Cosa possiamo imparare dal Millennium bug di 20 anni fa

Vent’anni fa si dissolveva la paura del Millennium bug. Quello che è successo forse ci insegna qualcosa sulla difficoltà di comunicare i cambiamenti climatici

(foto: by Urbano Delvalle/The Life Images Collection via Getty Images/Getty Images)

I Millennial nati negli anni Ottanta hanno probabilmente un ricordo particolare del Millennium bug. Quando il problema cominciò a diventare un argomento di conversazione, non solo avevano l’età giusta per afferrarne i contorni, ma probabilmente molti di loro avevano conoscenze informatiche superiori a quelle di molti adulti. O così ci sembrava, perché a volte ci trovavamo a dover spiegare ai familiari perché quella cosa di cui parlavano in tv era tanto importante. Anche se allora era meno ovvio, i computer erano già le macchine che facevano andare avanti almeno una buona parte del pianeta. E il computer ha sempre ragione, ma se il programma ha (dal nostro punto di vista) un errore, chiamato bug (baco) in gergo, il funzionamento è diverso da quello atteso e cominciano i guai.

Nel caso del Millennium bug, il problema era che molti dei programmi in circolazione nel mondo trattavano la data in modo tale che, dopo la mezzanotte del 31 dicembre 1999, sarebbero cominciati i problemi. Eppure il 2000 è passato con conseguenze risibili rispetto al battage mediatico. Alcuni ne parlano addirittura come di una bufala, e usano l’episodio come monito per metterci in guardia dalle Cassandre del riscaldamento globale. Nel 2013 il negazionista australiano Ian Macdonald, senatore, lo dichiarava apertamente. Ma forse la lezione che ci dovrebbe insegnare il Millennium bug è di tutt’altro tipo.

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Il problema Y2k: un ripasso

Fino alle soglie del 2000, la maggior parte dei programmi usava solo due cifre per indicare l’anno, cioè 1999 era troncato in 99. Lo facciamo anche noi firmando i documenti, ma quelle cifre in meno non erano solo una comodità in informatica: molti decenni fa avevano permesso un grande risparmio di memoria, e avevano reso molto più pratica la programmazione con schede perforate. Le tecnologie poi avevano progredito rapidamente dopo la metà del secolo, quindi quei vincoli erano caduti, ma le nuove macchine avevano  ereditato programmi con lo stesso sistema per segnare l’anno.

Era sembrata una soluzione logica per semplificarsi la vita. Ma, col tempo, i tecnici realizzarono che allo scoccare del 2000 qualunque dispositivo usasse questo formato avrebbe segnato una data che finiva con 00. Dal punto di vista della macchina, che esegue e non pensa, poteva voler dire trovarsi 100 anni indietro, nel 1900 invece che nel nuovo millennio, oppure che l’input era nullo. A seconda del dispositivo, o della rete in cui si trovava, ne potevano nascere conseguenze più o meno serie e non necessariamente immediate. Secondo il documento Investigating the Impact of the Year 2000 Problem presentato al Senato americano, c’erano due macrocategorie di infrastrutture a rischio. Da una parte, banche e altre reti finanziarie, dove tutti gli scambi erano gestiti da computer. Dall’altra tutte le infrastrutture, civili e militari, che dipendevano da calcolatori veri e propri o da elementi contenenti chip: dai caselli autostradali alle reti elettriche.

Con queste premesse da parte degli addetti ai lavori, forse non si può biasimare troppo la stampa per le narrazioni sullo scenario peggiore possibile (a volte letteralmente la fine del mondo civilizzato). E forse è anche a causa di questo martellamento che si può immaginare il Millennium bug come una grande farsa. Ma non è così semplice.

Il principio di precauzione, questo sconosciuto

Uno studio del 2005 del professor Kevin F Quigley aiuta a fare un po’ di chiarezza sul rapporto tra Millenium bug e comunicazione, rivelando alcuni fatti che vanno contro il senso comune. Il problema del Millennium bug era noto da tempo, e i tecnici cominciarono a lavorare al problema prima che l’opinione pubblica ne fosse sfiorata. Questo avvenne sotto spinta governativa, che non solo aveva riconosciuto un problema suscettibile del cosiddetto principio di precauzione, ma anche che un singolo governo non sarebbe riuscito a intervenire in prima persona ovunque fosse necessario. In altre parole il rischio potenziale era troppo elevato per ignorarlo, e coinvolgendo tutta la società non poteva essere trattato senza cooperazione. Era impossibile stimare con precisione quali e quanti dei sistemi là fuori fossero vulnerabili. Quindi le istituzioni, mentre si preparavano per ogni evenienza, dovevano informare il pubblico sui rischi, anche i peggiori, e mettere pressione alle aziende perché facessero la loro parte nel mitigare gli effetti del baco. Per esempio, fu stabilito lo standard Y2k Ready, che certificava un sistema in grado di passare la notte del 31 dicembre 1999 senza problemi.

Sappiamo bene che non tutti i governi investirono risorse allo stesso modo. L’Italia, per esempio, fece da fanalino di coda in Europa, e all’alba del 1° gennaio 200 si vantava dell’assenza di disastri evocati dagli uccellacci del malaugurio. Ma nemmeno noi siamo rimasti con le mani in mano ad attendere l’ora fatidica: sebbene con meno fondi e all’ultimo momento, anche i nostri tecnici quella notte monitoravano le infrastrutture più critiche.

