I migliori film del 2019 rimasti inediti in Italia

Potremmo discutere per ore di alcuni problemi che affliggono la distribuzione cinematografica italiana ma non lo faremo: oggi vogliamo celebrare il cinema e i suoi prodotti in arrivo da tutte le industrie del mondo che, anche se a oggi esclusi dal mercato nostrano, sono stati mostrati nei maggiori Festival Internazionali, proiettati nelle sale e – in alcuni casi – addirittura già disponibili in edizioni home-video straniere.

Con un po’ di fortuna alcuni di questi titoli arriveranno nei prossimi mesi anche nei cinema del Bel Paese, nel frattempo vogliamo presentarvi alcuni dei migliori film del 2019 (e non solo) ancora inediti dalle nostre parti: chi tra voi mastica bene le lingue straniere potrebbe pensare di fiondarsi su Amazon per recuperare i Blu-ray dei film presenti nei prossimi paragrafi, oppure segnare sulla propria agenda i titoli da tenere d’occhio per il futuro. Ad ogni modo, speriamo di suscitare l’interesse della nostra community e magari spronare qualche distributore a puntare su questi progetti, che noi riteniamo assoluti cavalli vincenti. Sicuramente difficili da piazzare in certi casi ma di primissima qualità.

9 – Long’s Day Journey Into Night, di Bi Gan

Dopo aver vinto il premio FIPRESCI col suo film d’esordio Kaili Blues, il regista cinese Bi Gan sfoggia una sfrontatezza senza pari concludendo il suo secondo lungometraggio con un piano sequenza di 56 minuti consecutivi girati in 3D, con la cinepresa che affianca, segue, insegue e addirittura sorvola il protagonista Luo Hongwu (l’attore Huang Jue) attraverso un paesaggio rurale notturno tra sogno e realtà. Il passato, i ricordi e la forza evocatrice del cinema si intrecciano indissolubilmente in un film toccante e meraviglioso.

8 – The Beach Bum, di Harmony Korine

Come prendere il “voyeurismo per la vita” del miglior Terrence Malick possibile per rinvigorirlo partendo dal basso, dalla sporcizia, arrivando a trovare la magnificenza nel lerciume, la bellezza nel grottesco, la poesia nel delirio. Estenuante nell’accezione più magnetica del termine, quella che si potrebbe usare per descrivere una conversazione fra Charles Boudelaire e Oscar Wilde, The Beach Bum è la consacrazione definitiva di Harmony Korine e la migliore interpretazione di Matthew McConaughey dai tempi di True Detective.

7 – Uncut Gems, di Josh e Benny Safdie

Forse ne avete sentito parlare, e probabilmente ciò che avete udito è fatto di giubilo e consensi, e in questa sede confermiamo quanto di buono è stato detto dagli Stati Uniti sul nuovo film dei fratelli Safdie: dopo il meritato successo del grandissimo Good Time con Robert Pattinson, i due fratelli tornano nel sottobosco criminoso di mezze cartucce fallite destinate a un fato nefasto da tragedia greca nel quale spicca Adam Sandler, un perdente che non riesce a smettere di inseguire quella vittoria sfuggente che sogna di ottenere da una vita: grintoso, incessante, depalmiano e spietato, Uncut Gems è una corsa affannosa dall’inizio alla fine che vi lascerà senza forze una volta tagliato il traguardo.

6 – Dragged Across Concrete, di S. Craig Zahler

Nel cinema di S. Craig Zahler ogni film è un manifesto della sua visione, e Dragged Across Concrete non è da meno: presentato a Venezia 2018, il film con Mel Gibson e Vince Vaughn è un ribaltamento totale del caper movie in cui tutto, come in Bone Tomahawk e Brawl In Cell Block 99, ruota intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi che prendono sempre la peggior decisione possibile.
I prodotti di questo autore, nichilista e desideroso di controllare totalmente la sua messa in scena, che odia profondamente i suoi protagonisti e li mette costantemente in difficoltà, sono un continuo e perverso gioco al rilancio in cui tutto diventa sempre ingestibile e asfissiante, una continua lotta nelle sabbie mobili in cui l’agitarsi in cerca di spazio porta inevitabilmente alla riduzione sistematica di quello spazio, intrappolando, soverchiando, schiacciando fino a uccidere. E Dragged Across Concrete è il coronamento di questa visione.

