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Testata giornalistica Aut. Tribunale di Roma n.32/2006



Direttore Responsabile Christian Tipaldi

 

Immigrazione in Italia. a cura di Marco Ferrone

 

 

 

 

 
 
Uno dei fenomeni che negli ultimi tempi suscita un forte interesse a quanti con attenzione seguono la tematica della immigrazione in Italia è rappresentato dalla considerevole crescita delle imprese straniere nel nostro Paese. Nonostante la crisi economica che imperversa nel Paese, le cui cause sono legate a vari fattori, tra cui spicca in primis, l'attentato alle torre gemelli nel 2001, sembrerebbe che l'attuale fase di congiuntura economica non sorprendi più di tanto gli immigrati stranieri desiderosi di fare impresa in Italia.
Non esistono settori dove gli stranieri non hanno deciso di investire. Dal tessile alle costruzioni e dal commercio ambulante agli internet point, le nostre città pullulano di imprenditori stranieri desiderosi non solo di contribuire ad accrescere l’economia del paese, ma anche di dimostrare attraverso questa nuova veste le proprie potenzialità e la propria voglia di integrarsi nel nostro Paese.
Quanto sopra evidenzia da parte degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia un ottimismo e una propensione al risparmio, e di conseguenza una capacità a rischiare nel mercato, a cui gli italiani, in questo particolare momento storico sembrerebbero essere poco inclini. Infatti, una recente indagine condotta dal Censis per E-st@-Gruppo Delta, evidenzia quanto su esposto.
Gli immigrati è il caso di dirlo percepiscono il futuro con meno timore rispetto alla popolazione autoctona.
La ragioni socio-economiche che sottendono questo interessante fenomeno sono variegate e molteplici.Brevemente, verranno riassunte le principali teorie sociologiche che hanno permesso agli immigrati stranieri di emergere come imprenditori nei paesi occidentali.
In tutti i paesi occidentali, si assiste ad un cospicuo aumento degli immigrati stranieri intenti a svolgere lavori indipendenti e micro-imprenditoriali, in particolar modo nel campo dei servizi e nelle aree metropolitane.
Infatti nei paesi caratterizzati da economie post-fordiste instabili, orientate verso servizi, cresce non solo la richiesta di lavoro povero in posizioni subalterne, ma anche lo spazio per piccole imprese e lavoratori autonomi disposti ad entrare in attività che presentano basse soglie all'ingresso, modeste dotazioni organiche, alti rischi di insuccesso.
Le metropoli globali studiate da Sassen forniscono esempi di questa imprenditorialità povera che risponde alle esigenze di servizi personalizzati ad alta intensità di lavoro. (“Le città nell’economia globale”, Bologna, Il Mulino).
Quanto sopra spiega come attività lavorative che rappresentavano un avanzamento di status sociale per le vecchie generazioni, non sono più tali con le nuove generazioni autoctone. Infatti questi ultimi aspirino a perseguire percorsi di mobilità socile mediante l'accesso all'istruzione superiore e le carriere organizzative. Nel lavoro autonomo tende a riprodursi quella segmentazione del mercato del lavoro con cui Piore aveva spiegato l'inserimento degli stranieri nel lavoro subordinato: le attività lavorative più faticose vevivano devolute agli immigrati, per i quali rappresentava un'occasione comunque da cogliere.
Una seconda ragione legata al crescere dell'imprenditorialità etnica nel nostro Paese come del resto in altri Paesi occidentali è da ricondursi ad una forma di ripiego di inserimento economico , diffusa tra coloro i quali sono impossibilitati ad accedere a lavori dipendenti, a causa di difficoltà linguistiche, per carenza di competenze professionali oppure alle difficoltà incontrare per il riconoscimento del titolo di studio. Tale situazione viene definita da Jones and mcEvoj "rifugiati del mercato del lavoro" . Infatti per immigrati che non trovano lavoro può rappresentare il lavoro autonomo una forma di auto impiego, precario e poco redditizio, ma che comunque genera un minimo di reddito.(Jones, T.E. McEvoj, D Enterprise: the popular image, in J. Curaan,J).
Per finire una terza ragione è rappresentato dai sistemi normativi del Paesi che ospitano gli stranieri, i quali possono essere più o meno aperti al lavoro autonomo degli immigrati.
I paesi anglosassoni, proprio perchè orientati al liberismo economico hanno consentito agli stranieri contesti favorevoli alla loro possibilità di intraprendere iniziative di lavoro indipendente.
Prima della emanazione della Legge n.40/1998, meglio nota come Turco -Napolitano, l'Italia non consentiva agli stranieri ospitanti nel nostro Paese di tentare l'avventura del lavoro autonomo. Questa preclusione traeva la sua matrice per via della clausola della reciprocità. Solo con l'avvento del disposto normativo di cui sopra a cui occorre aggiungere la successiva legge n.189/2002 ,che completano l'ossatura legislativa del Dlgs n.287/199, per gli stranieri ospitanti in Italia, ha consentito agli immigrati regolari di diventare imprenditori, soci di imprese cooperative se non addirittura di società di persone e di capitali.
Un annotazione a questo punto diventa importante: l'attività autonoma è consentita agli stranieri a patto che l'esercizio di quella particolare attività non sia riservata dalla Legge nazionale ai cittadini italiani o a cittadini di uno degli stati membri dell'Unione Europea (art.26, c.1 del T.U. n.286/1998).
In merito alle preclusioni di cui sopra occorre aggiungere che l'Italia è il Paese dell'Ocse con il più alto tasso di lavoro autonomo (28% circa) sicchè costituisce un contesto favorevole alla micro-imprenditorialità. Infatti interi settori produttivi sono costituiti in grande maggioranza da piccole imprese. Per contro, la maggioranza di piccoli imprenditori italiani finisce con il diventare un cospicuo peso politico che tende a frenare l'arrivo di nuovi competitori.
Negli ultimi tre anni il numero di imprese i cui titolari sono immigrati starnieri è considerevolmente aumentato, sebbene permangono vincoli legati agli esami di abilitazione allo scopo di conseguire le necessarie licenze commerciali. Tali vincoli costituiscono una vera e propria barriera per gli stranieri desiderosi di intraprendere una attività indipendente in quanto svantaggiati dal punto di vista della difficoltà della lingua. A questo si deve aggiungere le difficoltà degli stranieri legate alla conoscenza del funzionamento del sistema creditizio italiano per attingere a prestiti.
 
