Thailandia, cresce pressione su premier Vejjajiva dopo scontri
La scontro fra governo e oppositori non è solo una lotta fra ricchi e poveri, ma riguarda due visioni diverse della società.

di Redazione 14/04/2010 07:41
Il primo ministro thailandese Abhisit Vejjajiva è sottoposto a pressioni crescenti affinché risolva la stuazione di stallo con i manifestanti, dopo che la Commissione elettorale ha raccomandato che il suo partito venga sciolto. Abhisit, giunto al potere nel dicembre 2008, quando l'esercito patrocinò un accordo in Parlamento attorno al suo nome, potrebbe doversi dimettere se i giudici, sulla base delle conclusioni della commissione elettorale, dovessero ritenere il suo partito responsabile di ireggolarità nel finanziamento. A isolare ulteriormente il premier, la posizione presa ieri dal capo dell'esercito, che in una conferenza stampa congiunta col vice primo ministro ha detto che le elezioni anticipate potrebbero consentire di superare l'impasse. Quella del potente capo delle forze armate è la prima dichiarazione ufficiale dopo che sabato scorso le forze di sicurezza non sono riuscite a cacciare i dimostranti dalla loro base nel centro di Bangkok, negli scontri che hanno provocato la morte di 21 persone e il ferimento di oltre 800.
Il partito di opposizione
United Front for Democracy against Dictatorship (UDD) ha respinto l’offerta del governo di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni entro sei mesi. I leader delle “camicie rosse” – sostenitori dell’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra – spiegano di non avere “altre iniziative” in programma per i prossimi giorni, ma intendono presidiare le zone della capitale sotto il loro controllo. Le rivendicazioni dell’opposizione trovano una sponda nell’esercito. Ieri il generale Anupong Paojinda, comandante delle forze armate, ha affermato che la sola soluzione per uscire dalla crisi è “lo scioglimento del Parlamento”. Egli esclude l’uso della forza dei militari, ma chiede risposte “politiche” alla classe dirigente.
Una fonte di AsiaNews, esperta di politica, sottolinea che “oggi siamo di fronte a due modi diversi di pensare la società thai”. Alla lotta delle “camicie rosse” si sono uniti anche intellettuali, neo-laureati e professionisti “che sostengono la loro causa”. “Siamo davanti a una rivoluzione sociale – aggiunge la fonte a Bangkok, che chiede l’anonimato – i cui risultati non sono immaginabili. L’elemento chiave, oltre all’economia, ruota attorno al ‘sistema socio-politico’ attuale e ai cambiamenti futuri, anche se nessuno ne parla in maniera esplicita perché tocca nel profondo la cultura e le tradizioni thai”.
In passato sono emerse voci secondo cui la cacciata di Thaksin era legata al tentativo di mettere mano alla Costituzione e, in seconda battuta, avviare un lento passaggio dalla monarchia alla repubblica. La figura del re Bhumibol – seppur anziano e malato – è molto amata e riverita nella popolazione, gode del sostegno dell’ala militare e una messa in discussione del “sistema istituzionale” del Paese è un argomento tabù.
La società thai resta comunque legata alle tradizioni buddiste, al valore della pace e non ammette spargimenti di sangue. È questo uno dei motivi che hanno spinto i militari, continua la fonte di AsiaNews, a evitare prove di forza. Un recente sondaggio rivela che il 90% della popolazione è contraria alle violenze di questi ultimi giorni. “Si andrà verso nuove elezioni – conclude la fonte – il punto è trovare una data che metta d’accordo il governo uscente e i manifestanti”.(
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