I migliori film del 2019 nelle dodici scene più iconiche

Il 2019 è stato un anno prodigioso per il grande cinema, con numerosi film rimasti impressi nella mente e nel cuore degli spettatori di tutto il mondo. Guardando indietro per riepilogare i dodici mesi di cinema trascorsi insieme a voi, oggi vogliamo proporvi alcuni dei migliori film del 2019 raccontandoveli attraverso le loro migliori scene, così da mettere insieme le dodici sequenze più belle dell’anno.
Prima di cominciare, ci teniamo a precisare che i film presi in considerazione per questo articolo sono stati tutti distribuiti in Italia in un periodo compreso fra l’1 gennaio 2019 e il 31 dicembre 2019, senza alcuna distinzione tra sala cinematografica e servizi di streaming on demand. Di conseguenza, qualsiasi film mostrato in anteprima per la stampa nel corso dei vari festival nazionali e non che ancora risulti inedito per il grande pubblico nostrano è stato escluso, dato che la sua eventuale data di uscita farà riferimento al 2020.
Infine, precisiamo che per forza di cose l’articolo conterrà spoiler relativi ai film selezionati.

12 – The Mule, di Clint Eastwood – “L’incontro”

I lavori di Clint Eastwood hanno un qualcosa difficile da riscontrare altrove, in opere di altri registi, per lo meno con una cadenza tanto fissa da diventare statistica: emanano cinema da ogni singolo fotogramma, quel cinema impregnato di sotto-testi e chiavi di lettura diverse per cui non basterebbe un libro intero per parlarne adeguatamente. Con The Mule, Eastwood evidentemente chiude un cerchio all’interno della sua carriera, cerchio che da Gran Torino (suo ultimo film come attore scritto sempre da Nick Schenk, non a caso) era partito per raccontarci l’eroe medio statunitense, per esaltare il mito del sogno americano.

The Mule è un film sulla vita, sul tempo, sul Paese e le sue strade, sulla redenzione, è epopea vera sia grande (per miglia percorse) che piccola (per intimità), una chiosa di una poetica artistica, politica e cinematografica da annali. Una circonferenza che quasi si chiude nell’incontro fra Clint Eastwood e Bradley Cooper, attore che il regista ha contribuito a lanciare e al quale lasciò la regia di A Star Is Born, che in questa sequenza assume quasi il sapore dolce-amaro del passaggio di testimone.

11 – I Figli del Fiume Giallo, di Jia Zhangke – “Vulcano”

La Cina in eterno mutamento descritta nell’epico gangster-drama a tinte romantiche I Figli del Fiume Giallo è il palcoscenico perfetto per il maestro Jia Zhangke per realizzare una summa del suo cinema, da sempre interessato a come il passaggio del tempo influisca sulle faccende degli uomini. Mettendo in relazione i cambiamenti geografici (e quindi esteriori) con quelli dei personaggi (e quindi interiori), in maniera non troppo dissimile da come faceva l’arte di Michelangelo Antonioni, Zhangke riesce a far emergere i sentimenti e i pensieri dei suoi protagonisti: la scena selezionata, quella del vulcano inattivo, è la più emblematica di tutte in tal senso.

10 – Parasite, di Bong Joon-ho – “La luce”

Più che una scena da Parasite di Bong Joon-ho vorremo citare un momento, un’idea visiva che può riassumere l’intero film ed è molto più avvincente, puntuale e incisiva della metafora alla base del suo meccanismo narrativo, con la satira al classismo meno efficace di quella del precedessore Snowpiercer (del quale Parasite può essere considerato un sequel spirituale e “verticale”, laddove il primo era “orizzontale”).

Eppure nell’inquadrare una luce automatica che si attiva tramite rilevatore di movimento – e poi successivamente mostrandoci il controcampo per spiegarci che non esiste nulla di automatico nel regno degli uomini – Bong raggiunge una forza audiovisiva incredibile che una volta vissuta non può più essere dimenticata, e che rimane impressa per tutto lo scorrere di questo film dal ritmo incessante e implacabile.

09 – Midsommar, di Ari Aster/La Casa di Jack, di Lars von Trier: “Discese”

Al nono posto un raro ex aequo (non l’unico) fra due opere parimenti rischiose e molto poco canoniche. Da Midsommar, il tipico film tutto coraggio e sentieri inediti che un regista in erba si concede dopo il primo grande successo internazionale (Hereditary), estraiamo la lunga sequenza di danza con protagonista Florence Pugh, in una delle prove coreografiche non verbali più estenuanti, psichedeliche e prodigiose dell’anno, con i virtuosismi della camera di Ari Aster che restituiscono con precisione la concitazione dell’atto, una definitiva discesa nella follia.

