“Il saluto romano è reato solo se c’è un pericolo per l’ordine pubblico”

È reato o no? E se sì, quando? Il saluto romano “rientra nel perimetro punitivo della legge Mancino quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico”. È quanto sostiene il procuratore generale di Cassazione Pietro Gaeta, nel corso di un intervento tenuto oggi davanti alle sezioni unite della suprema corte. Il magistrato ha chiesto di confermare la sentenza della corte d’appello di Milano che ha condannato alcuni esponenti di un movimento di estrema destra, autori del saluto fascista durante una commemorazione.

Il caso milanese, in particolare, ruota attorno a una cerimonia commemorativa organizzata in città nel 2016 in memoria di Sergio Ramelli, uno studente di 19 anni e militante del Fronte della gioventù ucciso nel 1975 in seguito all’aggressione da parte di un gruppo appartenente ad Avanguardia operaia. Da lì è scaturito un processo a carico di otto persone che risposero al grido “presente” con il saluto romano. Le sezioni unite della Cassazione sono state chiamate ad affrontare la questione dopo che la prima sezione penale ha trasmesso gli atti, nel settembre 2023, per sciogliere un nodo interpretativo proprio sul saluto romano. I partecipanti sono stati assolti in primo grado e condannati in secondo grado: da qui la decisione di arrivare in Cassazione.

Quando il saluto romano è reato?

Nel pomeriggio di oggi, dopo la requisitoria del procuratore, le sezioni unite penali della Cassazione, chiamate a dirimere la questione, potrebbero pronunciare la sentenza: sarebbe una risposta forse definitiva sulla faccenda. Nella valutazione della Cassazione c’è in ballo l’eventuale violazione di due leggi: la legge Mancino e la legge Scelba. La prima, introdotta nel 1993 durante il governo Ciampi, prende il nome dell’allora ministro dell’Interno che ne fu proponente, Nicola Mancino: sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan che incitano all’odio, alla violenza e alla discriminazione, per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La seconda, invece, ha introdotto nel 1952 il reato di apologia del fascismo, quell’insieme di azioni e comportamenti diretti alla ricostituzione del partito fascista.

“Acca Larentia è una cosa diversa”

L’annosa questione è riesplosa di nuovo nei giorni scorsi, dopo la contestata manifestazione in ricordo della strage di Acca Larentia, a Roma. Il rappresentante della procura generale della suprema corte ha sottolineato però che il caso di Acca Larentia, “con 5mila persone, è una cosa diversa rispetto a quattro nostalgici che si vedono davanti a una lapide di un cimitero di provincia e uno di loro alza il braccio. Bisogna distinguere la finalità commemorativa con il potenziale pericolo per l’ordine pubblico”.

“La nostra democrazia giudiziaria è forte e sa distinguere”, ha aggiunto il procuratore generale Gaeta. “È ovvio che il saluto fascista sia un’offesa alla sensibilità individuale”, ma diventa reato “quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico. Non possiamo avere sentenze a macchia di leopardo in cui lo stesso gruppo viene assolto da un tribunale e condannato da un altro”.

In altre parole, come ha spiegato oggi il pg della Cassazione, bisogna distinguere tra le semplici “commemorazioni di quattro nostalgici davanti a qualche tomba” e le manifestazioni incendiarie che costituiscono un pericolo per l’ordine pubblico. Ma il fatto può essere considerato reato a prescindere dalla volontà di ricostituire il partito fascista. Fino ad oggi, le sentenze della stessa Cassazione sono state contrastanti, perché il confine tra reato o “azione lecita” è molto sottile e diventa fondamentale l’analisi del contesto: in alcuni casi hanno portato all’assoluzione e in altri alla condanna degli imputati. Quando in passato il saluto romano è stato valutato collegandolo solo all’applicazione della legge Scelba, è sempre arrivata un’assoluzione: è difficile dimostrare che il braccio teso, di per sé, porti alla ricostituzione del partito fascista.

Fonte : Today