Il meglio e il peggio di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker

Fatica più del dovuto, Star Wars: L’Ascesa di Skywalker. Ai botteghini mondiali sale lentamente verso il miliardo, tenendo fede al titolo che porta. Al momento viaggia intorno ai 774 milioni di dollari, incasso che dovrebbe far sperare alla Disney di eguagliare almeno il precedente Star Wars: Gli ultimi Jedi, che aveva chiuso la sua corsa con 1 miliardo e 336 milioni di dollari (certo lontano a sua volta dai 2 miliardi e 68 milioni di Star Wars: Il risveglio della Forza). Ci sta mettendo anche un po’ a fare breccia nel cuore degli appassionati, che cominciano alla seconda o terza visione a soprassedere alle tante incertezze narrative del film scritto e diretto da J.J. Abrams e godersi il puro spettacolo visivo e celebrativo confezionato dall’autore.
A due settimane esatte dall’uscita nelle sale, vogliamo in queste righe analizzare brevemente il meglio e il peggio di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, provando a dare una lettura bilanciata del capitolo conclusivo della Saga, al contempo nostalgico e in qualche modo encomiastico ma di netta rottura con il predecessore. Iniziamo dai lati positivi.

Il meglio di Star Wars Episodio IX

Gli aspetti sicuramente più riusciti de L’Ascesa di Skywalker sono la regia e il comparto visivo, elementi più o meno sempre funzionali per tutta la durata del lungometraggio. Solo l’incipit ci trascina in appena cinque minuti nel vivo dell’azione, mettendo in scena la ricerca di Palpatine da parte di Kylo Ren (Adam Driver), che da Mustafar raggiunge l’Orlo Esterno della Galassia fino ad Exegol, pianeta ancestrale dei Sith. È sicuramente un momento di grande entusiasmo perché pronto a mostrare il ritorno dell’Imperatore interpretato da Ian McDiarmid, che rivela il suo piano di riconquista dell’Universo mediante l’Ordine Finale.
È una sorta di prologo visivamente strabordante che mette immediatamente in chiaro il ruolo fondamentale di Kylo Ren in questo ultimo capitolo della Saga degli Skywalker, nei cui panni troviamo ancora una volta un ottimo Driver, qui più sofferto e centrato, essendo il film focalizzato anche sulla sua redenzione, su di un ritorno dell’eroe più o meno telefonato per quattro anni.
Abbandonato l’incipit, il comparto visivo e la regia di J.J. Abrams regalano altre sequenze davvero importanti e ben costruite nell’inseguimento e successivo scontro tra Rey (Daisy Ridley) e Kylo Ren su Pasaana, con il bellissimo faccia a faccia “a distanza” su Kijimi e poi sull’Incrociatore Imperiale (dove viene svelata la vera identità di Rey), nel duello con le Spade Laser (e richiami a La vendetta dei Sith) sulle rovine della Morte Nera e poi lungo tutto il terzo e ultimo atto, apice necessario a un’epica conclusione come quella confezionata da Abrams.

Il regista e co-sceneggiatore riprende le redini del franchise con sicurezza, soprattutto in termini d’estetica e coreografia, scegliendo angolazioni, punti, mezzi di ripresa e una fotografia che aiutano costantemente a sbalordire lo spettatore, che si lascia infatti trascinare con felicità nel bel mezzo di uno spettacolo tanto invadente.

Trova soluzioni visivamente ideali a problemi d’intrattenimento basilari, come ad esempio durante l’inseguimento del Millennium Falcon sull’Asteroide Ghiacciato, quando Poe Dameron (Oscar Isaac) forza la velocità luce e passa da un pianeta all’altro in un batter d’occhio, permettendo alla produzione di spremere all’eccesso il potenziale universale di Star Wars, utilizzando mostri galattici e riportando l’audience sulla Cloud City di Bespin.

L’ascesa di Skywalker è anche un capitolo che gioca più o meno discretamente diverse carte narrative, diegetiche o meno, all’evolversi del racconto. A nostro avviso resta eccezionale l’arrivo di tutte la flotta della Ribellione su Exegol, che mette in scena forse per la prima volta il senso più profondo di rivolta civile, mostrando direttamente la mobilitazione di cittadini comuni della Repubblica che scendono in campo per difendere ideali politici e sociali messi sotto scacco dall’Ordine Finale.

