Smettiamola di considerare una notizia la nazionalità di chi commette un reato

Un marocchino ubriaco alla guida uccide una ragazza italiana. Stefan Lechner, anche lui ubriaco, travolge e uccide sette turisti tedeschi. Indovinate di che nazionalità è?

L’Italia è il paese in Europa con il tasso più alto di disinformazione in tema immigrazione. Come ha rilevato Ipsos, secondo gli italiani il 31% della popolazione nazionale è costituita da stranieri, mentre un italiano su tre pensa che la maggior parte dei crimini in Italia sia commessa da immigrati. Per il 40% degli italiani è poi pericoloso accogliere migranti perché essi rappresentano una minaccia terroristica.
In realtà gli immigrati in Italia sono meno di un terzo di quello che si pensa. Il numero supera di poco i cinque milioni e corrisponde al 9% circa della popolazione italiana. Anche per quanto riguarda i crimini, i dati offrono un quadro ben diverso da quella che è la percezione comune. I detenuti stranieri nelle carceri italiane sono in costante calo secondo i dati diffusi da Antigone. Nel caso dei femminicidi, per esempio, solo l’8% degli assassini di donne italiane è di nazionalità non italiana.

Questa forbice tra percezione e realtà è senza dubbio frutto di una dialettica politica che ogni giorno spinge sempre più in alto l’asticella dell’odio. I post sponsorizzati su Facebook da Matteo Salvini quando si tratta di annunciare il reato commesso dall’immigrato di turno, così da raggiungere una platea la più ampia possibile. Ma anche la storpiatura dei dati sugli arrivi da parte delle destre sovraniste per raccontare un’invasione che in realtà non c’è – nel 2019 sono arrivati in Italia poco più di 11mila migranti, uno zero virgola in confronto alla popolazione totale.

Se la politica ha un suo ruolo, non si può negare il contributo dei media in questo senso. E basta dare un occhio al modo in cui sono state raccontate le recenti tragedie stradali da alcuni dei giornali nazionali, per rendersi conto di come la narrazione della cronaca influisca sullo scollamento tra percezione e realtà. Su Il Giornale, il 4 gennaio scorso il titolo di apertura era dedicato a Sara Sforza, ragazza di 23 anni di Aielli (LiAquila) “uccisa in auto dal marocchino ubriaco”.

Due giorni dopo, nel dare la notizia della strage dell’Alto Adige, si sorvolava invece sulla nazionalità dell’investitore. In sette cittadini tedeschi sono rimasti uccisi, travolti da un guidatore italiano con un tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito. Sul Giornale non si è citata la nazionalità, ma anche il fatto che le vittime fossero tedesche e non italiane ha di fatto sgonfiato il fatto, che in poche ore è uscita dai radar – a differenza di altre sullo stesso tema, vedi la cronaca recente da Roma.

Più o meno lo stesso iter lo ha seguito Libero, ma in realtà non è necessario fermarsi a questi due giornali per trovare forme narrative di questo tipo. Su tutti i quotidiani, generalmente, c’è una tendenza a evidenziare la nazionalità di chi commette il reato quando si tratta di dare una notizia di cronaca. Eppure è un’informazione non indispensabile. Per quanto ne dicano i sovranisti, non esistono criminali di serie a e di serie b, così come l’oltraggio alla vittima non è maggiore se a commettere il reato in terra italiana è uno straniero rispetto a un italiano.

Eppure c’è un’idea di fondo che in terra propria si sia più autorizzati a violare la legge, un messaggio doppiamente pericoloso perché da una parte aumenta lo stigma verso gli italiani di cittadinanza ma non di nascita, dall’altra finisce per giustificare in qualche modo chi commette il crimine – a condizione che sia italiano. Ma ancor prima, il problema della narrazione mediatica è che essa si concentra troppo spesso spesso sul carnefice, ignorando di fatto la vittima. Lo vediamo d’altronde con le notizie sui femminicidi, dove le donne uccise rimangono spesso senza nome e storia perché le telecamere e i microfoni si trovano a rincorrere i carnefici, in quella spettacolarizzazione crime tipica dei salotti televisivi pomeridiani.

A continuare a informare la popolazione sulla nazionalità di chi commette un reato solo quando essa è straniera, si continuerà a dare la sensazione che in effetti gli autori dei crimini sono quasi sempre immigrati. E invece non è così. La questione si ferma al fatto che la nazionalità straniera di un criminale fa notizia, a differenza di quella italiana che viene dunque omessa. I media italiani facciano allora una scelta: riportare sempre la nazionalità nei titoli, oppure non evidenziarla mai. Una sorta di par condicio necessaria per tentare di ridurre il divario tutto italiano tra percezione e realtà in tema immigrazione. E depurarci – almeno in parte – dalla narrazione tossica da cui siamo quotidianamente bombardati.

Fonte : Wired