Il mago di Oz, la recensione del classico con Judy Garland

Che anno, il 1939, per chi ebbe la fortuna di potersi sedere in sala e assistere a due capolavori assoluti della Settima Arte, usciti a pochi mesi di distanza, quali Il mago di Oz e Via col vento. Due film paradossalmente uniti non solo dall’immane sforzo produttivo, con budget colossali per i tempi, ma anche per le traversie passate durante le riprese, che portarono per entrambi a diversi cambi in cabina di regia: in tutte e due le occasioni a uscirne vincitore, come regista accreditato, fu Victor Fleming, presente a quell’edizione dei premi Oscar con duplice candidatura (per la cronaca, la ottenne per le drammatiche vicende di Rossella O’Hara).
L’adattamento del romanzo di L. Frank Baum, noto scrittore per bambini, è tra i film più amati di sempre e secondo alcuni studi statistici sarebbe anche la pellicola più vista nell’intera storia del cinema, dato al quale non viene difficile credere vista l’importanza culturale e “pop” che l’operazione ha acquistato in forma sempre maggiore con lo scorrere dei decenni tanto che oggi, a 80 anni esatti dall’uscita, rimane uno dei classici più consigliati per tutta la famiglia.

Via col tornado nel mondo di Oz

La dodicenne Dorothy vive con gli zii e il piccolo cagnolino Toto in una fattoria del Kansas. Un giorno la bestiola morde accidentalmente a una gamba l’odiosa vicina di casa, Almira Gulch, una zitella di mezz’età che ottiene dallo sceriffo il permesso di prendere in custodia l’animale e di abbatterlo. Toto riesce però a fuggire dalle grinfie dalla megera e a ricongiungersi con la sua padroncina, ora convinta che l’unico modo per non separarsi mai più sia quello di scappare lontano. La ragazza si mette così in cammino senza una meta precisa e sulla strada incontra il bizzarro professor Meraviglia, un indovino itinerante che la convince a desistere dal suo intento e a rientrare alla fattoria. Nel frattempo la zona è vittima di un devastante tornado, con gli zii e i dipendenti della tenuta che si nascondono in un rifugio sotterraneo; Dorothy non trova nessuno al suo ritorno e viene colpita da un’anta della finestra volata via a causa del forte vento.

Svenuta, la giovane protagonista si risveglia (sempre in compagnia di Toto) nel bel mezzo della furia degli elementi, con la casa che sta letteralmente volando in mezzo al ciclone; dopo il burrascoso atterraggio scopre di essere finita in un mondo fantastico e colorato. Qui fa la conoscenza di Glinda, strega buona del Nord, e della crudele Strega dell’Ovest (le cui verdi fattezze ricordano quelle di Almira), inizia così un pericoloso viaggio per trovare il mago di Oz, l’unico che potrebbe riportarla a casa. Durante la sua incredibile avventura, Dorothy non sarà sola e nel percorso si uniranno a lei tre strambi personaggi: lo spaventapasseri (che desidera un cervello), l’uomo di latta (a cui manca il cuore) e un leone codardo.

Wonderland

La meraviglia del cinema sta tutta qui, nella grandiosità di una messa in scena maestosa per l’epoca (capace di difendersi benissimo ancora oggi, in un mondo dominato da effetti speciali sempre più realistici) e nella semplicità di una narrazione che, ripercorrendo i topoi del tipico impianto favolistico rivisitato in un’ottica dark e visionaria, riescono ad appassionare per cento minuti di visione. Lo stesso senso di stupore che prova l’ingenua protagonista quando arriva, effettivamente o meno, nel magico mondo di Oz, con il cromatismo mono su un’affascinante ocra che si tramuta in una variopinta estasi di colori nella fittizia rappresentazione di questa terra fantastica, popolata da strane creature e inquietanti nemesi.

Una scelta rivoluzionaria per l’epoca che imprime ulteriori sfumature al sogno/viaggio di Dorothy e si rivela esteticamente efficace, così come le continue invenzioni nella gestione delle location create ad hoc e dei relativi sfondi, in un atto d’amore verso lo sguardo del pubblico sempre più rapito da quanto accade su schermo.

Oz is dark and full of terrors

Il mago di Oz, pur rivolgendosi all’infanzia, ha un’anima parzialmente horror, tale da renderlo più maturo delle apparenze anche per ciò che riguarda l’intero processo narrativo: dallo spaventoso tornado di inizio visione, capace di suscitare un sincero senso d’ansia, alla figura della strega ricalcata sulla canonica iconografia in vigore (esemplare a tal riguardo la scelta, cambiata in corsa, della spigolosa Margaret Hamilton), fino allo stormo di scimmieschi servi della megera, il film è pregno di un’atmosfera tetra che affascina e conturba al contempo.

Tralasciando i poco edificanti resconti extra-cinema sui Mastichini, sorta di antenati degli Umpa Lumpa, interpretati da attori affetti da nanismo che – secondo numerose testimonianze – erano soliti ubriacarsi durante le riprese e insultare e molestare ripetutamente la stessa Garland, l’oscurità permeante il racconto è sempre e comunque smussata da toni dolci e leggeri, dando equilibrio all’insieme. Le continue soluzioni visive e la varietà di situazioni è evidente in ogni singolo dettaglio o ambientazione, tra cavalli magici che cambiano colore e assurde sedute al “salone di bellezza, con la magia quale elemento fondamentale ai fini degli eventi.

Un arcobaleno di emozioni

Ovviamente Il mago di Oz viene anche ricordato per la sua magistrale colonna sonora, con l’anima musical che prepondera pressoché in ogni step della vicenda: se la splendida Over the raimbow è diventata un pezzo immortale, coverizzato in ogni modo e genere possibile, il film è ricco di altre canzoni memorabili, tutte pensate per ibridarsi al meglio alle relative scene come l’orecchiabile Lions and tigers and bears, oh my! o il motivetto di introduzione, che cambia ogni volta strofa, dei tre co-protagonisti. Lo spaventapasseri, l’uomo di latta e il leone (in origine si era pensato di usare il reale esemplare simbolo della MGM, salvo poi scontrarsi con i problemi di sicurezza legati alla sua presenza sul set), così come buona parte delle presenze “oziane”, sono specchi di una realtà troppo presto snobbata e diventano simboli di una semplice quanto preziosa metafora sul “ciò di cui abbiamo bisogno è già dentro di noi“, che d’altronde è il cuore pulsante della storia. Del resto la celeberrima battuta di chiusura “Non c’è posto più bello della propria casa“, entrata anche nei detti del linguaggio comune, è proprio un invito a guardare chi o cosa si ha già davanti prima di perderlo o smarrirlo.

Fonte : Everyeye