Le cose di cui parleremo nel 2020

(Ancora) Brexit, Donald Trump, Libia e crisi di governo, tra l’altro. Ma non pensate che giornali e notiziari saranno gli stessi del 2019: ognuno di questi dibattiti avverrà in un contesto profondamente diverso

(foto: Drew Angerer/Getty Images)

Tra le tante riflessioni necessarie ad archiviare definitivamente l’anno 2019, ce n’è una che finiamo spesso per sottovalutare: le storie del nostro tempo non si esauriscono allo scoccare dell’ultima mezzanotte sul calendario. Può sembrare una banalità, ma il cervello umano preferisce tenere insieme eventi apparentemente casuali, legandoli l’un l’altro in una mitologia coerente, così da trasformare l’attualità in un racconto ben ordito. E come ogni racconto, anche quello che riguarda le nostre vite deve avere un inizio e una fine, oltre che una suddivisione più o meno razionale, che preferiamo scandire con l’avvicendarsi degli anni.

Ma la realtà non è un romanzo d’appendice e nessuna storia finisce mai completamente. Non è finita la storia di Donald Trump, ad esempio, entrato nel nuovo anno da presidente negli Stati Uniti e che tra esattamente dieci mesi si giocherà la riconferma in una delle tornate elettorali più attese nella storia recente; non è finita la saga di Brexit, almeno non formalmente, nonostante le indicazioni giunte dalle urne siano ora inequivocabili; non è finita la battaglia della generazione Greta Thunberg per dare un futuro al pianeta, così come procedono senza soluzione di continuità anche quei mutamenti climatici che avevano reso necessaria la battaglia, in primo luogo.

Quelle che seguiranno saranno dunque alcune delle storie di cui parleremo nel 2020. Non possiamo ancora sapere come saranno trattate – né di quali ulteriori significati si riempiranno – ma di certo saranno lì, come punti fissati nel nostro futuro prossimo, risultato delle dinamiche che ci hanno accompagnato nel capitolo precedente di questa storia.

La legislatura italiana a un bivio

La prima data da cerchiare sul calendario del nuovo anno sarà quella di domenica 26 gennaio, il giorno del giudizio per buona parte della politica italiana, che si giocherà ben più del già cruciale governo regionale di Calabria ed Emilia-Romagna.

Matteo Salvini, in particolare, ha puntato tutte le sue fiches sull’appuntamento emiliano e nonostante la compagine giallorossa ci arrivi in ordine sparso e con due diversi candidati, è davvero difficile immaginare un prosieguo di legislatura in caso di vittoria leghista. A complicare ulteriormente la situazione ci sono poi le crescenti tensioni interne alla maggioranza (in particolar modo sul capitolo giustizia) e le incombenti decisioni su taglio dei parlamentari e quota proporzionale del Rosatellum, che nel corso dell’anno potrebbero portare a due diverse – e per nulla scontate – consultazioni referendarie.

Il 2020 si annuncia insomma come un altro anno turbolento per Sergio Mattarella, l’ennesimo da regista di una mediazione istituzionale che questa volta, però, potrebbe però non bastare.

Qualcosa potrebbe cambiare in Libia

Gennaio sarà un mese cruciale anche per il destino della Libia, dal 2014 devastata da una guerra civile di cui ancora non si intravede la conclusione.

Le violenze nel paese nordafricano si sono intensificate dallo scorso mese di aprile – con l’apertura della fase più calda degli scontri tra le milizie fedeli al maresciallo Khalifa Haftar e il governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj. Una guerra per procura che negli ultimi giorni ha visto il crescente interessamento della Turchia (che ha appena votato l’impiego di forze militari nella regione) e che nei primi mesi del 2020 potrebbe far salire la tensione tra il paese di Erdogan e l’Egitto.

Intanto i paesi Ue provano a contenere l’escalation e nella seconda metà di gennaio Berlino dovrebbe essere lo scenario di una conferenza che punta a riunire tutti i protagonisti attivi nell’area. Non la soluzione definitiva, probabilmente, ma le prove tecniche di un approccio finalmente unitario dei paesi europei.

La guerra ai giganti del tech

Il 2020 sarà l’anno di debutto della Commissione von der Leyen, che fin dalle prime battute si è contraddistinta per un approccio molto diretto al tema della concorrenza.

La commissaria Margrethe Vestager ha inserito tra le priorità della legislatura l’aggiornamento delle leggi in materia di Antitrust e l’indirizzo sembra essere quello di una digital tax comunitaria, dopo l’aggressiva battaglia legale condotta negli ultimi cinque anni. Difficilmente il risultato di queste misure sarà apprezzabile nei prossimi 365 giorni, ma la netta presa di posizione sarà certamente uno dei temi ricorrenti della nostra attualità.

Una Brexit che finisce, una Brexit che inizia

I prossimi mesi saranno dunque quelli dell’Europa a 27. La recente vittoria di Boris Johnson ha scritto una volta per tutte la parola fine sull’incerta parabola di Brexit, che entrerà ufficialmente in vigore il 31 gennaio 2020.

Tutto qui? Troppo facile, perché per portare a termine la missione servirà una lunga sessione di negoziati, necessari per regolare i rapporti commerciali, militari e più in generale di convivenza tra Regno Unito ed Europa. I più ottimisti assicurano che le operazioni si concluderanno entro il 2020, ma gli esperti sono molto più cauti con le previsioni e al momento non sembra possibile indicare una scadenza certa.

Per una Brexit agli sgoccioli, ce n’è una che potrebbe però essere appena iniziata. Nei giorni scorsi la prima ministra Nicola Sturgeon ha infatti inviato un dossier a Londra per chiedere un referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, prerogativa nelle mani del governo centrale e che Boris Johnson ha già annunciato di non voler concedere. Il braccio di ferro è appena iniziato, ma difficilmente potrà mai concludersi nel 2020: dall’eventuale via libera al referendum vero e proprio dovrebbero infatti passare almeno 9 mesi.

Ancora Trump?

E poi ci sono le elezioni americane. Quella che avrà luogo il prossimo 3 novembre è probabilmente la storia su cui possediamo al momento meno informazioni, ma senza dubbio quella di cui parleremo di più.

Il primo mandato di Donald Trump è stato estremamente polarizzante, tanto per i toni quanto per le decisioni politiche, ma è ancora troppo presto per dire se questa possa essere una vulnerabilità o un punto di forza. Il Partito Democratico, da par suo, sta affrontando un percorso di transizione lento e non sempre efficacissimo, i cui risultati saranno visibili solo sul lungo termine.

Al momento, queste sono ancora le primarie della vecchia guardia, con i settantenni Bernie Sanders, Joe Biden ed Elisabeth Warren favoriti alla nomination (in due casi su tre si tratterebbe del presidente degli Stati Uniti più anziano della storia) e i ritiri già ufficializzati di Kamala HarrisKirsten Gillibrand, Beto O’Rourke e Julian Castro.

A dieci mesi esatti da quello che si annuncia come il momento sliding doors del decennio, insomma, fare previsioni è ancora impossibile. Ma proprio come in un romanzo, che senso avrebbe sbirciare il finale della storia?

Fonte : Wired