Una casa per i rom di Ferentari

Ho fallito. Di brutto. Ho scritto un pezzo molto emotivo. Eccone alcuni estratti.

La cosa più difficile è stato avere pazienza. Ho avuto pazienza… con i bidelli e i sorveglianti, con i genitori tossicodipendenti, con le madri vittime di violenza, incapaci di guardare oltre il proprio interesse più immediato.

Ho avuto pazienza con tutti i tipi di persone. Ho risposto a migliaia di messaggi, sono andato a centinaia di incontri. Ho dovuto, non raramente, accettare con il sorriso sulle labbra ogni genere di spazzatura domestica offerta a titolo di beneficenza. Ho rovistato in mezzo a mutande sporche e una volta, ancora me lo ricordo, ho vomitato per la puzza di un paio di vecchi scarponi in stato di putrefazione, “donato” ai bambini.

Ho fatto da ambulanza, ho passato il mio tempo nei pronto soccorso e nelle corsie degli ospedali. Ho montato porte, ho trasportato decine, se non centinaia, di oggetti dei più vari, dai materassi ai frigoriferi, incollandomeli sulle spalle per le scale di palazzi gremiti di gente che si faceva in vena e con i ratti che mi correvano tra i piedi.
Ho chiesto aiuto a dentisti, medici, oculisti, elettricisti, ginecologi, commercianti, dipendenti di grande aziende giovani e idealisti, e a chiunque altro fosse necessario, per riuscire ad aiutare al meglio chi ne aveva bisogno. Per farmi firmare le pratiche necessarie a difendere i bambini, sono andato a cercare le loro madri in strada e in carcere, il tutto per adempiere alle stupide formalità prescritte da un’amministrazione assurda. Le stesse cose che ho fatto io, le hanno fatte altre decine di persone.

Ho ricevuto minacce da mafiosi di ogni sorta, dall’associazione Partito dei rom come dai drogati, perché quello che stavamo facendo minacciava i loro “affari”. Pidocchi, calzini dai miasmi nauseabondi, pulizia di appartamenti e bagni appestati, discussioni con i genitori per far mandare i figli a scuola, pratiche da sbrigare, litigi con gli assistenti sociali, umiliazioni subite da parte funzionari pubblici. E ancora pazienza, specialmente dopo essere stato derubato dai bambini stessi.

Poi, qualche mese fa, il sindaco del quinto municipio di Bucarest ha deciso che rappresento una minaccia per la sua carriera politica. Si è servito di un’organizzazione, la Gal (Gruppo di azione locale), di cui fanno parte anche alcune note ong. Ha preso il controllo della Scuola 136 di Bucarest, dove organizzavamo il doposcuola per i bambini, ha licenziato la direttrice, ne ha nominata una nuova, totalmente manipolabile, e ha deciso che avremmo dovuto smettere con le nostre attività di volontariato. D’un tratto ho avuto l’impressione di non farcela più.
Intanto continuo a ricevere dalle persone che abitano nel ghetto almeno dieci telefonate a settimana. Mi chiedono di aiutarle a risolvere le necessità più urgenti. Oggi mi hanno chiamato M., una donna molto malata che ha bisogno di medicine, e la mamma di Rebecca, appena uscita di prigione: le servono un lavoro e una porta, per evitare che i topi le entrino in casa.

Sono esausto. Non ho più voglia di convincere nessuno di nulla. È assurdo che dobbiamo noi supplicare il comune e la scuola di lasciarci fare quello che facciamo, quando dovrebbero essere loro a pregarci di continuare.

È da diversi anni che non ho più di cinque o sei weekend liberi all’anno. Mi sono abituato a digerire ogni sorta di idiozia solo perché l’interesse dei bambini è prioritario rispetto a ogni altra considerazione.

Nella zona del quartiere di Ferentari, dove si trova la scuola, un posto dimenticato da Dio, ci sono centinaia di bambini, adolescenti, giovani e adulti che mi salutano affettuosamente. Ho avuto soddisfazioni enormi nel vedere dei bambini che sembravano senza speranza crescere e diventare dei ragazzi normali.

Negli ultimi due o tre anni ogni fine settimana siamo in diverse decine a fare volontariato a Ferentari, la zona più malfamata di Bucarest. Aver conosciuto centinaia di persone che vengono ad aiutare i bambini più sfortunati della città a fare compiti e a giocare è la cosa migliore che mi sia mai capitata.

