La saga di Fast And Furious fra derapate, risse, sociologia e millennials

Nell’ormai lontano 2001 arrivava nelle sale Fast and Furious, primo capitolo di una saga che nel corso degli anni successivi ha saputo cambiare del tutto pelle, riuscendo anche a ottenere il tacito assenso della critica soprattutto nell’ultimo periodo.
Con il quinto capitolo della saga, diretto da Justin Li, l’intero franchise ha deciso di virare sempre di più verso il genere action, proponendo allo spettatore, film dopo film, sequenze al cardiopalma sempre più spettacolari.
La rissa a mani nude tra Dominic Toretto (il protagonista interpretato da Vin Diesel) e l’agente Luke Hobbs (interpretato da The Rock) rappresenta se vogliamo l’essenza stessa dell’evoluzione della saga, sempre più simile come struttura agli ultimi capitoli di Mission Impossible.
Ma prima di addentrarci nell’analisi della scena, è bene inquadrare al meglio il periodo storico in cui la saga ha fatto il boom, provando anche ad analizzare, con una sana dose d’ironia, il target di pubblico principale a cui i film sono stati rivolti: i millennials.

La mitizzazione della cultura “tamarra”

Nel corso di tutti gli anni 2000, la saga di Fast and Furious è stata, per le persone che a quell’età si ritrovavano alle medie o al liceo, un vero e proprio metro di paragone per la propria indole caratteriale, dove al livello massimo – cioè il livello ultra cool – vi era l’atteggiarsi come Dominic Toretto in Fast and Furious, mentre al livello minimo – cioè il livello non sei cool neanche un po’ – vi era il ripudiare in tutto e per tutto quel modo di porsi un po’ da bullo, da spaccone e, in definitiva, da coatto (ma che alle ragazzine dell’epoca piaceva tanto).
Per quanto non sia mai un’ottima mossa generalizzare (in qualsiasi momento e in qualsiasi contesto), in questo caso è in realtà l’unica mossa possibile, dato che per tutti gli anni 2000, per moltissimi adolescenti, Dominic Toretto è stato davvero il modello di vita a cui ambire senza se e senza ma.
Per numerosi anni, abbiamo infatti assistito a una vera e propria apologia del “tamarro”, dello “zarro” o che dir si voglia; una mitizzazione fatta e finita dell’agire sì sopra le regole – comportandosi talvolta anche male – ma con tanto tanto stile.

Ed è proprio all’interno di questo nascente trend sociologico/antropologico che i primi Fast and Furious si sono inseriti, supportati da una serie di videogiochi che proprio ai film si sono ispirati, tra cui gli ormai celeberrimi Need for Speed Underground 2 e Need for Speed Most Wanted.
La saga di Fast and Furious, almeno per quanto riguarda l’Italia, può essere considerata quindi come uno dei maggiori catalizzatori sociali per i giovani vissuti negli anni 2000, capace, con una semplice visione, di far capire allo spettatore la propria personalità in maniera cristallina, senza possibilità di replica alcuna.

Il mondo giovanile dell’epoca si è così diviso in chi amava alla follia i film della saga (molto spesso vicini alla cosiddetta cultura “tamarra” e quindi cool) e chi invece li odiava visceralmente (cioè tutti gli altri, sicuramente molto molto meno cool rispetto ai membri dell’altra fazione).
Inevitabilmente si è creata così una lotta senza quartiere tra due classi sociali ben distinte, senza però che nessuna delle due primeggiasse mai davvero sull’altra.
La “cultura zarra” ha continuato a colpire duro attraverso tutta una serie di modelli lanciati anche dalla tv generalista, prima che i nerd prendessero il sopravvento su tutto e tutti.
Di colpo, per una serie di innumerevoli fattori, tra cui la crescita esponenziale di social network come Facebook , Youtube, l’avvento degli iPhone, tutte quelle persone che per cinquant’anni erano state costrette dalla collettività a tenere segrete le loro passioni viscerali per la principessa Leila o per le statuine in edizione limitata di Jeeg Robot D’acciaio hanno trovato finalmente il loro spazio.

Tutti i cosiddetti “nerd” che non potevano parlare liberamente a scuola o al lavoro delle loro passioni (e sì, nel 2007 dire ad alta voce di leggere fumetti o giocare ai videogiochi era una cosa abbastanza weird), hanno finalmente trovato il modo di urlare alla collettività quanto l’intera cultura nerd fosse in realtà meravigliosa e perfetta.

Certo le vittime si sono in realtà rivelate dei brutali carnefici, spietati e intransigenti, ben peggiori dei loro presunti aguzzini, elevando all’ennesima potenza tutto ciò che non andava nella cultura tamarra – tra cui l’ostentazione forzata di un certo modo di apparire – trascinando il mondo in un’epoca ancora più “buia”, ma questa è un’altra storia.

Botte da orbi

Ancora una volta, così come in passato, la saga di Fast and Furious è però riuscita a intercettare il cambiamento sociale in atto, riuscendo a cavalcare l’onda in maniera impeccabile, grazie a un’inversione di marcia improvvisa capace di cancellare rapidamente il proprio passato per virare sul genere action, fino ad arrivare a percorrere quasi la strada dei blockbuster di stampo supereroistico – in cui i palazzi che crollano e le esplosioni senza quartiere sono la normalità.
Questa vera e propria epifania è stata raggiunta per la prima volta nel quinto capitolo (seppur già nel quarto in realtà siano comparse le avvisaglie del mutamento genetico della saga).
Lo scontro tra Vin Diesel e The Rock non è quindi da intendersi come una semplice rissa a mani nude tra due energumeni, quanto invece una vera e propria lotta di classe tra due fazioni distinte, che in quel preciso momento storico sono diventate parte integrante di un disegno più grande e complesso.

I due personaggi non si risparmiano minimamente durante la lotta, cercando di arrecare quanti più danni possibili al proprio avversario; l’ambiente circostante viene letteralmente disintegrato al passaggio dei due, che non sembrano avvertire la fatica nonostante le vetrate – e le pareti – che puntualmente sfondano con il proprio corpo come se fosse la cosa più normale del mondo, in un susseguirsi di prese, mosse e contromosse da far invidia a un qualsiasi action di stampo orientale.
In questa sequenza non c’è spazio per i dialoghi; il silenzio è infatti interrotto solo dai suoni sordi dei pugni e delle gomitate che impattano brutalmente sulla faccia dell’altro.

Il vero miracolo compiuto da questa spettacolare sequenza di lotta (e dell’intero quinto film) è quello di essere riuscito ad annullare tutte le differenze e i pregiudizi tra “le due culture opposte”, elevando un film pensato per uno specifico target di pubblico a qualcosa di più: un prodotto pensato per tutti.
Lo stesso concetto di famiglia, fondamentale per Toretto, è diventato una colonna portante del brand, in cui ogni membro del cast ha saputo ritagliarsi un suo preciso spazio all’interno della saga, dando davvero l’idea di un enorme gruppo di amici/fratelli che a distanza di tempo si ritrovano per passare del tempo insieme in allegria.

Ed è così che, per quanto Vin Diesel sia sempre stato visto da varie persone un po’ come il coatto con cui non si poteva dialogare per interessi dissimili dai propri (a patto di non averlo visto in Pitch Black), alla fine è diventato il migliore amico di chiunque, capace di trasportarci – seppur sempre con il suo inconfondibile atteggiamento da sbruffone – verso mondi lontani dove tutti, ma proprio tutti, possiamo finalmente sentirci a casa.

Fonte : Everyeye