Il futuro del Medio Oriente nel vertice di Istanbul tra Putin e Erdogan

Il presidente russo Valdimir Putin e il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan in una foto di archivio Ansa

Il Medio Oriente brucia dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ed il presidente russo Vladimir Putin vola dal “sultano” Erdogan. Una visita programmata da tempo che potrebbe risultare determinante per gli sviluppi a breve-medio termine nelle tante e gravi crisi in cui i due leader hanno l’ultima parola.

Al centro del vertice di Istanbul la situazione in Libia, possibile terreno di scontro tra Russia e Turchia.

Il generale Haftar, sostenuto da Mosca, ha impresso nelle ultime ore una forte accelerazione al conflitto nel Paese nordafricano, conquistando Sirte. L’uomo forte di Bengasi ha reagito così alla decisione di Ankara di inviare unità militari in Libia a sostegno del governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj a seguito di un accordo tra le parti. Haftar invece può contare sull’appoggio dei mercenari russi del Wagner Group. Negli ultimi tre giorni, scrive il giornale ‘Al Jadid’, due aerei dell’Aeronautica russa con a bordo centinaia di mercenari sono decollati dalla Siria alla volta di Bengasi.

Vertice di Istanbul: la situazione in Libia

Fonti nei ministeri russi degli Esteri e della Difesa, citate recentemente dal portale ‘Al Monitor’, ipotizzano che Mosca e Ankara possano replicare in Libia un accordo sul “modello Astana” che i due governi insieme a quello iraniano hanno già adottato per la Siria. L’obiettivo di Putin ed Erdogan sarebbe di ridurre al minimo l’influenza in Libia delle potenze regionali – e soprattutto non regionali – ed imporsi come i principali ‘kingmaker’ del conflitto.

Vertice di Istanbul: la situazione in Siria

Se in Libia le dinamiche del conflitto appaiono fluide, più delineate appaiono le posizioni russa e turca in Siria. Erdogan, sottolinea il giornale turco ‘Hurriyet’, spera che la visita di Putin possa rafforzare il cessate il fuoco a Idlib, provincia della Siria nordorientale in parte ancora sotto il controllo di gruppi jihadisti e ultima vasta area del Paese che sfugge al controllo di Damasco. Da mesi le forze governative, con l’appoggio russo, hanno intensificato i loro raid nella provincia provocando centinaia di morti.

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La situazione in Iraq e Iran

Sullo sfondo dell’incontro tra Putin e Erdogan la nuova crisi del Golfo Persico con gli Stati Uniti d’America che si preparano al lasciare Baghdad insieme alle truppe della coalizione internazionale che ha combattuto contro lo Stato Islamico. 

“Abbiamo ricevuto una lettera da parte americana che parlava del ritiro delle truppe dall’Iraq” ha detto il primo ministro iracheno dimissionario, Adel Abdul Mahdi, citando la missiva del capo della task force Usa in Iraq William Seely nella quale si faceva riferimento a un ”riposizionamento” delle forze della coalizione.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha negato che ci sia un piano per il ritiro delle truppe americane dall’Iraq ma il premier iracheno ha ribadito che “non c’è modo per raggiungere la calma e prendere controllo della situazione senza prevedere il ritiro delle forze americane dall’Iraq”, ricordando che il suo paese ha “vissuto dal 2011 al 2014 senza la presenza di truppe straniere”.

Ufficialmente la Nato sta temporaneamente ritirando parte delle sue truppe dall’Iraq e spostandone altre all’interno del paese arabo come riferito da un portavoce dell’alleanza atlantica. Il riposizionamento “per tutelare la sicurezza delle truppe”. Oggi la Germania ha riferito di aver trasferito 32 soldati in Giordania e tre in Kuwait.

Una folla oceanica accoglie la salma di Soleimani a Kerman

Intanto è salito a 56 il numero delle persone morte nella calca che si è verificata a Kerman, nel sud-est dell’Iran, durante la cerimonia che si sarebbe dovuta concludere con la sepoltura del generale iraniano Qassem Soleimani. Le riferiscono le agenzie di stampa iraniane Isna e Fars, citando il capo dei servizi medici di emergenza dell’Iran, Pirhossein Koulivand. I feriti sono più di 200 e alcuni versano in gravi condizioni.

“Gli Stati Uniti devono sapere che i loro interessi e la loro sicurezza sono in pericolo e che non possono fuggire dalle conseguenze di questo grande crimine”. È quanto ha detto il presidente iraniano Hassan Rohani ad Emanuel Macron in una conversazione telefonica con il presidente francese, secondo quanto rende noto la presidenza iraniana.

E l’Italia? In Iraq ci sono mille soldati italiani

In un colloquio telefonico tra il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il Segretario di Stato alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper, l’Italia, ha sottolineato l’impegno per la stabilità della regione e dell’Iraq, e la necessità di mettere in atto ogni sforzo per preservare i risultati della lotta contro lo Stato Islamico conseguiti in questi anni.

Con la presenza di circa 1000 uomini in Iraq, oltre 1000 in Libano nella missione Unifil, e poco meno di 1000 in Afghanistan – ha richiamato il Ministro – l’Italia è tra i Paesi pi impegnati per la stabilità del Medio Oriente. A tal proposito il Ministro Guerini ha evocato l’importanza – condivisa da Esper – di far fronte in maniera coordinata agli sviluppi futuri, con l’obiettivo di poter continuare l’impegno della Coalizione anti–Daesh, all’interno di una cornice di sicurezza per i nostri militari.

Fonte : Today