 
Aspetti normativi e prassi amministrativa finalizzati al rilascio del visto di ingresso per lavoro autonomo
 
 
Sarebbe il caso di delineare a questo punto, succintamente quanto la normativa e la prassi amministrativa disciplinano in merito all’ingresso in Italia di cittadini stranieri desiderosi di intraprendere l’attività imprenditoriale nel nostro Paese.
E’l’art. 39 del Regolamento di attuazione n.394/1999, coordinato con le modifiche del Decreto del Presidente della Repubblica del 18 ottobre 2004 n.334, che delinea le modalità e i requisiti di cui deve essere in possesso lo straniero che intende intraprendere attività imprenditoriale o indipendente nel nostro paese.
A questo punto occorre una annotazione: i requisiti e le modalità di iscrizione alla Camera di Commercio risultano essere alquanto complicati, per gli stranieri residenti all’estero, tanto che molti di essi pur di venire in Italia con un visto per lavoro autonomo, sono disposti a nominare un procuratore.
Le difficoltà maggiori scaturiscono da parte degli immigrati stranieri nell’ottenere le autorizzazioni necessarie o le iscrizioni in apposito registro da richiedere alla competente autorità amministrativa.
Superato lo scoglio delle certificazioni necessarie lo straniero può inoltrare istanza presso la Questura territorialmente competente al fine di ottenere il rilascio del nulla osta provvisorio.
Con il rilascio del nulla osta provvisorio e gli altri documenti previsti dal regolamento di attuazione, devono essere presentati da parte dello straniero al consolato italiano per il rilascio del visto di ingresso. Ottenuto il visto di ingresso, lo straniero potrà raggiungere il territorio italiano ed entro otto giorni dal suo arrivo richiedere alla questura il rilascio del permesso di soggiorno.
Per un maggiore approfondimento in merito alle modalità inerenti l’ingresso in italia per cittadini stranieri con il visto per lavoro autonomo, per chi fosse interessato a questa tematica, si rimanda alla lettura del Testo Unico per l’Immigrazione n.286/1998 e dell’art. 39 del DPR n.334/2004.
Parallelamente lo Stato italiano consente anche agli stranieri regolarmente soggiornanti nel nostro Paese, in possesso del permesso di soggiorno per studio di convertire il loro permesso in permesso di soggiorno per lavoro autonomo.
In questo caso, occorre che lo straniero spedisca l’istanza a mezzo posta, durante i flussi allo Sportello Unico per l’Immigrazione, nuovo organo che si occupa del rilascio del nulla osta per l’ingresso in Italia di lavoratori stranieri per lavoro subordinato e per ricongiungimento familiare.
Naturalmente l’stanza deve entrare nell’ambito delle quote assegnate ad ogni singola sportello unico, pena l’esclusione della attestazione che consente allo straniero di entrare in possesso del permesso di soggiorno per lavoro autonomo.
Fin qui quanto la normativa italiana consente agli stranieri di intraprendere lavoro indipendente nel nostro Paese.
 
