Caporalato, furbetti del reddito e “nero”: il lato oscuro del lavoro

Dai braccianti pagati una manciata di euro per lavorare ore e ore sotto il sole, agli operai in nero imprigionati in locali angusti, passando per i furbetti del reddito di cittadinanza che percepiscono il sussidio contro la povertà e illecitamente svolgono un’attività lavorativa. La carenza di lavoro in Italia è uno dei problemi fondamentali che caratterizzano questo periodo di crisi, ma il mondo dell’occupazione nasconde tra le sue sfaccettature anche drammi quotidiani e attività illecite, come il fenomeno del caporalato, che non fanno altro che acuire questa situazione di torpore e disagio occupazionale.

Ma quanti casi ci sono in Italia? Quali sono i fenomeni più diffusi? Dal 2017 ad oggi i casi di caporalato sono aumentati del 260%, con ben 756 persone che negli ultimi due anni sono state deferite all’Autorità Giudiziaria, di cui be 164 sono finite in manette. A questi numeri vanno aggiunti le oltre 28mila aziende controllate, le 5mila denunce in materia di sicurezza sul lavoro e i 30 milioni di euro recuperati dalle evasioni contributive. Questi sono soltanto alcuni dei dati, che però fanno percepire l’entità del problema sul territorio nazionale, presentati dalla task force dei Carabinieri delle Unità Specializzate e delle Stazioni territoriali in una conferenza stampa tenutasi presso la caserma “Salvo D’Acquisto” a Roma.

Caporalato, lavoro nero e furbetti del reddito di cittadinanza

Nel mostrare i risultati ottenuti dall’Arma, il generale Adelmo Lusi del Comando Tutela Salute, ha spiegato come il ‘lavoro di squadra’ sia uno dei fattori alla base di questi successi: “La legge 199 del 2016 ci ha dato maggiore supporto e possibilità operativa, ma la grande idea è stata quella di unire le forze e predisporre una pianificazione che coinvolgesse i reparti di Tutela Salute e Tutela Lavoro,  in modo da effettuare dei controlli più completi, aiutati anche dalle informazioni che arrivano dai reparti territoriali, che io chiamo ‘i nostri occhi e le nostre orecchie’”.

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Un connubio di forze e competenze che, soltanto in merito al fenomeno del caporalato, ha contato 768 aziende della filiera agro-alimentare controllate, in cui sono stati evidenziati 357 esiti non conformi, da cui sono derivati 57 arresti e sequestri, sia di alimenti che di aziende. Ma quali sono i comportamenti illeciti più diffusi? A rispondere è stato sempre il generale Lusi: “Le criticità più diffuse riguardano i locali con alimenti senza notifica di attività sanitaria, le cosiddette mense abusive, i prodotti non tracciati e quindi di dubbia provenienza, gli allevamenti con animali senza marchi auricolari, i mangimi tenuti in località insalubri, spesso tra escrementi e muffe e infine, per gli alberghi, il personale alloggiato senza alcuna segnalazione alle autorità competenti”. 

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I numeri generali diventano ancor più mastodontici: su 28.707 aziende finite sotto la lente d’ingrandimento dell’Arma, le irregolarità complessive rilevate sono state 21.306, mentre su 96.398 lavoratori controllai, 16.909 sono risultati in nero e 15.340 irregolari: facendo un rapido conto, uno su tre svolge illegalmente un’attività lavorativa. Della totalità delle segnalazioni, le metà riguarda casi di violazioni in materia di sicurezza del lavoro, poi vengono le truffe, le irregolarità in materia di immigrazione legate al lavoro e, appunto, il caporalato. Singolare il dato sulle truffe: nel 2018 sono stati di maggior numero (85 con 1.627 persone denunciate) e per un valore di oltre 9 milioni di euro. Nel 2019 invece il numero di truffe e denunciati e diminuito (71 e 824) ma l’importo è lievitato sopra i 22 milioni di euro. 

Un capitolo a parte meritano i cosiddetti “furbetti” del reddito di cittadinanza, ossia quelle persone che dichiarano di essere disoccupate per percepire il sussidio dello Stato contro la povertà, ma invece svolgono in maniera irregolare un’attività lavorativa, così da percepire sia uno stipendio in nero che il sostegno economico nella Rdc Card. Dal cameriere in nero al pizzaiolo, passando per lo spacciatore e il proprietario di un albergo: sono decine i casi di cui abbiamo parlato sulle pagine di Today, episodi avvenuti da Nord a Sud, su tutto il territorio nazionale. Secondo i dati dei Carabinieri, da maggio ad oggi sono 84 le persone denunciate all’Autorità Giudiziaria per aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza, tra chi è stato “colto” sul fatto mentre svolgeva lavoro nero e chi invece, dopo essere stato sottoposto a controlli sul nucleo familiare, si è rivelato essere un percettore del reddito nonostante fosse stato ottenuto anche da un altro familiare convivente. 

