Ecco perché il cambiamento climatico è il principale responsabile degli incendi in Australia

Ci sono altri fattori concorrenti – come le decine di persone che hanno deliberatamente appiccato fuochi – ma il riscaldamento globale resta senza dubbio l’elemento decisivo in termini di numero, ampiezza e durata degli incendi

Un canguro osserva l’incendio della savana alla periferia di Nowra (foto: Saeed Khan/Getty Images)

In parallelo alle notizie di cronaca che si rincorrono a proposito della situazione degli incendi in Australia, negli ultimi giorni si è riacuito il dibattito tra due posizioni contrapposte: da un lato c’è chi ritiene (come vedremo, con buone ragioni scientifiche) che un ruolo chiave in questi eventi eccezionali sia da attribuire ai cambiamenti climatici in corso, e dall’altro chi pensa si tratti di responsabilità strettamente individuali, scaricando la colpa su uno sparuto numero di persone accusate di aver dato il via alle fiamme. E il dibattito non è solo un flame da social network: nelle fila di chi rifiuta l’ipotesi climatica, infatti, va incluso anche lo stesso governo australiano, soprattutto per l’ostinato negazionismo perpetuato dal premier Scott Morrison.

Anche se lo scenario è complesso – e ha più senso parlare di concause che considerare le due tesi come se una escludesse per forza l’altra – una serie di elementi evidenziati dagli esperti rende chiaro che le anomalie del clima sono molto più determinanti di tutto il resto. Ecco, in sintesi, cosa dicono gli scienziati in proposito.

Anzitutto, fa caldo e c’è secco. Più del solito

Partiamo da alcuni dati di fatto statistici. L’anno appena concluso è stato per l’Australia il più caldo in assoluto (e il secondo a livello globale) da quando si eseguono misurazioni sistematiche. A livello di temperature massime, la media è stata di oltre due gradi superiore rispetto ai valori registrati nelle serie storiche dell’ultimo secolo, e in particolare di mezzo grado più alta rispetto a quello che finora era stato l’anno record, il 2013.

Non molto diversa la situazione delle precipitazioni: secondo i dati ufficiali dell’Australian Government Bureau of Meteorology, il 2019 è stato anche l’anno con meno millimetri di pioggia caduti (perlomeno dal 1900 in avanti), e rispetto alla media è venuto a mancare circa un terzo delle piogge. Combinando questa anomalia con il caldo record, è fuor di dubbio che si abbia la condizione più secca in assoluto.

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Come se non bastasse, il mese di dicembre è stato un record-nel-record, perché i termometri hanno registrato il giorno più caldo di sempre per il Paese, con una media nazionale di 42°C e aree in cui la temperatura ha toccato i 49°C. Va da sé, infine, che con l’inizio della stagione estiva australiana le precipitazioni sono quasi azzerate, e le prospettive per le prossime settimane sono – sulla base dei trend climatici stagionali – di un ulteriore inasprimento delle temperature e della siccità.

Se fin qui si tratta di dati e statistiche incontestabili, altrettanto assodata dal punto di vista scientifico è la correlazione tra queste condizioni e la maggior devastazione associata agli incendi. Nella vegetazione più secca, infatti, il fuoco attecchisce con più facilità, le fiamme permangono più a lungo, la potenza sprigionata è superiore, gli incendi non si riescono a estinguere con interventi ad hoc e dunque le aree in cui il fuoco si propaga sono più ampie.

Le anomalie sono effetto del cambiamento climatico

Calore estremo e piogge scarse non sono un fatto straordinario dettato dal caso, ma il risultato di ben note dinamiche di circolazione dell’aria e delle acque, a loro volta determinate dal riscaldamento globale. Come ha spiegato in un post molto apprezzato su Facebook il ricercatore Giorgio Vacchiano dell’università di Milano, nel corso dell’ultimo anno si è assistito all’intensificazione di un effetto noto come dipolo dell’Oceano indiano, che in pratica genera una asimmetria nella temperatura delle acque tra parte orientale e occidentale dell’oceano, e di conseguenza comporta l’invio di aria più umida verso le coste africane (da cui le precipitazioni anomale) e aria più secca verso l’Australia. L’intensità di questo dipolo è stata già scientificamente correlata con il riscaldamento globale.

