La Spagna ha un nuovo governo

Inizia l’era della coalizione fra socialisti e Podemos, con premier Pedro Sanchez. Si tratta del primo governo di coalizione di orientamento progressista della storia spagnola, reso possibile dall’astensione degli indipendentisti catalani

Il primo ministro Pedro Sanchez (foto: Pierre-Philippe Marcou/Getty Images)

Con 167 voti a favore, 165 contrari e 18 astensioni lo spagnolo Pedro Sánchez, leader del partito socialista (Psoe) ha ottenuto il voto favorevole del parlamento per tornare nuovamente primo ministro e formare un governo insieme a Unidas Podemos, seconda forza di sinistra del paese. Fondamentale per arrivare alla fiducia del nuovo esecutivo l’astensione di Esquerra Republicana (Erc), principale partito catalano indipendentista di sinistra. Trattandosi della seconda votazione, infatti, era sufficiente una maggioranza relativa, anziché quella assoluta (176 voti) necessaria al primo voto da cui Sánchez era uscito sconfitto due giorni fa. “Inizia oggi un momento di moderazione, progresso e speranza” ha twittato il neo premier subito dopo la formazione del governo di coalizione progressista, una formula mai vista finora in Spagna.

Come siamo arrivati fin qui

A novembre la Spagna aveva votato per la quarta volta in quattro anni, ma, anche in quel caso nessun partito aveva ottenuto la maggioranza sufficiente per governare. Le sinistre insieme hanno ottenuto un totale di 158 seggi, molto lontano dalla maggioranza assoluta di 176 deputati, ma comunque sopra le destre, che hanno ottenuto 152 seggi, nonostante l’exploit di Vox, partito di ultra-destra. Il motivo che aveva portato ad elezioni anticipate era stato, appunto, l’impossibilità di arrivare a un accordo per formare un esecutivo proprio fra le forze di sinistra. I disaccordi tra Pedro Sánchez e Pablo Iglesias, leader del partito Podemos, sulla spartizione dei ministeri avevano portato allo stallo dei negoziati e quindi a nuove elezioni.

Se, subito dopo il risultato elettorale, a Sánchez, scongiurata una coalizione con il partito popolare (Pp) di centro-destra, era arrivato l’appoggio di Unidas Podemos, mancavano ancora di fatto i numeri per raggiungere la maggioranza necessaria. Nel rebus delle alleanze un’opzione da subito ventilata è stata l’astensione dei partiti regionalisti, in maniera simile al 2016, quando il governo Rajoy si era insediato con 170 voti favorevoli. Proprio all’alba del 2020 è infine arrivata la decisione di Erc di astenersi dal voto, cosa che quindi è risultata decisiva ai fini della formazione del nuovo governo. Come riporta El Pais, oltre a Ecr si sono astenuti anche i parlamentari di Euskal Herria Bildu, coalizione di centrosinistra formata da partiti nazionalisti baschi.

La questione dell’indipendenza catalana

Questo accordo fra i socialisti e gli indipendentisti ha però trovato molte resistenze in Catalogna. Ma soprattutto ha portato a vari compromessi: Sánchez si è impegnato ad aprire un tavolo di negoziati tra Madrid e Barcellona entro due settimane dal suo insediamento alla Moncloa. Soltanto con queste condizioni l’Erc ha deciso di astenersi, subendo le critiche delle forze indipendentiste catalane. In particolare, il presidente catalano Quim Torra, esponente di Junts per Catalunya (partito indipendentista di centrodestra), si è detto contrario all’accordo.

Se si considera che fra governo spagnolo e catalano dovrà nascere un fitto dialogo per risolvere la questione, si capisce come le resistenze comportino necessariamente una strada tutta in salita. Non va poi dimenticato che l’ago della bilancia Erc non ha sempre remato a favore di Sanchez: a febbraio i membri di Esquerra Republicana votarono contro la legge di bilancio facendo di fatto mancare i numeri ai socialisti e cadere il governo.

Secondo la lettura del quotidiano El Pais l’accordo con Erc è il compromesso meno esplicito in campo, ma comunque uno dei tanti (ne conta addirittura 313 all’interno del programma di governo) in gioco per la stabilità del governo. L’altro aspetto interessante è anche l’analisi della formula di coalizione, finora sconosciuta in terra spagnola e invece più comune in Europa. Per La Vanguardia, che anche sottolinea la prima volta di una simile esperienza, il maggior ostacolo di Sánchez sarà invece la guerra delle destre alla coalizione.

Fonte : Wired