Perché il tentativo italiano di mediare in Libia è fallito

Una girandola di appuntamenti – sia del premier Giuseppe Conte che del ministro degli Esteri Luigi Di Maio – si è risolto in un nulla di fatto, inceppando il ruolo dell’Italia nella crisi in Libia

(foto: Riccardo Pareggiani/Getty Images)

Il governo italiano non è riuscito a imporsi come mediatore nel risolvere le ultime escalation nella crisi in Libia, un paese del Nord Africa in guerra civile dal 2011, in cui si fronteggiano due fazioni opposte: quella del premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al Serraj e quella del generale Khalifa Haftar. Proprio alcuni giorni fa, le milizie di Haftar avevano preso il controllo di Sirte, città nel nord del paese che si affaccia sul Mediterraneo, togliendola al governo di Serraj: un segnale che evidenzia le distanze e gli scontri fra i due che hanno visto fallire, finora, qualsiasi mediazione tramite la via diplomatica.

L’azzardo del premier Giuseppe Conte che ha tentato un doppio incontro a palazzo Chigi con entrambi gli esponenti – con l’obiettivo di avvicinare un dialogo asserendo all’Italia il ruolo di ponte fra le due fazioni – è sfumato all’ultimo, declassando di fatto il ruolo italiano di mediatore nella crisi libica. Allo stesso tempo, poi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non ha firmato il documento sulla Libia al termine del vertice del Cairo, in quanto troppo sbilanciato, secondo lui, nei confronti di Haftar. Peccato che la fazione di Serraj che Di Maio voleva difendere ha comunque dato buca all’Italia qualche ora dopo.

Cosa è successo ieri

Ma ripercorriamo gli ultimi sviluppi con ordine. Nel primo pomeriggio di ieri Conte ha incontrato a sorpresa Haftar a Palazzo Chigi, in una visita durata oltre tre ore. Durante l’incontro, però, diverse fonti avevano fatto trapelare ai giornali che in serata Conte avrebbe incontrato anche Serraj, impegnato durante la mattina in diverse riunioni a Bruxelles con i leader delle istituzioni europee. Il premier libico, però, decide all’ultimo di non volare alla volta di Roma annullando l’incontro.

Come spiega Agi, alcune fonti del governo di Tripoli hanno chiarito che Serraj ha deciso di non incontrare il premier Conte dopo aver saputo della presenza nella capitale del rivale Haftar. Insomma, per opinione comune della stampa italiana è che si è trattato semplicemente di un pasticcio che evidenzia ancor di più la marginalità che ha assunto l’Italia in Libia, paese che fra l’altro fu nostra colonia fino al 1943 e con cui sono proseguite dinamiche diplomatiche e commerciali, anche piuttosto note. Che si sia trattato di un errore di protocollo – incontrare prima Haftar che il premier riconosciuto dalla comunità internazionale – o logistico – non avvisare per tempo Serraj della presenza del rivale – certo è che l’intento originario è andato in fumo.

Altra questione che va a sommarsi alle difficoltà del governo nel fronteggiare la questione è la missione di Di Maio in Egitto, dove ha incontrato i suoi omologhi di Francia, Egitto, Cipro e Grecia, gruppo di paesi più sensibile alla fazione di Haftar. Qui c’è stato il secondo colpo di scena della giornata: il nostro ministro non ha firmato la dichiarazione finale. Una scelta che lo stesso Di Maio giustifica con la necessità di non spaccare l’Unione Europea su un tema tanto delicato. La sua richiesta è stata quella di smussare la dura posizione nei confronti di Ankara e del governo di accordo nazionale libico guidato da Fayez al Serraj. In sostanza, Di Maio ritiene troppo sbilanciata la dichiarazione finale.

Le mosse di Russia e Turchia

L’Italia perde terreno, ma altri attori internazionali stanno guadagnando un ruolo di spicco in Libia. È il caso di Turchia e Russia. Se il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sostiene Serraj – negli ultimi giorni ha inviato del personale militare turco – il governo russo è vicino al generale Haftar. Eppure Putin e Erdogan sembrano indirizzati nella via diplomatica di mediazione. I due presidenti, infatti, si sono incontrati ieri a Istanbul e, in un comunicato congiunto, hanno proposto una soluzione pacifica delle violenze con un cessate il fuoco a partire da domenica 12 gennaio. Una scelta che, se avrà successo, potrebbe far guadagnare terreno ai due paesi, a scapito di quelli con cui tradizionalmente la Libia ha avuto un dialogo forte, come l’Italia.

Fonte : Wired