City of Crime chiude Manhattan e crea un buon poliziesco

Pochi fronzoli, dialoghi all’osso e nessuna ironia, Chadwick Boseman dimentica Black Panther e fa il lavoro dell’attore. Dal 9 gennaio al cinema

[ ]

Niente fa più poliziesco di una caccia all’uomo a New York. Un dispiegamento delle forze di polizia tutto finalizzato a prendere due criminali e, all’interno di quel dispiegamento, diverse fazioni con diversi obiettivi sono l’ossatura di City Of Crime (titolo italiano, l’originale è 21 Bridges). Non è certo cinema d’autore ma un solido film di genere messo in mano ad un quasi-esordiente sul grande schermo che in realtà ha una grandissima esperienza di regia nelle serie tv, Brian Kirk. Nessuna prima donna, tutto incentrato sull’intreccio.

Il cuore di City of Crime infatti sta nell’idea di chiudere Manhattan bloccando i 21 ponti che la collegano alla terraferma. È un presupposto al tempo stesso probabile (il provvedimento dura solo una notte) e di fantasia, che trasforma l’isola nel territorio di caccia della polizia nei confronti di due criminali colpevoli non solo di una rapina (quello è il meno) ma di aver ucciso ben 8 poliziotti a seguito di essa. A guidare i poliziotti c’è un detective noto come l’ammazza-criminali visto il gran numero che ne ha fatti fuori.

Ci si aspetterebbe un sanguinario bastardo, un Callaghan o un uomo senza scrupoli e invece è una persona sensata e a suo modo di buon cuore che per ogni criminale ucciso, dice lui, aveva un’ottima ragione (altra ottima idea del film, un protagonista perseguitato da uno strano destino che non corrisponde alla sua personalità). Nessuno gli crede, tutti preferiscono darsi il 5 e vederlo come il giustiziere dei cattivi. A noi invece è subito evidente che quello di Chadwick Boseman è un protagonista positivo. Seguiamo così la sua nottata terribile alla caccia di due persone che di certo non intende uccidere ma che sembra in un certo senso quasi destinato ad uccidere e che dovrà in realtà lottare per mantenere in vita.

City of Crime infatti nasconde dentro di sé una storia tutta interna alla polizia, fatta di poliziotti morti, di poliziotti corrottissimi e poliziotti integerrimi che se la vedono brutta quando si scontrano con quelli corrotti. L’ago della bilancia sono questi piccoli criminali presi nel mezzo di una tempesta d’onore e correttezza, la moneta che compra o vende l’anima dei singoli agenti. Per fare bene un film simile, serve solo mestiere, mestiere, solidità, schiena dritta, interpretazioni d’acciaio, poche espressioni e ben definite. Bisogna sapere in ogni istante dove stare, con chi stare e che problemi porre. Il cinema di polizia di questa risma è cinema fortemente morale, allungato con piacevolissime sequenze di azione. Per questo sia Chadwick Boseman che Sienna Miller tirano fuori il Clint Eastwood che è in loro, cioè l’uomo (o la donna) tutto d’un pezzo, che le sue decisioni le ha prese tempo fa e che nonostante voglia rimanere fedele ad esse ora si trova in una situazione che lo mette in crisi.

City of Crime è il classico film che raramente viene scritto con serietà. Basta infatti una spalla ironica affiancata al protagonista per trasformarlo in una parodia, in 21 Jump Street o I poliziotti di riserva. Tale è il tasso di frasi fatte e stereotipi di genere (ma ben mescolati) che l’ironia in realtà è sempre dietro l’angolo e mantenere il film serio è il primo dovere della sceneggiatura. Che City of Crime ci riesca (non senza un po’ di fatica) è un altro suo merito. Molto del merito è nelle interpretazioni dei già citati Boseman e Miller. I due riescono a mandare in porto questa sceneggiatura che fa di tutto per non perdersi nel suo peregrinare e avere sempre un dettaglio che tenga avvinti.

Non siamo certo dalle parti di I padroni della notte o del miglior cinema di poliziotti, semmai dalle parti di quello onesto e medio, che sa bene come si faccia cinema criminale per quanto senza l’intenzione di mettere a segno una perla. Le dinamiche e soprattutto i colpi di scena non sono mai davvero sorprendenti, e se gli si deve proprio portare una critica sembra un po’ tralasciare i due criminali, dandogli poca attenzione ed evitando così di farne figure a cui appassionarsi davvero. Sono loro le vittime designate di un gioco più grande e potevamo empatizzare di più con un destino che gli si accanisce contro. Ma c’è comunque da essere contenti.

Fonte : Wired