Se tocca a Poste rendere digitali gli uffici pubblici in Italia

Poste ItalianeImmagine: www.posteitaliane.it

Fino a 15 milioni di euro di fondi pubblici ogni anno a Poste italiane per sviluppare software e tecnologie per la digitalizzazione della pubblica amministrazione del Belpaese. È questa, in sintesi, la proposta messa nero su bianco nell’articolo 29 nella bozza del decreto crescita, che dalla Camera passa ora all’esame del Senato. Il voto finale, secondo quanto riferisce l’agenzia stampa Ansa, è previsto per giovedì 27 giugno.

L’emendamento, ispirato dalla Lega, secondo quanto ha potuto appurare Wired, punta ad assegnare al gruppo postale la fornitura di programmi e di piattaforme tecnologiche per “assicurare lo sviluppo dei servizi digitali delle pubbliche amministrazioni”, come si legge sulla bozza di legge.

Contratto con il governo

Stando al disegno dell’emendamento dell’articolo 29, dedicato alla digitalizzazione dell’Italia, Poste sarà incaricata, attraverso “uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri”, di occuparsi della digitalizzazione di alcuni servizi pubblici. L’obiettivo, si legge nel comma 9-bis dell’articolo 29, è garantire “maggiore efficienza, tempestività e uniformità di erogazione su tutto il territorio nazionale”. L’accordo vale tanto quanto l’affidamento del servizio postale universale (l’attuale dura 15 anni, fino al 2026).

Palazzo Chigi stabilirà gli utenti che potranno accedere ai servizi di Poste, gli standard e le modalità dell’offerta e, soprattutto, il cachet riconosciuto dallo Stato per queste prestazioni, pescando dai “dividendi delle società partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze”. Tetto massimo: 15 milioni di euro all’anno, accantonati dal prossimo luglio. Salvo prevedere altre “modalità di remunerazione dell’attività prestata ove lo stanziamento a valere sul citato fondo non sia sufficiente a remunerare il servizio effettivamente prestato”.

Se i 15 milioni non dovessero bastare, insomma, ci saranno altri canali di compensazione. Le risorse saranno dirottate dal fondo nazionale per il venture capital, “fortemente voluto dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio”, ha scritto Carmine Fotina sul Sole 24 Ore, la cui quota sui dividendi passa dal 15% al 10%.

L’azienda dovrà firmare delle convenzioni con le amministrazioni dello Stato che vogliono usufruire di software e piattaforme. E anche le articolazioni locali (come Comuni e Regioni, per esempio) potranno siglare un contratto. In aggiunta, Poste potrà fornire servizi in più rispetto all’intesa con il governo, ma questi saranno a pagamento e a carico degli utenti.

Manina leghista

Fonti consultate da Wired in Parlamento confermano che la proposta arriva da uno dei partiti azionisti di governo, la Lega. Lo riporta anche il blog Comma Uno, che si occupa di affari parlamentari.

Primo firmatario dell’emendamento, corretto in commissione, è il deputato leghista Giuseppe Bellachioma, molto vicino al segretario e vicepremier Matteo Salvini, tanto da essere il fondatore e numero uno della Lega per Salvini premier nella sua regione, l’Abruzzo (dove era già coordinatore del Carroccio).

La candidatura di Poste, secondo quanto risulta a Wired, è stata scritta dai deputati leghisti d’accordo con il ministero responsabile della partita, quello per la Semplificazione e la pubblica amministrazione. La cui poltrona è occupata da un ministro del Carroccio, Giulia Bongiorno.

Nello specifico l’obiettivo è centralizzare alcuni servizi digitali. A cominciare da quelli sull’identità, come Spid, benché si sia preferita una formula più generica. Un emendamento simile, ma focalizzato esplicitamente e solo su Spid, era stato presentato dal Movimento 5 Stelle, ma è stato giudicato inammissibile.

L’identità al centro

Poste, partecipata al 29,6% dal ministero dell’Economia e al 35% da Cassa depositi e prestiti, gestisce già un ampio numero di Spid, confermano fonti della Lega a Wired, e la manovra le affiderebbe il compito al 100% (benché l’emendamento sia generico), eliminando gli intermediari privati e pubblici che oggi si occupano di rilasciare l’identità digitale online. Il sistema passerebbe sotto il controllo di Palazzo Chigi, che delegherebbe alla società guidata dall’amministratore delegato Matteo Del Fante la parte tecnica.

Su Forum Italia, spazio di confronto sui temi della pubblica amministrazione digitale, alcuni utenti salutano l’emendamento come un’auspicata centralizzazione e per altri l’intervento di Poste potrebbe rendere sostenibile un servizio che oggi costa agli intermediari privati più di quanto renda, peraltro assicurando un materasso pubblico per assorbire le perdite.

Poste è un gruppo da 10 miliardi circa di produzione annua (nel 2018 ha chiuso con ricavi per 10,8 miliardi) e un utile di circa 1,399 miliardi, il doppio rispetto al 2017. Wired ha chiesto un commento all’azienda sull’emendamento, ma il gruppo, al momento, è in attesa degli sviluppi al Senato.

Identità digitale

Secondo gli ultimi dati sull’andamento della digitalizzazione dei documenti di identità, raccolti dalla società Forum Pa interpellando il Team per la trasformazione digitale (il gruppo di lavoro istituito presso la Presidenza del consiglio), in Italia circolano 9 milioni di carte di identità elettroniche e sono stati attivati 4 milioni di profili Spid, che in prospettiva, in futuro, dovrà sostituire altri metodi di autenticazione sui siti pubblici.

Al momento, secondo dati del Team digitale, meno di un quarto dei profili Spid sono legati a piattaforme che accettano soltanto quello strumento di login.

Il Team digitale non è responsabile di Spid, che è un progetto figlio dell’altra storica agenzia per la digitalizzazione del Paese, l’Agid, capitanata da Teresa Alvaro (una delle prime nomine targate Buongiorno). Mentre è responsabile del programma Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e Pagopa (sistemi di pagamento). Siccome l’emendamento non limita i confini dell’operato di Poste, occorrerà capire quanto Palazzo Chigi voglia tenere separate le attività e quanti compiti delegherà all’operatore postale.

La carta vacanze

Nel caso del turismo, per esempio, lo stesso articolo 29 lancia un programma di ecommerce di cibo e artigianato made in Italy e il varo di un carta acquisti per fare acquisti in negozi di un circuito convenzionato, per viaggiare lungo la Penisola e accedere a monumenti e parchi divertimento.

Il compito è affidato all’Enit, l’agenzia nazionale del turismo. Al cui vertice da maggio è arrivato Giorgio Palmucci, ex numero uno di Confindustria alberghi e vicepresidente di Federturismo. Nonché conoscenza di lunga data, dai tempi in cui lavoravano insieme a Club Med, di Gian Marco Centinaio, attuale ministro delle Politiche agricole e del turismo, che l’ha voluto al timone dell’Enit.

Fonte : Wired