È davvero gratificante vedere che ogni settimana tra gli ottanta e i cento bambini vengono a studiare con noi. È gratificante riuscire – con l’aiuto di persone che ti rendono migliore e ti stimolano – a vestire i bambini, a farli mangiare bene, a festeggiarli per i loro compleanni, a ricompensarli per le loro buone azioni. Mi spezza il cuore il fatto che non potrò più farlo nella Scuola 136. Ma continuerò su scala ridotta a casa mia, come facevo all’inizio. Non credo di poter fare ancora tutto quello che facevo. Vorrei che non fosse così, ma stavolta sento che in me qualcosa si è spezzato e, per quanto possa provarci, non sono sicuro di poter ricucire la ferita.

Ho postato il messaggio sul mio blog. La mattina dopo ho ricevuto più di mille messaggi di incoraggiamento. Ho preso la decisione di svuotare il mio conto in banca e comprare una casa. È stata una scelta che mi ha fatto sentire bene come nessun’altra. Ho avvertito che intorno a me ci sono tante persone di valore che mi spingono a essere un uomo migliore. Che c’è la speranza di poter diventare migliori aiutandoci l’un l’altro. Così mi sono deciso a chiedere aiuto. E ho scritto di nuovo.
La mamma di A. uscirà presto di prigione. A., che ancora non ha compiuto tredici anni, è stata violentata da un ragazzo di 24 anni ed è rimasta incinta. Suo padre è tossicodipendente e malato di aids. A. è una brava bambina. In passato mi erano già capitati altri due casi simili. Allora non avevamo potuto fare granché. Ma adesso possiamo occuparcene.

Era da un po’ di tempo che avevo in mente di aprire la Casa Bună (casa buona in italiano): un luogo dove fare i compiti con i bambini, dargli ripetizioni e preparargli da mangiare. In qualsiasi momento, senza che la preside, il bidello, la donna delle pulizie, la segretaria, il professore o chiunque altro possa storcere il naso. Un posto dove A. possa vivere. Dove organizzare un laboratorio per formare i ragazzi e insegnargli un mestiere. Dove ospitare le persone più indifese del ghetto (donne abusate, bambini abbandonati ), giocare all’aperto d’estate e festeggiare i compleanni. Una struttura che possa anche essere messa a disposizione, compatibilmente con i posti liberi, dei parenti dei bambini ricoverati all’ospedale pediatrico Marie Curie che non hanno i soldi per pagarsi un albergo a Bucarest.

Avremo un carpentiere in gamba che abiterà nella casa. Con lui avvieremo insieme ai giovani del ghetto un’impresa di costruzioni. Il nostro carpentiere è un ottimo professionista e sono molto fortunato ad averlo conosciuto. Mi auguro che l’affare possa rendere abbastanza per permetterci di aprire altre strutture come la Casa Bună anche in altri posti. Per le persone più bisognose sarà ovviamente tutto gratis.
La casa è grande 174 metri quadrati e ha un giardino di 800 metri quadrati.

Odio chiedere donazioni, e tante volte le ho rifiutate perché riuscivo autonomamente a coprire i costi. Adesso però abbiamo bisogno di aiuto. Dovremo sfruttare al meglio lo spazio della casa e abbiamo bisogno di qualcuno che sia esperto in queste faccende. Avremo bisogno di garantire almeno uno stipendio, se non due, fino a quando l’impresa non sarà a regime. Costruiremo un piccolo campo sportivo e avremo bisogno di aiuto per asfaltarlo. Dovremo trasformare la soffitta in un magazzino. Avere uno spazio adibito a laboratorio e una navetta per il trasporto dei bambini (la casa dista circa dieci minuti da Ferentari) sarebbe meraviglioso. Infine c’è da arredare le camere, e la manutenzione della struttura non sarà cerro economica.

Oltre l’investimento iniziale, io cercherò di fare il possibile. Per avere fondi, terrò più corsi di comunicazione, di management di squadra e di leadership, le attività che mi danno uno stipendio.

Con o senza aiuti, farò tutto quello che mi sono messo in testa. Più faremo in fretta, meglio sarà. Per adesso la risposta è stata commovente. Dietro il progetto ci sono già duecento persone, e abbiamo ottime possibilità di creare una comunità. Abbiamo grandi progetti. E puntiamo ad arrivare presto a seicento adesioni. Insieme, possiamo fare molto.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Fonte : Internazionale