Dal controverso capolavoro di Lars von Trier, invece, citiamo un altro tipo di discesa, quella che il serial killer interpretato da Matt Dillon compie letteralmente verso l’Inferno dantesco, con Von Trier che cita Ingmar Bergman (Verge è non solo Virgilio, ma anche il Vergerus di Passione), La Divina Commedia e la pittura di Caravaggio per imbastire una sequenza epica che si consegna all’immortalità del Cinema. Il Paradiso è inaccessibile, il ponte che lo collega è crollato e nella frase di Jack “si può scalare quella sporgenza e fare il giro per raggiungere l’altra parte?” c’è il magnum opus di questo Baudelaire del cinema contemporaneo, un regista maledetto dall’ambizione spropositata, un Icaro che non sa quando fermarsi.

08 – L’Ufficiale e la Spia, di Roman Polanski “I campi lunghi e i dettagli”

Ambientato nell’anno in cui i Lumière inventarono il cinematografo e distribuito a pochi mesi di distanza da un’opera che, tramite il suo protagonista Rick Dalton, ci ha ricordato quanto questo autore sia stato (e sia ancora) importante per il Cinema, L’Ufficiale e la Spia di Roman Polanski è un capolavoro gigantesco così come lo sono i suoi campi lunghi, preciso come i dettagli, un’opera di semplicità e perizia, di ricostruzione di storie e della Storia, di verità e giustizia, di integrità e princìpi.

Non riuscendo a preferire un singolo momento rispetto a un altro, imbrogliamo un po’ e lodiamo la messa in scena totale dell’autore, incredibile perché difficilissima eppure allestita in modo da sembrare quasi banale, messa al servizio di una narrazione che avanza piano senza però fermarsi mai, svincolandosi dalla suspense del racconto per abbracciare la meraviglia dell’affresco; di un’epoca, della sua società, dei suoi interpreti.

07 – Dolor y Gloria, di Pedro Almodovar: “Stop”

C’era una piscina con dentro uno sceneggiatore morto che voleva essere vivo all’inizio di Viale Del Tramonto di Billy Wilder, c’è invece un regista vivo che forse vorrebbe essere morto nella scena d’apertura di Dolor Y Gloria, nuovo film di Pedro Almodovar che inizia in maniera sublime pensando al cinema – e che in maniera ancora più sublime si conclude.

Col suo personale 8½ meno bianco e nero e più colori pop, nell’ultima sequenza il regista spagnolo mette a segno anche un bel colpo di scena ragionando su quanto l’immagine proiettata su uno schermo sia sempre e comunque il frutto del lavoro di qualcuno che immagina, che ricorda, che crea.

06 – The Handmaiden, di Park Chan-wook: “Due”

Due ore e mezza volano in cinque minuti nelle mani di Park Chan-wook, che realizza forse il suo miglior film riuscendo nell’incredibile impresa di superare se stesso e quell’indimenticabile Oldboy che sconvolse il mondo nel 2003: nato nel 2016 ma arrivato in Italia solo a fine agosto, The Handmaiden è un thriller psicologico dalla forte carica erotica, quasi depalmiano per come ragiona sul senso dell’immagine e i punti di vista, con un regia cruda che pone la massima attenzione verso ogni più piccolo dettaglio formale (e fisico) mentre si inzuppa nella fotografia soffusa e inquietante di Chung Chung-hoon, che immortala i momenti più sensuali visti dai tempi de La Vita di Adele. Il mirabolante meccanismo narrativo a incastro che anticiperà la mini-serie The Little Drummer Girl si chiude con un’immagine quasi pittorica che non dimenticherete mai.

05 – Avengers: Endgame, dei fratelli Russo/ “L’Ascesa di Skywalker”, di JJ Abrams: “Finali”

I quasi tre miliardi di dollari incassati al botteghino da Avengers: Endgame significano tanto, ma non quanto la gloria, l’epicità e l’emozione sprigionata dal climax del blockbuster dei fratelli Russo, nel quale per la prima volta tutti i protagonisti del Marvel Cinematic Universe si ritrovano insieme sullo schermo per la battaglia finale contro l’esercito di Thanos. Che la scena sia seguita, pochi minuti dopo, dalla morte della nuova icona del cinema pop Tony Stark, permette all’opera prodotta da Kevin Feige di guadagnarsi un posto nella storia del cinema magari non come il film più riuscito dei Marvel Studios, ma di certo come l’esperienza più indimenticabile offerta dal pionieristico studio di produzione.