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In combinazione con questo fenomeno, sempre da imputare al cambiamento climatico (e in parte al buco dell’ozono) è l’alterazione di alcune dinamiche generali della circolazione atmosferica. In particolare, per quanto riguarda l’atmosfera sopra il territorio australiano, si sta assistendo a una modifica dei venti del cosiddetto Southern Annular Mode, con un progressivo spostamento verso Nord dei venti anti-alisei occidentali, i quali di fatto d’estate fanno arrivare sul Paese ulteriore aria calda e priva di umidità, e allo stesso tempo riducono la quantità di precipitazioni durante l’inverno. A ciò si aggiungono poi gli eventi estremi, finora considerati rari, come quello che 4 mesi fa ha fatto salire improvvisamente di 40°C la temperatura della stratosfera sopra l’Antartide, facendo convergere nei cieli australiani (come ha spiegato Vacchiano) altre masse d’aria con le stesse caratteristiche, attraverso un vento asciutto e composto da aria calda. E la mancata attivazione di El Niño ha fatto il resto.

L’altro aspetto da tenere in considerazione è che gli ultimi mesi si inseriscono all’interno di un trend ormai evidente, il quale genera una serie di circoli viziosi. La temperatura media del Paese è salita di un grado nel corso dell’ultimo secolo, riducendo insieme alla pioggia anche la crescita della vegetazione, e di conseguenza determinando la generazione di vaste aree inaridite o colpite dalla siccità che faticano a rinverdirsi. Di conseguenza, le zone potenzialmente incendiabili stanno diventando sempre più estese, e infatti ciò che rende eccezionale la portata degli attuali incendi è anche il coinvolgimento di ecosistemi che di solito non sono avvolti dalle fiamme.

Qualche incendio ha origine dolosa, ma fa poca differenza

La notizia della presenza di un certo numero di piromani non è di per sé una bufala, ma una volta riportata nelle corrette proporzioni ha una rilevanza piuttosto marginale rispetto al quadro generale. Prima di tutto, la storia delle oltre 180 persone fermate dalle forze dell’ordine per aver appiccato un incendio si è rivelata un’esagerazione, nel senso che il numero confermato degli accusati di dolo è fermo a 24, mentre tutti gli altri sono stati fermati per altre ragioni, come l’aver appiccato un incendio in modo colposo o il mancato rispetto di alcune norme di sicurezza (fiammiferi e sigarette accese gettate a terra, per esempio). Anche la chiacchiera della prevalenza di minorenni tra i fermati è una montatura, perché la stragrande maggioranza delle persone prese in carico dalle forze dell’ordine (143) è maggiorenne.

In generale, comunque, per l’Australia le statistiche indicano che solo la metà degli incendi ha origine per cause antropiche (contro il 95% a cui siamo abituati in Italia), e in questa metà vanno inclusi anche tutti i roghi di origine colposa e quelli attribuiti a guasti elettrici o ad altre attività umane. L’altra metà dei casi è invece da imputare ai fulmini, che sono a loro volta correlati ai fenomeni meteorologici e in parte auto-alimentati dall’effetto del fumo dei roghi. Va detto, poi, che in media hanno conseguenze più gravi – in termini di ettari bruciati, di durata e di effetto sugli ecosistemi – quelli che si originano in aree remote e meno accessibili, che quasi sempre sono dovuti a fulmini che insistono su zone aride e proseguono per giorni senza che i pompieri possano fare granché.

La fase di accensione di un incendio non è però l’unica che conta, ma anzi è solo un tassello di un puzzle ben più ampio. A contribuire alla difficile situazione attuale, infatti, sono soprattutto le complicazioni nel contenimento e nello spegnimento delle fiamme: operazioni ancora più ardue del solito proprio per le ragioni di temperatura (alta) e umidità (bassa) raccontate sopra, che creano il mix perfetto affinché l’incendio possa propagarsi in condizioni ideali.

Colpa del clima o piromani, dunque?

Che qualche decina di roghi appiccati intenzionalmente possa essere il motivo principale (o addirittura l’unico) di ciò che sta accadendo in Australia è una tesi poco sostenibile alla luce delle evidenze scientifiche. Ciò non significa negare che il problema dei piromani esista, ma confinarlo al proprio ruolo tutto sommato secondario se si considera la situazione nel suo complesso.

D’altra parte, né la presenza dei roghi né l’azione incendiaria di qualche scellerato sono novità di questa stagione. A fare la differenza sono soprattutto le condizioni meteo-climatiche in cui le combustioni stanno avvenendo, e ciò a parere pressoché unanime della comunità scientifica è da attribuire al cambiamento climatico (qui alcuni approfondimenti in proposito pubblicati da Time e New York Times nelle ultime ore). Purtroppo, sia perché l’estate australiana è appena all’inizio sia per le previsioni dei modelli climatici per i prossimi anni, pare che il peggio debba ancora venire.

Fonte : Wired