È un modello già sfruttato da Christopher Nolan in Dukirk ma qui sviscerato in ambito mainstream e fantascientifico, il che significa che il genere si è appropriato ancora una volta – e bene – di un prodotto del cinema d’autore, revisionandolo a seconda delle proprie esigenze. Imitando anche l’epica alla Avengers: Endgame, Abrams e Terrio scelgono di adagiarsi sugli allori e ricalcare quasi direttamente quel modo di fare blockbuster, mettendo da una parte tutto il male incarnato nella figura dell’Imperatore e dall’altra tutto il bene rappresentato invece da Rey, mettendogli in bocca anche la stessa frase e inquadrando la protagonista nello stesso modo in cui viene inquadrato Iron Man prima del suo sacrificio.
Sarebbe ipocrita non ammettere una certa commozione o un numero significativo di brividi durante quel “e io… sono tutti i Jedi“, anche perché in fin dei conti è perfettamente rimodellato per adeguarsi al franchise di Star Wars, tetto di una Saga edificata in più di quarant’anni di vita. E sempre nell’atto conclusivo, eccellente è anche il ritorno di Ben Solo come ultimo degli Skywalker, di cui abbiamo ampiamente parlato nello speciale Rey vs. Kylo Ren nella Nuova Trilogia, così come dell’ultima scena coronamento del destino della Cerca Rottami.

Il peggio di Star Wars Episodio IX

Discusso delle evidenti bontà di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, è il momento di passare ai vizi di un capitolo fin troppo assuefatto al fan service e che forse avrebbe meritato uno stimolo narrativo in più, un afflato d’originalità che avrebbe rinvigorito gli esiti di una successione di eventi curata con molta superficialità. Elemento che cinematograficamente parlando accorpa tutte queste sviste, scelte opinabili e mancanze, è ovviamente il montaggio, che decreta la bontà del flusso e del ritmo del racconto.

Come già spiegato, Abrams ha più o meno centrato diversi crescendo narrativi del film, ma questo soprattutto in sequenze a se stanti o nell’atto finale, essendo generalmente L’Ascesa di Skywalker fin troppo legato a una retcon (negata ma evidente) de Gli ultimi Jedi di Rian Johnson. Escluso l’inizio con Kylo Ren, allora, già nei primi venti minuti si avverte una forsennata corsa al distacco che non aiuta il pubblico a entrare come dovrebbe nel mood conclusivo della storia.

È tutto veloce e molto sconclusionato: Finn e Poe tornano sul pianeta della Resistenza e discutono con Rey, che a sua volta un secondo prima si dice non degna della Spada Laser di Luke e quello dopo la accetta senza problemi dal Generale Leia. La prematura e triste scomparsa di Carrie Fisher nel dicembre 2016 è anzi un altro problema principale di Episodio IX, perché sono palesi e privi di un reale costrutto dialogico i cut del personaggio presi dei precedenti capitoli e inseriti in questo, così da allungare la vita cinematografica di Leia. Ogni parte con la Fisher su schermo in realtà si potrebbe ignorare, se non fosse per un certo affetto dei fan e per una forma d’omaggio a un’attrice da sempre ben voluta dagli appassionati, così da poterle dire artisticamente addio al buio di una sala, dove avevamo imparato a conoscerla.

Elaborato maldestramente è anche il ritorno di Palpatine, di cui non viene spiegato nulla. Com’è riuscito a sopravvivere? Come ha raggiunto Exegol? Come ha tenuto nascosto l’Ordine Finale? Tutto questo viene rimesso a una semplice affermazione: “Arti Oscure, I Sith. Ho sentito cose. È possibile!“. Non basta. Sicuramente non è necessario a rendere valido il grande piano dell’Imperatore Sith, che in buona sostanza desidera continuare a vivere nel corpo della nipote e dominare la Galassia. Anche qui il “come” è messo da parte per lasciare spazio all’impatto dello spettacolo sopra descritto, eppure non è una buona scusa per evitare ai fan di domandarsi il senso di un progetto e di un ritorno che sembrano – appunto – un fan service impiattato a dovere per rendere felici gli appassionati più sfegatati che hanno magari seguito da sempre l’Universo Espanso e tutte le uscite multi-mediatiche del franchise. È come se si tenesse conto soprattutto di questi e si lasciasse agli altri, al pubblico diciamo più “generico”, il compito di informarsi, che questo piaccia o meno. Peccato che manchino anche gli indizi per farlo.

Per questo anche nella recensione di Star Wars: L’ascesa di Skywalker abbiamo parlato di una fanzine: perché la scrittura è il più delle volte raffazzonata, messa insieme soprattutto da raccordi narrativi che riguardano la conoscenza profonda di Star Wars e i desideri più reconditi di un fandom unito su alcuni punti fondamentali. E Abrams gli ha dato tutto ciò che voleva: risposte, che non sempre si trasformano in qualità.

Fonte : Everyeye