Nei paesi più avanzati, man mano che procedeva l’aggiornamento dei software, il rischio si riduceva. La comunicazione dell’emergenza aveva funzionato, e si passò l’ultimo anno a rassicurare l’opinione pubblica. Alla fine, nonostante gli scettici, si può dire che nel mondo non è successo nulla di irreparabile (perché di problemi, anche piuttosto seri, ce ne sono stati) anche perché tutti hanno fatto la loro parte e sono arrivati preparati. Certo, anche qualche tecnico si è infastidito per l’isteria che si poteva trovare su una parte della copertura stampa. Per esempio l’informatico canadese David Robert Loblaw lanciò un sito chiamato Year 2000 Computer Bug Hoax. Ma nonostante il nome, basta leggere il contenuto per capire il perché dell’esasperazione. L’informatico diceva chiaramente che il cosiddetto Millennium bug era un problema, e chiunque non lo affrontasse cercava guai. Ma questo stava già accadendo in tutto il mondo, ed era comunque completamente folle immaginare (come qualcuno aveva fatto) che sarebbero caduti aerei dai cieli. Insomma, tutti i tecnici riconoscevano l’esistenza del problema, ma la situazione era sotto controllo.

Secondo Quigley, i governi hanno risposto al Millennium bug con una serie di campagne di sensibilizzazione pubblica estremamente efficaci. Solo così è stato possibile ottenere una risposta collettiva e capillare per affrontare un problema semplice solo concettualmente.

Millennium bug come i cambiamenti climatici?

Oggi il Millennium bug può far gridare alla bufala perché comunicare il rischio è molto difficile. In particolare, quando si parla di rischio, non ci piace l’incertezza, che nel caso del baco del Millennio era alta. Il problema era certo, mentre la valutazione delle sue conseguenze era un problema intrattabile. Per esempio, col senno di poi, i timori sui sistemi embedded, cioè sui miliardi di chip che già allora erano sparsi negli oggetti, edifici e infrastrutture del pianeta, sono stati forse esagerati. Si sapeva che sarebbe stato impossibile sostituirli tutti, ma per fortuna non tutti questi sistemi erano vulnerabili al problema della data. Fu comunque un’occasione, sia per il governo che per le aziende, di ricontrollare le proprie infrastrutture.

Chi nega i cambiamenti climatici usa il Millennium bug come arma retorica, una delle tante. Qualcuno vuole far spendere al mondo un sacco di soldi con la scusa di evitare catastrofi. Dopotutto, è da tanto tempo che sentiamo parlare di global warming, eppure qualche ghiacciaio esiste ancora… Più seriamente, già tre anni fa Farhad Manjoo spiegava sul New York Times che riesaminare il Millennium bug era davvero utile nel contesto dei cambiamenti climatici. Per non cadere nella stessa semplificazione negazionista, bisogna però riconoscere le enormi differenze tra i due fenomeni.

Il problema dell’anno 2000 e i cambiamenti climatici sono simili nella misura in cui sono entrambi globali, ed entrambi portatori di una buona dose di incertezza, ma le similitudini si potrebbero fermare già qui. Col Millennium bug c’era un momento della verità, mentre la crisi climatica è già in corso e purtroppo non sembra che le previsioni dei modelli climatici abbiano esagerato.

Difficile anche paragonare la genesi e l’entità delle due questioni: da una parte pochi decenni di dipendenza da un errore riconosciuto in retrospettiva, e facilmente risolvibile teoricamente; dall’altra quasi due secoli di sviluppo basato sui fossili, uno status quo difeso con le unghie coi denti contro l’interesse collettivo. Tuttavia quanto accaduto alle soglie del 2000 è significativo da ripassare dal punto di vista della comunicazione, e non solo per il bug dell’anno 2038 che ci aspetta. Perché quella volta il messaggio degli esperti sull’emergenza imminente è passato, e nonostante alcune esagerazioni la reazione complessiva è stata razionale. Anche se era impossibile prevedere in anticipo tutto in termini di costi/benefici, si è comunque agito per minimizzare e contenere tanto i danni più gravi quanto quelli minori. Ci sono forse stati degli sprechi, ovviamente, ma a livello globale soldi e tempo sono stati ben spesi.

Il New York Times cita un lavoro di due ricercatori australiani che già nel 2002 si chiedevano quindi cosa, fatti i dovuti distinguo, si potesse imparare dal Millennium bug in merito alla comunicazione dei rischi ambientali. Per esempio, già 18 anni fa, gli autori sottolineavano che la scienza contava, ma non quanto crediamo o speriamo: per tradurre le conoscenze scientifiche in azioni politiche serve ben più del parere dell’esperto di turno, e come si comunicano problemi (e soluzioni) al pubblico ha un peso. Gli autori concludevano la loro riflessione sulla rivista Futures con una specie di parabola:

“Immaginate che emerga un consenso scientifico secondo cui il riscaldamento globale oltrepasserà una soglia irreversibile, diciamo il 4 luglio 2004, portando probabilmente a enormi costi economici ed ecologici. Supponiamo che un trilione di dollari sia investito in rinnovabili ed efficientamento energetico per evitare le conseguenze peggiori dovute all’inazione. Che cosa potranno dire i bastian contrari il 5 luglio quando scopriranno che ‘non è successo nulla di brutto’? E chi li ascolterebbe, in ogni caso, mentre ci laviamo con acqua scaldata dal sole, illuminati da lampade a risparmio energetico alimentate dal vento, e andiamo al lavoro al nostro telecentro con un autobus a idrogeno? Noi no di certo”.

Fonte : Wired