The Landlord – L’ossessione, la recensione del thriller con Molly McCook

Il fenomeno dello stalking è uno dei mali del nostro tempo, una piaga sociale della quale sono vittima per la maggior parte individui di sesso femminile. Il cinema indaga da anni su queste scomode tematiche, perfette per dar vita a una costruzione d’impianto thriller ad alta tensione in cui la malcapitata vittima deve far fronte alle continue insidie messe in atto dalla sua nemesi, spesso inizialmente ignota e poi in realtà appartenente a una cerchia di amici e conoscenti. Proprio su un intreccio canonico si basa anche la sceneggiatura di The Landlord – L’ossessione, thriller per il piccolo schermo che segna la seconda prova in un lungometraggio del regista televisivo Daniel Ringey.

Home invasion

La bella e giovane Alyssa, bionda e spigliata, si guadagna da vivere sia con spettacoli comici in vari bar di provincia che con i suoi canali Facebook e Youtube. La ragazza è solita alloggiare in un diroccato motel insieme al suo inseparabile gatto fino a quando una sera, dopo uno show, conosce l’affascinante Oliver, rimasto colpito (e coinvolto in prima persona) dalla sua esibizione. Questi le propone di andare ad abitare in un lussuoso appartamento a basso prezzo dove, solo qualche settimana prima, la precedente inquilina era stata trovata morta suicida. Alyssa attratta dall’opportunità accetta il consiglio e fa la conoscenza dei padroni dello stabile, l’anziana Helen e suo fratello Robert.

L’uomo rimane colpito dall’incredibile somiglianza della nuova locataria con la figlia che non vede da anni, o almeno questo è quello che fa credere ad Alyssa. La protagonista, che nel frattempo si sta frequentando con Oliver ed è da tempo vittima di uno stalker che le invia messaggi minatori, è ignara che Robert possegga un avveniristico dispositivo di realtà virtuale con il quale è in grado di spiare tutti gli appartamenti dell’edificio.

L’occhio che uccide

A dispetto di molte produzioni coeve pensate per l’ormai ex-tubo catodico, The Landlord – L’ossessione può contare su una schiettezza di idee e relativa messa in scena più incisive della media, pur andando incontro ad alcuni difetti endemici in fase di sceneggiatura. I novanta minuti di visione sono ricchi di una tensione costante, fattore da non sottovalutare visti i risvolti parzialmente derivativi della vicenda: il regista trova infatti la giusta chiave di lettura nella gestione del ritmo e nell’esposizione dei vari colpi di scena, mantenendo sempre alto l’interesse fino ai titoli di coda. Il film approfondisce discretamente i principali personaggi coinvolti, villain e vittima in primis, e le dinamiche interpersonali tra essi, nonostante la fonte del vero pericolo venga chiarita fin da subito. Svolta necessaria e comprensibile ai fini degli eventi, che permette anche l’uso di un’insolita (e questa sì poco credibile, almeno per come rappresentata) gestione della realtà virtuale tramite la quale spiare gli inconsapevoli inquilini.

Il cattivo della situazione diventa così eccessivamente avvantaggiato in quanto a conoscenza degli scomodi segreti di chiunque, dando via a un gioco di ricatti che finisce per lasciare la povera protagonista isolata e alla sua mercé. Un paio di scene madri, su tutte la cena finale, regalano buone dosi di suspense e permettono di chiudere un occhio su alcune ingenuità di fondo relative sia a scelte stilistiche (gli SMS che appaiono in sovrimpressione) che narrative, con comportamenti e reazioni poco credibili in un contesto che già di per sé apparirebbe ambiguo a qualsiasi persona raziocinante. Le buone performance del cast, su tutti l’instabile e morboso Ted McGinley e la tosta Molly McCook completano un insieme che, pur lontano dall’essere memorabile, intrattiene con giusto piglio il rispettivo target di riferimento.

Fonte : Everyeye