L’Italia ripudia la guerra: ricordiamocelo e riportiamoli a casa

In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità”. Ci permettiamo di dare un piccolo consiglio al Presidente Giuseppe Conte: c’è un modo molto semplice e a prova di Costituzione italiana per tutelare i nostri militari in Iraq, forse l’unico realmente efficace. Riportarli a casa, ora, subito, senza indugi, e fare definitivamente chiarezza sul ruolo delle nostre truppe impegnate nelle missioni militari all’estero. Abbiamo il privilegio di vivere in un luogo che da decenni non conosce l’orrore della guerra. Ma il privilegio porta con sé anche una enorme responsabilità, quella di coltivare, far crescere e vivere la cultura del pacifismo, della nonviolenza come azione, pratica quotidiana e non solo pensiero. Stupisce che il pensiero radicalmente e profondamente pacifista manchi nel dibattito pubblico, come dovrebbe stupire che le forze politiche siano così timide e recalcitranti nel caricarsi del peso e della responsabilità di dire parole chiare sulla necessità di ripudiare ogni conflitto, con gesti chiari e di rottura.

Non si tratterebbe solo di una svolta pacifista, di una inversione di rotta rispetto alle politiche dei governi precedenti (ah, la tanto decantata “discontinuità” di Zingaretti…). Ma di una decisione ragionevole, dato il mutato quadro politico internazionale e il contesto in cui si troverebbero a operare le nostre truppe. Un contesto che rischia di mettere a repentaglio l’incolumità dei militari italiani e anche (una volta di più) la percezione del lavoro che le nostre truppe hanno svolto e stanno svolgendo in territorio iracheno.

L’attacco di Donald Trump, le sue parole di fuoco (con la minaccia, poi edulcorata, di veri e propri crimini di guerra ai danni del patrimonio culturale iraniano), la risposta iraniana, l’orientamento del parlamento iracheno: non c’è una sola condizione che giustifichi la permanenza del contingente italiano, la cui presenza (discutibile da sempre, a parere di chi scrive) è stata nel corso del tempo giustificata nei modi più disparati, con compiti adeguati alle necessità del momento. È chiaro che l’iniziativa unilaterale statunitense abbia inciso in maniera forse irrecuperabile sull’equilibrio delle relazioni tra le truppe straniere e la “popolazione” locale (nel senso più ampio possibile del termine). E dunque, nei fatti, gli italiani dovrebbero operare in un contesto mutato, che (pur tra tante sfumature e scenari possibili) ora si traduce con una sola parola: guerra.

E la guerra “rifiuta qualsiasi regola”, come ci ricorda Emergency, annientando anche le differenze e le sfumature. Di fatto, la presenza delle truppe italiane nell’Iraq in guerra, oltre a essere intrinsecamente rischiosa (e le notizie di queste ore rafforzano questo timore) è contraria anche a un assunto base della nostra Costituzione, l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Già, l’Italia ripudia la guerra. Ogni tanto qualcuno dovrebbe anche ricordarselo.

Fonte : Fanpage