5 – Killing, di Shin’ya Tsukamoto

Ancora una volta le vibrazioni e i suoni che differenziano la carne dal metallo diventano per la camera estatica di Shn’ya Tsukamoto le molle di Killing, un film sia elettrico che di rara delicatezza.
La quiete assoluta, il fine ultimo da raggiungere perseguito attraverso una regia piena di auto-controllo nella prima parte, si allontana di volta in volta appena si è sul punto di afferrarla, con esplosioni di ferocia così stordenti da costringere il film ad assumere nella seconda parte nuove forme e nuovi registri, che Tsukamoto domina come solo lui può.

4 – High Life, di Claire Denis

Fortemente tarkovskiano, sia quando ambientato nello spazio (Solaris) sia sulla Terra (Stalker), High Life di Claire Denis è da considerarsi fra gli sci-fi più allucinati, scioccanti e incantevoli mai concepiti dall’arte del cinema. Muovendosi lungo territori familiari per prendere svolte assolutamente inedite (infatti è tutto basato sul tema del riciclaggio), il film con Robert Pattinson e Mia Goth è una sfida totale ai tabù dell’audiovisivo e una collezione di immagini di rara potenza, usate dalla regista per sfidare costantemente l’occhio di chi guarda, per nutrirlo di novità e per raccontare una storia che si interroghi sull’identità e la natura più istintiva dell’essere umano.

3 – The Lighthouse, di Robert Eggers

Turbolento e surreale, selvaggio e respingente, in un bianco e nero degno dell’espressionismo tedesco degli anni ’20, figlio diretto di Gardiens de Phare di Jean Grémillon (1929) e dominato dalle interpretazioni colossali ed estreme di Robert Pattinson e Willem Dafoe, The Lighthouse è il grande ritorno di Robert Eggers dopo il meritato successo dell’horror The VVitch: tra fantasy, thriller, commedia, terrore e tanta follia, il regista dimostra una cura per i dettagli invidiabile e consegna ai posteri un’opera che fra diversi decenni ancora passerà di mano in mano nei peggiori bar cinefili di Caracas e oltre.

2 – Under The Silver Lake, di David Robert Mitchell

Incredibilmente ancora inedito nonostante il suo precedente film, It Follows, si sia guadagnato un certo seguito anche nel nostro mercato, Under The Silver Lake è un neo-noir come non ne avete mai visti: un impianto filmico lynchiano vestito del cromatismo di La La Land, che parte dal racconto d’investigazione ma che con andatura dinoccolata da stoner movie si muove trasognato tra tutti i generi cinematografici possibili per flirtare con le fondamenta stesse del mito di Hollywood.
Citazionista e surreale, scoordinato e inquietante, perverso ed erotico, brutale e drogato, parossistico, dissacrante, cinematograficamente colto e soprattutto tremendamente (ir)riverente nei confronti tanto dell’arte quanto della cultura pop, Under The Silver Lake è l’ennesimo trionfo della A24 e la cementazione del talento indipendente di David Robert Mitchell.

1 – An Elephant Sitting Still, di Hu Bo

Semplicemente l’opera cinematografica più impressionante, potente e innovativa dell’industria cinematografica cinese dai tempi di Lanterne Rosse, eppure così diverso, An Elephant Sitting Still è un grido di denuncia nazionale avvolto narrativamente in un’eterna attesa beckettiana che sfuma tra disperazione e speranza, e visivamente da un impianto filmico claustrofobico fatto di inquadrature strettissime e riprese che sembrano infinite. Il primo e ultimo film di Hu Bo, giovane romanziere e regista di Shandong morto suicida poco dopo l’uscita dell’opera, è un capolavoro che una volta visto, ma addirittura anche vissuto potremmo dire, rimarrà per sempre con voi.

Menzione speciale: La Flor, di Mariano Llinás

Fuori classifica perché al di sopra di qualsiasi mera competizione cinematografica, la monumentale epopea di Mariano Llinás è una sfida alle regole dell’esperienza della sala e contemporaneamente uno smacco all’offerta dello streaming on demand, nell’epoca in cui le due realtà sembrano volersi soppiantare a vicenda. La Flor è 868 minuti di storie, di vite, di generi cinematografici che mutano insieme ai loro protagonisti, di realtà che avanzano e di donne che maturano. Più ci si addentra nell’opera, più il senso della stessa diventa quello di continuare a guardarla mentre si evolve di fronte a noi, come se il fine ultimo di Llinás fosse quello di mettere in scena il passaggio del tempo e i cambiamenti che porta con se.

Fonte : Everyeye