“Nostro figlio ucciso da Hamas, vi spiego perché dal 7 ottobre tutto è cambiato”

Omri Ram avrebbe compiuto 29 anni l’8 aprile, ma il suo sorriso non potrà brillare in una foto ricordo di compleanno insieme ai suoi genitori o ai suoi amici. Omri è uno delle 364 vittime israeliane assassinate durante il Nova Festival che si svolgeva a circa cinque chilometri dal confine tra Gaza e il sud di Israele, quando esattamente sei mesi fa, il 7 ottobre 2023, i militanti di Hamas hanno sfondato il muro di separazione e hanno inseguito, massacrato, violentato, mutilato, ucciso e rapito i partecipanti all’evento. Come tanti giovani morti all’appuntamento musicale, Omri era lì per ballare, divertirsi e sorridere. 

L’ultima chiamata di Omri ai genitori

Quando i militanti di Hamas hanno fatto irruzione al festival musicale, Omri e sui due migliori amici di infanzia, Tzur e Aviad, erano spaesati e confusi: non erano affatto consapevoli di quanto stava accadendo. Il 29enne ha afferrato il suo telefonino e chiamato i suoi genitori, Menashe e Merav, che, nel frattempo, si erano nascosti in un rifugio nella loro abitazione in una cittadina distante qualche decina di chilometri da Tel Aviv. “Erano le 6:30, ci siamo svegliati quando hanno iniziato a suonare le sirene di allarme anti missili e in quel momento abbiamo ricevuto la prima chiamata da Omri, nella quale riferiva dei razzi in arrivo da Gaza. Ci ha tranquillizzato sul fatto che avrebbe trovato il modo per tornare a casa”, raccontano a Today.it Menashe e Merav, i genitori del ragazzo.

Omri Ram e sua madre Merav (Foto Menashe Ram, via KH)

Anche Menashe e Marav, che avevano trovato riparo nel rifugio, non avevano contezza di quello che stava succedendo a qualche chilometro di distanza dalla Striscia di Gaza. “Abbiamo ricevuto una seconda chiamata da nostro figlio alle 7:30, dove ci ha detto che stava soccorrendo diverse persone ferite e aiutando chi era in stato di shock”, ricorda il padre Menashe, precisando che il 29enne non aveva ancora chiara la situazione. Poi la terza telefonata, alle ore 8:30, l’ultima che Omri ha fatto ai genitori prima di essere ucciso dai miliziani di Hamas. “Ci ha chiesto indicazione su come allontanarsi con l’auto dal luogo del massacro evitando i blocchi stradali dovuti all’incursione dei terroristi a Sderot. Gli abbiamo consigliato di dirigersi a sud, senza però comprendere della minaccia rappresentata dai miliziani”, precisa il padre.

Poi la perdita di comunicazioni, per un blocco momentaneo del segnale. Menashe e Marav hanno così creato un gruppo su Whatsapp, aggiungendo anche i due amici di Omri e i loro genitori, per mantenere attive le comunicazioni e sapere che i tre ragazzi avevano trovato rifugio nel bosco. “Alle ore 10:30 ho mandato un messaggio a Omri per capire meglio la situazione – racconta il padre – ma non ho ricevuto risposta”. I messaggi inviati al 29enne e ai suoi amici non hanno mostrato più la spunta blu di lettura, segno che i giovani non erano più in grado di leggerli.

L’ultimo saluto dei genitori

Quelle successive sono state ore di angoscia per i genitori di Omri, che hanno saputo della morte del figlio grazie al coraggio di un membro della loro comunità. “Questo amico, un padre di famiglia e con addestramento militare alle spalle, ha deciso di andare personalmente nell’area dove si sono nascosti i ragazzi durante l’assalto”, racconta il padre del 29enne.

Verso le 15:30, l’uomo ha raggiunto il luogo – che era stato condiviso via Whatsapp dai giovani ai loro genitori prima della loro morte -, trovandosi davanti a uno scenario di puro terrore. “È stato lui che ha portato i corpi dei nostri figli a casa – precisa Menashe – concedendoci la possibilità di salutarli per l’ultima volta lo stesso giorno della loro morte”. Possibilità che hanno avuto pochi genitori e parenti delle vittime del massacro del Nova Festival.

“Abbiamo per questo deciso di far prelevare lo sperma di Omri e di congelarlo, per avere la possibilità di mantenere in vita una parte di lui”, confessa il padre del ragazzo, che non nasconde il desiderio di vedere nuovamente il sorriso luminoso e la goffaggine di un ragazzo sportivo e altruista. Un ragazzo che voleva cambiare il mondo grazie alla sua passione e competenza nella gestione delle criptovalute. 

Omri Ram e suo padre Menashe

Il significato del 7 ottobre

“Non è mai successa un brutalità del genere nella società moderna”, risponde Menashe alla domanda su quale sia il significato che lui associa al 7 ottobre, sottolineando la necessità di far conoscere al mondo intero e alle generazioni future le atrocità commesse dai miliziani di Hamas. Anche attraverso le foto e le immagini che, seppur difficili da osservare, rappresentano una cesura con il passato.

“Ci siamo svegliati da quel giorno. La vita è cambiata e nulla sarà più come prima – chiosa Marav -. Personalmente mi sono dovuta ricredere sull’idea che avevo sull’educazione e sulla vita dei palestinesi”, afferma la madre della vittima del Nova Festival.

“Se cresci un bambino con il sentimento dell’odio, non può altro che esprimere odio”, sostiene invece Menashe, riferendosi ai palestinesi della Striscia di Gaza. Qui, però, in sei mesi di conflitto oltre 33mila persone sono state uccise, di cui circa oltre 13mila sono bambini morti sotto le bombe israeliane, oppure per malnutrizione e disidratazione a causa degli scarsi aiuti umanitari che faticano ad arrivare nell’enclave (dati del ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas). “In Israele, credo che si sia persa l’idea di vivere in pace con i palestinesi”, afferma Menashe. 

Dolore e resilienza 

C’è poi chi deve fare i conti con emozioni difficili da gestire, soprattutto per chi quegli orrori li ha visti con i propri occhi. Vergogna, senso di colpa e paura sono i sentimenti più diffusi. La maggior parte dei sopravvissuti al massacro del Nova Festival ha vent’anni ed è costretto a gestire un dolore enorme.

Un dolore che richiede una vita intera per essere processato. Da qui il contributo e il sostegno del Fondo per le vittime del terrorismo, istituito nel 2002 dall’Agenzia Ebraica e finanziato da Keren Hayesod (Kh), la principale organizzazione di raccolta fondi dello Stato di Israele, che la tutela con un particolare status legale.

I genitori di Omri, come molti familiari dei ragazzi del Nova Festival, seguono trattamenti psicologici di gruppo. Gli incontri, che inizialmente si tenevano con cadenza settimanale, proseguono oggi con frequenza bisettimanale, in diversi centri in Israele finanziati da Keren Hayesod. “Per superare il dolore della perdita di nostro figlio, ci facciamo entrambi sostenere psicologicamente da professionisti, in un percorso lungo e difficile. Condividiamo le nostre emozioni con altri parenti di vittime del 7 ottobre – racconta Menashe -. Condivisione che porta a sentirci meno soli”. Nella speranza di affrontare i giorni a venire con un radioso sorriso. Lo stesso che illuminava il volto di Omri. 

Fonte : Today