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Caporalato e lavoro nero, da dove arrivano i lavoratori sfruttati

Soprattutto stranieri, ma anche tanti italiani, in aumento rispetto al 2018. La provenienza dei lavoratori sfruttati scoperti in Italia dall’Arma è molto varia: spiccano Pakistan e Romania, ma al terzo posto con 239 lavoratori sottoposti a sfruttamento troviamo proprio l’Italia. Un numero che lascia sorpresi, ma fino ad un certo punto, considerando anche il recente caso scoperto a Melito di Napoli, in cui un imprenditore teneva in nero oltre 40 operai, tutti rigorosamente italiani. Ma chi giunge in Italia in cerca di lavoro e si trova “prigioniero” in condizioni disumane arriva da ogni angolo del globo: dalla Cina, dal Marocco, ma anche India, Senegal ed Europa dell’Est.

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Ma quali sono le principali irregolarità riscontrate? In 263 casi le retribuzioni “da fame”, in 239 le condizioni di igiene e di sicurezza precarie e in 218 orari di lavoro massacranti e senza riposo. Tutte condizioni già terribili, a cui vanno aggiunte aggravanti come le violenze o le minacce, l’esposizione a pericoli e addirittura il reclutamento di minorenni.

Caporalato e lavoro nero, distribuzione geografica e settori

Ma esistono delle zone particolari o dei settori lavorativi in cui questi fenomeni illeciti sono maggiormente presenti? Ne ha parlato Gerardo Iorio, generale dei Carabinieri del Comando Tutela Lavoro: “Osservando i dati abbiamo notato una grande concentrazioni di irregolarità soprattutto nel Sud Italia, in cui si condensano quasi la metà dei casi. Truffe agli enti assistenziali o percettori di reddito di cittadinanza con lavoro nero sono episodi frequenti, anche se  il settore in cui abbiamo riscontrato più criticità è senza dubbio quello agricolo”. 

In effetti, osservando i dati dell’Arma, spicca come il 47,5% dei casi sia stato nel Sud Italia, il 21% nelle regioni centrali e 19% e 12,5% rispettivamente per Nord Ovest e Nord Est. Passando ai settori economici, anche qui l’evidenza è schiacciante: il 51% degli episodi di sfruttamento avviene nel mondo dell’agricoltura, seguita dal terziario con il 28% e dall’industria con il 19%.

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Caporalato e lavoro nero, cosa fa il Governo?

Alla conferenza stampa avvenuta a Roma era presente anche il sottosegretario al ministero del Lavoro Francesca Puglisi, che ha parlato dei piani dell’esecutivo per debellare questi fenomeni illeciti: “Con il ministro Nunzia Catalfo abbiamo avviato un tavolo dedicato alla sicurezza dei posti di lavoro e al contrasto a caporalato e lavoro nero. Secondo i ministeri della Salute e del Lavoro, il decreto 81 che stabilisce le norme di sicurezza necessita di una implementazione, mentre vanno attuati tutti i decreti mancanti e c’è bisogno di un nuovo modello di governance che permetta a tutti gli attori in campo di realizzare azioni sinergiche ed efficaci come quelle messe in atto dall’Arma”.

Alla caserma “Salvo D’Acquisto” a Roma era presente anche il ministro della Salute Roberto Speranza, che ha commentato i dati menzionando dall’articolo 1 della Costituzione italiana: “La posta in gioco è alta e bisogna rispettare il famoso articolo 1 che, come confermano i dati, in molti casi viene negato. Caporalato, lavoro nero e sfruttamento, sono tutti casi di violazioni all’articolo 1”.

“Intorno a questa sfida – ha concluso Speranza – che deve diventare un punto fondamentale dell’agenda di governo, c’è anche l’obiettivo di migliorare sempre. La legge 199 del 2016 ha creato le condizioni per intervenire, ma la norma non è mai sufficiente, serve l’impegno e la dedizione. Abbiamo individuato la strada giusta, adesso dobbiamo insistere e investire in nuove risorse e nuove capacità di intervento”. 

Fonte : Today