Hammamet: la recensione del film su Craxi con Pierfrancesco Favino

Chi si aspettava di trovare un punto di vista chiaro e risolutivo sulla parabola di Bettino Craxi rimarrà probabilmente deluso dal nuovo film di Gianni Amelio. Insieme al cinema, spesso altre forme di intrattenimento hanno la capacità di insinuarsi nelle pieghe stropicciate della Storia senza distenderle, accontentandosi piuttosto di raccontare segni, cancellature e scarabocchi che si traducono in conflitti, contraddizioni e rimpianti. Forme come il teatro, ad esempio, cui Hammamet deve molto per almeno un paio di ragioni.
La maschera di Favino, innanzitutto. Il trucco è davvero impressionante (cinque ore e mezza ogni giorno, prima di girare), inoltre l’attore romano riesce a replicare sia andatura, tic e movenze dell’ex-capo del PSI, sia a far emergere i tratti tipici del proprio talento: è forse il solo in Italia in grado di padroneggiare così bene lo sguardo, insieme all’abilità di esprimere forza e compostezza nella stessa scena. Ma soprattutto il nuovo lavoro di Gianni Amelio sembra girato su un palcoscenico: è un prodotto “verboso”, in cui si parla davvero molto, per quasi tutta la sua durata. Craxi discute, parla con tutti, e quando affronta un dialogo a imporre la conversazione è solo e sempre lui. Autoritario e autorevole, ma anche ferito, scosso, claudicante e anche un po’ infantile.
Hammamet parte da qui, dalle confessioni di un ex-leader in un memoriale che non dà risposte ma invita a domandarsi perché una figura tanto importante per la politica italiana, nel bene e nel male, sia stata totalmente rimossa dalla memoria e dal dibattito dal giorno della sua morte, avvenuta esattamente vent’anni fa.

Un leader ad Hammamet

Il Presidente viene chiamato solo così, i suoi familiari hanno nomi diversi dalla realtà e ci sono personaggi totalmente inventati per dare senso drammaturgico alla storia. Non c’era bisogno di essere fedeli, dice Amelio. Il regista mostra invece molta attenzione alla verosimiglianza dei luoghi, nei confronti dei quali sia Craxi che le persone a lui vicine, comprese i visitatori dall’Italia, manifestano una familiarità ambivalente. Da una parte le dinamiche della ricchezza all’interno di una grande villa con scorta e servitù, quasi come si vivesse ancora sulla cresta dell’onda; dall’altra i segni del tempo e le crepe, il bianco rovinato delle mura e il giardino non proprio curato che segnano una dimora difficile da vivere come totalmente propria, una metafora del decadimento del protagonista.
C’è un generale senso di disordine a guardare Hammamet: gli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi in Tunisia non seguono un andamento omogeneo e lineare, le discussioni e i confronti avvengono senza soluzione di continuità generando uno smarrimento che si avverte fino alla fine. Così come è sfumato il confine della materia trattata nei dialoghi: quanto si parla di politica, di giudici e tangenti e quanto invece vediamo scavare nell’intimità di un uomo che insieme al suo passato deve fare i conti con la sua famiglia? La parti migliori del film sono quelle in cui le due dimensioni si intersecano, rivelando una personalità incapace di adottare mezze misure.

Padri e figli, ancora una volta

Nel film La tenerezza, Gianni Amelio raccontava di padri e figli, di rapporti che nascono tra uomini anziani, ma tutt’altro che rassegnati, e ragazzi che diventano quasi “figli putativi”. Allora, Renato Carpentieri interpretava un avvocato in pensione che “adottava” una ragazza per sopperire alle mancanze dei figli. Buona parte di Hammamet è anche questo, ovvero uno spaccato su conflitti familiari irrisolti a causa di caratteri inconciliabili. Non solo. Anche qui ritroviamo una figlia che ama suo padre senza essere corrisposta come vorrebbe e un giovane personaggio esterno che si inserisce tra i rapporti di sangue. Ma le analogie continuano, perché anche in questo caso c’è un figlio maschio che sembra girare a vuoto. Non Stefania, ma Anita (omaggio a Garibaldi, amatissimo da Craxi); senza nome, invece, quello che avrebbe dovuto chiamarsi Bobo.

E non sono i soli riferimenti al cinema di Amelio: Fausto, il ragazzo misterioso (e pericoloso) che penetra nella villa, si chiama come il protagonista del suo primo film, Colpire al cuore. Nel 1983, oltre agli anni del terrorismo, il regista esordiva con una storia in cui un padre e un figlio si cercavano senza trovarsi.
Stavolta i suoi stilemi si fondono con la Storia secondo il canone tragico: forse, i figli degli amici traditi cercheranno vendetta generando un corto circuito umano e generazionale. Quindi, necessariamente politico.

Fonte : Everyeye