Milano: nel vuoto della politica irrompe il naturalismo profondo

Foto F. Bottini

Per quanto ne sappiamo tutto si è svolto nel quadro della legalità, delle previsioni urbanistiche e delle pubbliche deliberazioni degli organi competenti: un piccolo recintato spazio urbano di proprietà privata destinato all’edificazione da appositi approvati progetti viene edificato e cominciano i lavori «rimuovendo alcune interferenze». Apriti cielo, la rivolta del quartiere e non solo. E certamente non perché (o non solo perché) già quel particolare proprietario, in realtà un ente pubblico, non godeva di fama illibata da quelle parti, nei rapporto con la città e gli abitanti. Il motivo è quel genere di «atteggiamento nimby» che, avverte la sociologia, rappresenta sintomo e sostanza di qualcosa di assai più ampio, di cui la politica dovrebbe tenere massimo conto, e non certo liquidare come manifestazione di piccolo egoismo lobbista veniale e solo fastidioso, privo di respiro. Tutto ufficialmente nasce dalla questione alberi: erano degli alberi le interferenze da eliminare per aprire il legalissimo cantiere della trasformazione urbana nello spazio privato. Alberi maturi belli grossi, gli stessi alberi che ovunque sono indicati come prezioso strumento di riqualificazione ambientale, sociosanitaria, di lotta al cambiamento climatico, componente chiave delle infrastrutture verdi per rendere la città più sostenibile, abitabile, meno impattante. Ma quegli alberi, parecchie decine visibilissimi e a comporre un vero e proprio «boschetto» affacciato sul quartiere e abbastanza pubblicamente fruibile, evidentemente «non esistevano»: dentro la procedura di trasformazione urbana erano solo un intralcio fisico.

Le prime proteste sono state dentro l’Università proprietaria di quello spazio e soggetto della trasformazione. Proteste piuttosto tardive va detto, arrivate dopo essersi accorti che quel verde era solo virtuale, stava lì in attesa della destinazione vera dello spazio: perché non salviamo gli alberi cambiando il progetto? Discussione interna, voto, e decisione di nuovo favorevole a quella trasformazione, magari con delle «compensazioni ambientali», ovvero nuovi alberelli piantati altrove da qualche parte con l’idea che prima o poi possano svolgere la medesima funzione di quelli rimossi per metterci sopra i nuovi edifici. Di nuovo il finimondo, con l’uscita della protesta dal recinto dell’università, dentro il quartiere e la città, a mescolarsi con altre istanze a dir poco variegate. Per esempio il presunto «consumo di suolo» che lì, in piena area urbana, non vuol dire pressoché nulla, non lo si deve confondere con la semplice impermeabilizzazione di superfici che è altra faccenda ambientalmente parlando. Ma tant’è, dentro il consumo di suolo, dentro la prevaricazione politica di chi è proprietario ma non risponde solo ai propri gretti interessi interni, che si comporta come un «capitalista avido». Spicca però dentro a tutto questo clamore, parecchio mediatico visto che il tema è caldo, caldissimo, l’imbarazzante silenzio della politica, rotto solo da qualche personale balbettio, peraltro non dissimile nella relativa confusione dalle proteste dei comitati.

Vorrei qui brevissimamente proporre una prospettiva di lettura, che magari è anche la stessa via d’uscita dal vicolo cieco dello scontro perseguita in silenzio da qualcun altro. E che sta nel separare, strumentalmente si intende dato che stanno fusi come non mai, gli aspetti ambientali da quelli più politici e tecnico-urbanistici. Peraltro separando le proteste, oggi in un solo blocco compatto, tra quelle effettivamente legate a ciò che si dichiara, e quelle variamente «di sistema» che ci si sono attaccate come cozze saltando sul carro dell’occasione. Esiste, abbastanza chiara e ovvia, una questione di spazio pubblico anche se di proprietà formalmente privata, lasciata in sospeso dal ruolo di «lotto edificabile non edificato» che il cosiddetto Parco (mai classificato come tale nelle mappe anche se vissuto così) ricopriva. Una convenzione non scritta ma assai viva che vedeva quello spazio, liberamente accessibile nei momenti di attività universitaria, ricoprire un ruolo essenziale di permeabilità, verde, riferimento, incontro, relazione. A cui si sovrappongono poi gli alberi stessi diventati il centro dello scontro, poca cosa in realtà se decontestualizzati. Quel progetto di trasformazione edilizia, che peraltro indirettamente va incontro ad altre richieste dei medesimi cittadini, ovvero di rafforzare le attività universitarie nella zona, ignora o fortemente sottovaluta sia la questione dello spazio pubblico (trattandolo invece come recinto di competenza esclusiva propria privata), sia il ruolo accessorio delle abbastanza confuse rivendicazioni «ecologiche», che di per sé sarebbero davvero risolvibili con qualche compensazione esterna. E la politica? Quella dei rappresentanti eletti? Forse, avesse considerato proprio quell’aspetto dello spazio pubblico, anziché le sovrastrutture ambientaliste nimby (spesso infiltrate da altre rivendicazioni del tutto estranee) a volte imbarazzanti, forse avrebbe evitato quegli imbarazzanti silenzi, e la vera e propria «omissione di atti di ufficio», evidente quando il privato ha del tutto legalmente chiamato la forza pubblica per proteggere il diritto a far ciò che gli pare. Una sconfitta per tanti.

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Fonte : Today