Trump ha sferrato l’attacco senza avere una strategia, non avvisando né gli alleati Nato né Israele

Il raid aereo con il quale gli Stati Uniti hanno ucciso il generale Soleimani è stato un “lancio di dadi”, un azzardo. Trump (e i suoi consiglieri militari) non hanno predisposto una strategia post-attacco chiara e coerente, sicuri che la risposta dell’Iran non potrà essere una guerra.

Che gli Stati Uniti non abbiano una strategia a lungo termine lo confermano fonti italiane e straniere a Fanpage.it ma anche l’andamento della conferenza stampa di ieri sera del Presidente degli Stati Uniti. Dopo l’uccisione del leader dell’Isis Al-Baghdadi, Donald Trump si era prodigato in in lungo incontro con la stampa fornendo dettagli sull’attacco e delucidazioni ai giornalisti. Ieri, dopo la morte del generale Qasem Soleimani, ha parlato per poco più di tre minuti eludendo le domande e aggrappandosi a un incerto “preparavano un attacco contro militari e diplomatici statunitensi”.

L’attacco di ieri è un azzardo che nasce dalla necessità degli USA di riaffermare la sua forza militare nella regione. L’escalation di tensioni tra USA e Iran (nonostante il Presidente USA a marzo dichiarasse che l’Iran non giocava più un ruolo centrale nello scacchiere mediorentale) è giunta al suo acme lo scorso 31 dicembre quando migliaia di manifestanti pro-Iran hanno cercato di entrare nell’Ambasciata USA a Baghdad. La folla era costituita in maggioranza da persone che avevano preso parte al corteo funebre per commemorare venticinque combattenti di Khataib Hezbollah (da non confondere con gli Hezbollah libanesi) morti in un attacco statunitense. La folla al grido di “USA assassini” aveva tentato di assalire l’ambasciata prima che l’esercito iraqeno la disperdesse. Da ricordare, inoltre, che l’Ambasciata USA si trova all’interno della cosiddetta “zona verde” la parte ipercontrollata di Baghdad nella quale si muovono e risiedono molti cittadini occidentali. La sicurezza della zona è affidata al  generale iracheno Tahseen al Aboudi fedelissimo di Soleimani. Proprio questo particolare, la capacità di Soleimani di mettere un “suo uomo” a controllare la green zone e l’evidente appoggio da parte dei militari iraqeni nel far passare i presenti al corteo funebre attraversi i check point della “zona verde”, ha “spaventato” gli Stati Uniti che hanno visto il proprio personale non più protetto ma asserragliato in un area de facto controllata da uomini legati all’Iran.

Questo è stato solo l’ultimo di una serie di eventi: l’assalto a un petroliera britannica da parte di Pasdaran iraniani e, soprattutto, l’attacco a due raffinerie saudite dell’Aramco (l’azienda petrolifera di stato dell’Arabia Saudita) che aveva dimezzato la capacità di produzione di greggio del grande alleato statunitense in Medio Oriente.

Questa escalation ha portato il Presidente Trump a sferrare un attacco “all’architetto” dell’espansione iraniana in Medio Oriente. L’ha fatto senza avere una strategia, certo che l’eventualità di una dichiarazione di guerra da parte dell’Iran sia pressoché impossibile. come accaduto alla Russia dopo che la Turchia (membro della NATO) abbatté un loro Mig. La scelta fu presa Erdogan dopo mesi di sconfinamenti e in quel caso la Russia poté solo scegliere di non rispondere cosciente che una escalation avrebbe avuto come unico sbocco la guerra con la Turchia e quindi, a causa dell’articolo 5 del trattato nordatlantico, con tutti i membri della Nato. La scelta del Presidente turco portò a quella che fu de facto una de-escalation che normalizzò i rapporti Russia-Turchia fino a trasformare Putin in un “amico” di Erdogan. Una situazione simile a quella in cui si trova il governo di Teheran ora, la cui unica possibile escalation militare: la guerra, sarebbe un’opzione impraticabile se non a costo di una disfatta.

Un azzardo confermato dal fatto che Trump ha sferrato l’attacco senza concordarlo con il suo più fido alleato della regione: Israele, approfittando del caos politico nel paese che è senza governo e si appresta alla terza elezione in politica in meno di due anni.

L’ha fatto, come sua prerogativa consente, senza avvisare il Congresso USA ma anche tenendo all’oscuro della dinamica alcuni tra i più anziani senatori repubblicani.

Un vero e proprio atto di forza a pochi mesi dalle prossime elezioni che vedranno Trump nuovamente in corsa per la Casa Bianca. Un azzardo consigliatoli dai “falchi” del Pentagono, sicuri dell’impossibilità di Teheran di rispondere militarmente.

Un azzardo che, però, non tiene conto del ruolo della Cina. Il paese asiatico è il primo partner commerciale di Teheran, il grande paese mediorientale potrebbe, a questo punto, portare il suo peso e le sue relazioni sotto il cappello di Pechino che metterebbe così un piede importante nella regione.

Fonte : Fanpage