Il vero segreto della comicità (e del successo) di Checco Zalone

Basta guardare al passato e alla storia della commedia italiana: vedendo i suoi film, ognuno ha l’impressione di stare ridendo di chi non la pensa come lui

Una volta esisteva un legame decisamente più forte tra le commedie e il nostro paese. Le commedie erano la pancia del popolo, erano il genere più importante sia artisticamente che a livello di incassi e fornivano la lettura del nostro tempo. Questo con i decenni è cambiato. Ridere al cinema è rimasta la cosa più importante e le commedie sono rimasti i film di maggiore incasso, ma il genere in sé ha perso sempre più terreno. Garantiscono sempre i maggiori incassi, ma nel complesso la gran parte delle commedie prodotte ha sempre meno presa. Checco Zalone è una delle più felici eccezioni. E, caso quasi unico, nonostante sia un comico televisivo passato al cinema, in sala ha trovato un successo maggiore che in televisione, funzionando di più grazie alla risata collettiva.

Tolo Tolo, il suo quinto film (ma il primo di cui è anche regista), è appena uscito e già ha segnato il record per il miglior primo giorno. Certo il numero di copie con cui è arrivato era superiore a chiunque altro, superiore anche a quelle del film precedente (1200 contro 900), ma è riuscito comunque a riempire tutte quelle sale con delle medie di spettatori allucinanti. Checco Zalone ha infatti un rapporto molto particolare con il pubblico, uno che al momento non ha rivali. Non lo è Fabio De Luigi, protagonista dell’altra commedia di buon incasso dell’anno (10 giorni senza mamma), e non lo sono certo Ficarra e Picone (è loro la commedia di maggior incasso del 2019 Il primo Natale) che come lui vengono da Zelig ma sono passati per il successo di Striscia la notizia.

Il dettaglio clamoroso però è che Checco Zalone non fa ridere più di altri. I suoi film non sono più divertenti dei primi di Aldo, Giovanni e Giacomo, del periodo migliore di Roberto Benigni o anche dei più importanti di Carlo Verdone. Eppure incassa di più, attira di più, piace di più. Questo per merito, ovviamente, ma anche perché è l’unico oggi a poter applicare la vecchia regola aurea della commedia italiana: dare l’impressione a ogni spettatore che a essere preso in giro sia la persona accanto a lui e non lui stesso.

Gli italiani non si arrabbiano mai quando li prendi in giro, perché pensano sempre che tu stia parlando di un altro”, diceva Paolo Villaggio, ma l’assunto è anche alla base del cinema di Alberto Sordi, che usava i suoi personaggi per parlare malissimo del pubblico, o di quello di Mario Monicelli, che raccontava solo mostri, e via dicendo. Era un cinema, quello, estremamente sofisticato ed estremamente popolare che aveva come bersaglio molto più il popolo che il potere e che con il tempo ha lasciato il posto a una commedia che invece fa il contrario: lisciava il pelo al popolo e attaccava i potenti. È semplicemente un altro tipo di commedia, altrettanto nobile e importante: quella di Dario Fo o di Antonio Albanese, di Benigni e di Massimo Troisi. O quella che negli anni dei governi Berlusconi era diventata un’apparente macchina da esposizione, arrivando infine all’attuale, in cui è praticamente un genere borghesissimo e progressista (la fetta di pubblico più piccola che ci sia).

È successo così che di colpo Checco Zalone è stato l’unico a lavorare (e bene, gliene va dato atto) sulla presa in giro dura, durissima, della gente nel senso più ampio. I potenti ci sono ovviamente (e ci sono anche in Tolo Tolo) ma sono marginali, i ridicoli veri siamo noi. E sono i più deboli di noi, i provinciali, i piccini e quelli con la mentalità più ristretta. Ma non solo. Per ogni personaggio che dice una bestialità conservatrice sugli omosessuali, ce n’è uno che riesce a inserirsi nella società borghese e sofisticata prendendoli in giro. Per ogni attacco ai provinciali che sono rimasti esclusi dai cambiamenti della società e dall’evoluzione dei costumi, ce n’è uno alla gente fighetta di città, per ogni parola sbagliata da un ignorante, c’è un professorone che in realtà è un bluff. In Tolo Tolo si ride sia del protagonista che vuole evadere le tasse, sia delle regole e regolamenti italiani impossibili da rispettare.

Molto si è detto del fatto che Zalone non abbia ideologia (ma non è vero, se così fosse non ci sarebbe nessuna coerenza nei suoi film, invece sono tutti molto simili e hanno una visione di mondo coerente), ma in realtà ha la capacità di dare l’idea a tutti che si stia ridendo dell’altro, di calibrare le gag su diversi target. Non improvvisa niente Luca Medici (vero nome dell’attore), piuttosto studia e bilancia sketch e storie perché, in questo mondo coerente che dipinge, ci sia una risata per tutti. E ci sia soprattutto per ognuno la convinzione che le risate che sente intorno a sé in sala, non sia rivolte a lui.

Non è la sensazione che hanno fornito i comici fino a oggi. In genere non fanno che escludere qualcuno dalla propria comicità: c’è chi ha fatto la sua fortuna deridendo i borghesi (come i Vanzina), chi ha una chiara visione politica, chi utilizza un registro sofisticato che esclude alcuni strizzando l’occhio ad altri e infine chi racconta sempre ed inevitabilmente se stesso e il proprio mondo. Anche i cabarettisti che non sono ancora passati al cinema, come Maurizio Battista (uno dei più popolari oggi), dichiarano immediatamente quale sia il pubblico cui parlano, già alla prima battuta. Checco Zalone ha fatto di tutto per evitarlo, parla sempre e solo di questioni sociali (tasse, evasione, mutamenti della società…) e il risultato è che tutti hanno la sensazione che Zalone sia il comico che prende in giro chi non la pensa come loro.

Fonte : Wired