Piccole Donne, recensione: Greta Gerwig come Louisa May Alcott

Pensare oggi a un romanzo come Piccole Donne, il più famoso scritto da Louisa May Alcott, potrebbe sembrare – almeno superficialmente – qualcosa di anacronistico, di fuori dal tempo. La prima edizione del libro risale infatti al 1868, un’epoca che oggi appartiene di fatto soltanto ai libri di storia, con il progresso tecnologico avvenuto negli ultimi 50 anni ci sentiamo cittadini di un mondo lontano anni luce da quello delle piccole Meg, Jo, Beth e Amy, le sorelle protagoniste del volume (che in origine era suddiviso in due libri differenti, riuniti poi nel 1880).
Qualcuno però – l’attrice, la produttrice, la sceneggiatrice e la regista Greta Gerwig – ha ben pensato di aggiornare l’opera e renderla estremamente attuale nelle tematiche, lasciando invariata la sua ambientazione.
A più di 150 anni dall’uscita del libro ritroviamo così Meg, Jo, Beth e Amy pronte ad affrontare il loro percorso di formazione tutt’altro che lineare, reso estremamente dinamico da una “piccola donna” che si può ormai annoverare fra le grandi. Ma qual è stato, essenzialmente, il lavoro svolto da Greta Gerwig?

Piccole donne crescono

La storia alla base di Piccole Donne dovrebbe essere ormai parte della nostra cultura, un passaggio imprescindibile per chiunque muova i primi passi nel mondo della letteratura classica – e non solo dal punto di vista femminile. Negli ultimi anni poi la stessa vita di Louisa May Alcott è riemersa dalle sabbie a mo’ di esempio per le giovane generazioni, poiché si parla di una donna che – spinta da particolari condizioni di povertà – è stata in grado di lavorare e provvedere al suo sostentamento con il proprio talento, in un’epoca in cui la massima ambizione per una ragazza adolescente era spesso accaparrarsi un buon marito per vivere sostanzialmente di rendita, in casa.
La Gerwig, reduce dal successo di Lady Bird, ha dunque pensato di fondere insieme diversi strati di storie e significati: il suo Piccole Donne non è assolutamente un rifacimento 1:1 dell’opera originale, al contrario possiede spunti personali della sceneggiatrice/regista ed elementi presi di peso dalla vita della stessa Alcott. Il tutto messo insieme, oltre che con una scrittura delicata e sensibile, con un montaggio filmico davvero particolare, che richiede allo spettatore una visione attiva, mai passiva, con il cervello sempre ben sveglio e attento ai piani temporali.

Percorsi di formazione

Sullo schermo, la vita delle sorelle Meg, Jo, Beth e Amy non si sviluppa in modo lineare attraverso gli anni, tutt’altro, il montaggio passa da una fase della loro vita a un’altra senza preavviso o scritte in sovrimpressione. È lo spettatore che deve stare attento alle varie linee narrative, facendo attenzione a tagli di capelli, paesaggi, città, luoghi e quant’altro. Si fa poi fatica, ma lo diciamo in senso buono, a capire passaggio dopo passaggio se a parlare siano i personaggi del film/romanzo, Louisa May Alcott o Greta Gerwig, che di fatto gioca a utilizzare tutte queste voci insieme. L’esatto contrario di ciò che invece accadeva in Lady Bird, un racconto di formazione privo di reali scossoni a cui forse mancava un po’ di coraggio e intraprendenza.
Con Piccole Donne la Gerwig diventa matura, un’Autrice a 360 gradi, con la “A” maiuscola, poiché in grado di firmare una sceneggiatura di eccellente fattura e una regia attenta, in grado di accompagnare personaggi e spettatori lungo un percorso complesso ma emozionante. Un’opera di prim’ordine, che forse avrebbe meritato più attenzione lungo la Awards Season in corso – che terminerà con la Notte degli Oscar a inizio febbraio. Anche per via di un cast eccezionale, che già da solo meriterebbe il distacco di un biglietto al cinema.

Corpi, volti e voci al servizio dell’arte

Al servizio della Gerwig troviamo alcune delle migliori e promettenti stelle di Hollywood del momento, Eliza Scanlen è la dolce Beth, Florence Pugh è la scontrosa Amy, Emma Watson la sensibile Meg, mentre nei panni dell’uragano Jo troviamo una Saoirse Ronan particolarmente bella e convincente. È proprio l’attrice newyorchese a dare una marcia in più all’opera, sprizzando forza ed energia in tutte le scene che la vedono come protagonista – e si sente la sua mancanza immediata appena scompare “al di là del telo”.
A tenerle testa un Timothée Chalamet volutamente odioso, che solo a tratti – e a comando ovviamente, spinto dalla storia e dalla Gerwig – regala al suo pubblico attimi di dolcezza infinita e genuina ironia. Un autentico gigante, il ragazzino statunitense classe 1995, a dispetto della sua fisicità mingherlina con la quale ha comunque dimostrato di poter fare qualsiasi cosa da Chiamami col tuo nome in poi.

Seppur incastrato in una parte ridotta, anche Louis Garrel ha qualcosa da dire, essendo una figura chiave per la vita e la formazione di Jo nei panni di Friedrich Bhaer (vedrete…). Completano poi il quadro una Laura Dern sempre deliziosa, madre-coraggio capace di tener testa da sola (senza il marito interpretato da Bob Odenkirk) alle quattro curiose figlie, e una Meryl Streep divertente nelle vesti dell’acida zia March, perfetta nel tenere sempre una discreta puzza sotto al naso. Tutti gli elementi snocciolati poco sopra formano un’opera davvero delicata, realizzata con estrema sensibilità e con un occhio sempre attento all’attualità. Pur trovandoci in un altro secolo, temi e situazioni sembrano perfettamente aggiornate ai nostri tempi – e senza creare attriti o disaccordi con il contesto. Un lavoro da occhi lucidi e lunghi applausi.

Fonte : Everyeye