Sempre da Disney ma dal reparto Lucasfilm arriva un film lontano dalla perfezione stilistica de Il risveglio della forza e molto più “democratico” rispetto all’estremista Gli ultimi Jedi, Star Wars: The Rise of Skywalker è un tipo di epica composta e gentile, più romantica che passionale, una sintesi appagante e risolta fra le tesi e le antitesi delle due precedenti opere nonché la chiosa ideale per una saga così longeva, scortata negli ultimi minuti verso futuri misteriosi e nuove speranze. Dall’ultima fatica di J.J. Abrams ci riserviamo il diritto di non estrarre alcuna sequenza in particolare per rispetto di chi ancora deve recuperarlo, essendo il film in sala solo da poco tempo, e dunque in questa sede ci limitiamo a citare soltanto quella fortissima, potente e magica inquadratura finale, che raccoglie e supera la sfida di terminare un ciclo durato 42 anni.

04 – Suspiria, di Luca Guadagnino: “Olga”

Della danse macabre che è il Suspiria di Luca Guadagnino abbiamo parlato a profusione in un nostro articolo sulle tre migliori scene del film, ma in questa sede vogliamo riepilogare uno dei momenti più forti dell’opera, una sequenza tutta sound design, urti, passi, talloni sul parquet, musica, scricchiolii, vetrate e ossa che si frantumano.
Stiamo parlando della morte di Olga, un momento molto crudo durante il quale la danza di Susie diventa (inconsapevolmente, o forse non tanto come si scoprirà in seguito) uno strumento di morte e, a livello narrativo, introduce alcuni temi cardine di questo capolavoro psicanalitico: l’abuso di potere, la rottura delle gerarchie e la conquista dell’auto-consapevolezza del proprio io.

03 – Burning, di Lee Chang-dong: “La danza”

A circa metà del capolavoro thriller che è Burning di Lee Chang-dong, abbiamo già imparato a conoscere i tre protagonisti, il disoccupato e sognatore Jongsu, la sua ex fiamma Haemi e Ben, ricco quasi quanto il Grande Gatsby ma col doppio degli scheletri nascosti nell’armadio. In questo momento del film i tre si incontrano nella fattoria di famiglia di Jongsu, dove Chang-dong affida al corpo sinuoso dell’attrice Jong-seo Jun e alla fotografia di Hong Kyung-pyo il compito di incarnare il languido ozio di una società disincantata, che si muove al ritmo di una melodia jazz inquietante, fatta di angoscia, seduzione e oscuri presagi.

02 – C’Era Una Volta a Hollywood, di Quentin Tarantino: “La favola”

Se Pedro Almodovar ha fatto il suo 8½ con Antonio Banderas e Penelope Cruz, Quentin Tarantino quest’anno si è servito di Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie e tantissimi altri per realizzare il suo Effetto Notte. Abbiamo già parlato approfonditamente delle migliori tre scene di C’Era Una Volta a Hollywood ma il film è un capolavoro così grande da offrire numerose interpretazioni differenti.

Fra i tanti momenti che rimangono impressi forse il più indimenticabile fra tutti è il finale, non tanto quello del massacro dei membri della famiglia quanto quello dell’ingresso di Rick Dalton nella villa di Sharon Tate, una scena tanto delicata quanto profondamente malinconica che ci ricorda non solo il potere del cinema e della sua forza revisionista, ma anche la sua tragica incapacità di sostituirsi alla realtà e rimanere per sempre favola.

01 – Joker, di Todd Phillips: “Le scale”

Il 2019 italiano è stato un film di danze e di scale, da Midsommar a Suspiria, passando per Burning e Parasite e arrivando ovviamente a Joker di Todd Phillips, che però abbiamo deciso di inserire in prima posizione non tanto per l’iconica danza con la quale Joaquin Phoenix ha disceso le ormai famosissime scale di un quartiere del Bronx, New York (Gotham City nella finzione del film), quanto per la prima inquadratura con la quale il regista ci mostra quei gradini, con un Arthur Fleck storto, ingobbito, secchissimo, turbato, solo ed esausto costretto a risalirli ciondolando per rintanarsi nella sicurezza del nido familiare.

È un’immagine potente e vibrante che contestualizza in maniera perfetta la tematica della solitudine, una delle tante che il film prenderà di petto.
Ma su Joker c’è ancora tanto altro da dire, dopo averci lasciato la vostra top 12 nella sezione dei commenti in calce all’articolo, correte a recuperare anche il nostro speciale sulle tre migliori scene e il tema della mimesi.

Infine, prima di chiudere, alcune menzioni speciali: The Sisters Brothers di Jacques Audiard; Light of my Life di Casey Affleck; Apocalypse Now – Final Cut di Francis Ford Coppola; Noi di Jordan Peele; Ritratto della Giovane in Fiamme di Céline Sciamma; Knives Out di Rian Johnson; Ad Astra di James Gray; Rolling Thunder Revue – Martin Scorsese Racconta Bob Dylan di Martin Scorsese; Pinocchio di Matteo Garrone; Klaus di Sergio Pablos; The Rider di Chloe Zhao, Doctor Sleep di Mike Flanagan.

Fonte : Everyeye