta commedia di Checco Zalone ne abbiamo ampiamente parlato nella nostra recensione di qualche giorno fa, in queste righe vogliamo invece discutere dell’esordio alla regia del comico e del suo debutto autoriale a tutto tondo, avendo scritto e diretto il progetto nato da un’idea di Paolo Virzì. Significa metterlo brevemente a confronto con il suo amico e collega Gennaro Nunziante, regista di tutti i precedenti film di Luca Medici la cui cifra stilistica e poetica commediata è stata qui bypassata da sensibilità ed esigenze differenti.

Zalone senza Nunziante

Un chiaro fil rouge del cinema zaloniano a firma Nunziante è quello dell’attualità sociale, discostato però in qualche modo e non per forza volontariamente da quella politica. È un aspetto interessante perché si nota in ogni film, da Cado dalla Nubi a Quo Vado?
L’intenzione è fare satira senza prendere posizione, approfondendo le contraddizioni degli Italiani attraverso la maschera di Checco. Poco conta che si rida poi dell’estremismo leghista o di una filosofia democristiana votata all’accaparramento di poltrone e introiti senza distinzioni tra destra o sinistra, perché sono temi insiti nella società, che il paese si trascina dietro. Si sorride e si gioca sporco (nei modi e nel linguaggio) con tante situazioni differenti, che toccano al cuore realtà complesse come quelle delle comunità LGBTQ o anche delle minoranze, senza ovviamente contare la sempiterna presenza del massacro divertito a “usi e costumi” del Mezzogiorno, soprattutto della Puglia, regione d’origine di entrambi.
La satira in questo contesto è la chiave di volta dei film, che tiene molto più allo sviluppo del contenuto comico che alla forma o alla tecnica, disinteressandosene totalmente.

Non una commedia all’italiana vicina a quella dei Padrinobile, esaustiva, cinematograficamente ricercata – ma una copertura filmica per mettere in scena un one man show dissacrante e spassoso, espressione del modus operandi di Zalone spinto e aiutato dalla penna e dalla mano di Nunziante, che ha sempre cercato di assecondare e mai modificare questo tipo di umorismo popolare senza appigli, quasi cabarettistico e con scherzi e battute alla rinfusa senza un reale filo logico, facile e super partes come tanto piace a una stragrande maggioranza di audience.

In Tolo Tolo il discorso cambia. Resta al cuore un film in tutto e per tutto di matrice zaloniana che guarda però al passato, a Dino Riso e ad Alberto Sordi soprattutto. Il germoglio dell’idea proviene da Virzì, che doveva dirigere il film secondo le sue vibrazioni autoriali. Proprio come Ella & John e in parte anche La pazza gioia, inizialmente doveva essere un raod trip movie che attraversava “con indifferenza” le tragedie della guerra, ma tra le mani di Zalone è divenuto altro, un titolo profondamente critico nei confronti di una deriva sovranista odierna e aperto all’accettazione del diverso, cucito addosso all’umorismo espressionista di Luca Medici.

Si perde generalizzazione delle battute e si guadagna più struttura, tanto che essendo rimesso in buona sostanza a un solo tema e mirato esclusivamente a quello, il divertimento risulta spesso inferiore ai precedenti progetti dell’artista. Anche lo humor è più caustico perché palesemente di parte, questa volta spesso anche in modo involontario.

C’è sempre quella voglia di ridere della società e delle contraddizioni che risiedono in essa, eppure il dramma degli immigrati si tira fisiologicamente dietro le ire di una parte più conservatrice e rabbiosa della politica e del popolo italiano, rendendo il film più difficile da digerire perché specchio di una situazione complicata su cui si giocano ormai da anni le campagne elettorali del Paese.
Questo rende Tolo Tolo l’opera più nobile e coraggiosa di Checco Zalone, dove riversa per giunta molto più di se stesso, di Luca Medici e non della maschera che indossa da anni. Lo fa su carta e dietro la macchina da presa, anche solo decidendo di cimentarsi in un viaggio tanto incerto e complicato con passaggi maldestri in CGI e animazione tradizionale. Lo fa anche scegliendo di prendere posizione in un momento tanto delicato del nostro Paese, culturalmente, eticamente e moralmente parlando. È un film che si assume i rischi e dipinge con tratti pagliacceschi l’Uomo Italico contemporaneo, rendendo nobile (qui sì) lo scherzo perché figlio di una scelta autoriale operata a monte: raccontare crisi e sofferenze reali attraverso la macchina della finzione comica. Così personale da firmarsi con il suo vero nome.

Fonte : Everyeye