Considerazioni
 
Una analisi dettagliata in merito al crescente numero di stranieri che hanno intrapreso nel nostro paese la strada del lavoro indipendente evidenzia quanto la tematica rivesta una certa importanza non solo dal punto di vista sociale del paese, ma soprattutto per i suoi risvolti positivi in ambito economico.
Negli ultimi tre anni il numero di imprese i cui titolari sono immigrati stranieri è considerevolmente aumentato in Italia.
Infatti è proprio il Il XVII Rapporto Italia Eurispes che evidenzia un vero e proprio boom di imprese etniche nel nostro Paese.
Stando ai dati offerti dal rapporto di cui sopra balzano evidenti come in alcuni settori vi è da registrare un sensibile aumento di stranieri che assurgono ad imprenditori.
L’imprenditoria etnica è aumentata nelle costruzioni (+88%), nei trasporti (+79%), nel settore commerciale (+48%). Le imprese sono maggiormente concentrate nel Nord ovest (27.326 pari al 38% del totale) e nel Nord Est (18.419 pari al 26% del totale). Seguono il centro (con il 22%) il Sud e le Isole con il 5%. A contribuire ad un incremento considerevole di imprese etniche nel nostro Paese, una variabile interessante è stata la recente regolarizzazione degli stranieri. Infatti, nel 2003 i dati infocamere registravano circa 125.461 titolari di imprese i cui datori di lavoro sono nati all’estero. Nelle principali città italiane si ha modo di prendere atto di tale boom di imprenditori stranieri. E’ il caso della capitale dove quattro imprese su cento sono condotte da immigrati stranieri. Oppure il caso di Torino, dove nel giro di tre anni gli imprenditori immigrati sono aumentati del 45,5%. Grazie ai dati del rapporto in parola, tra i gruppi più numerosi spiccano quello marocchino (14554) seguito dai cinesi (10.199) e gli albanesi (6152). Per finire, il rapporto rivela che i gruppi etnici con più spiccata attitudine imprenditoriale sono i senegalesi e i cinesi.
Allo scopo di formulare delle ipotesi finalizzate a capire il boom degli stranieri imprenditori, si sono cimentati diversi sociologi, tra questi vale la pena di citare i due sociologi   Zucchetti e Chiesi, autori del libro dal titolo “Immigrati Imprenditori”.(Casa editrice Igea-ott. 2003).
Nel libro dei due sopracitati studiosi, viene fuori che il successo degli imprenditori stranieri è legato alle loro capacità di inserirsi sia nel tessuto socio-economico, sia nell’ambiente sociale di una città, facendo leva sulla solidarietà dei propri conterranei e nei rapporti di fiducia con la clientela autoctona. In sostanza gli studiosi dimostrano che gli imprenditori stranieri evidenziano una spiccata capacità di rimanere nel mercato sfruttando gli spazi lasciati liberi dagli operatori autoctoni. Interressante è come molti imprenditori stranieri nonostante in possesso di un’istruzione superiore, non hanno accusato problemi ad iniziare un’attività autonoma. Abbondano i casi di ingegneri stranieri che si dedicano al commercio oppure di avvocati che diventano costruttori.
L’analisi sociologica offerta dai due valenti studiosi evidenzia come gli starnieri rivelino una forte disponibilità alla flessibilità nonchè a ricoprire quegli spazi imprenditoriali che gli italiani hanno preferito snobbare.
Certo è che l’imprenditoria etnica oggi non conosce più ostacoli. Oltre ad aver preso piede un pò in tutti i campi aumenta sempre di più nelle grosse città italiane, in particolar modo nei comuni del Nord-Est come Treviso e Vicenza. A tal proposito basti pensare che nella provincia berica convivono oltre 144 nazionalità.
Dunque le imprese etniche   contribuiscono a rendere non solo vivace il mercato ma anche a contribuire alla crescita economica del nostro Paese.
Occorre ricordare che grazie al contributo delle imprese etniche nell’anno 2004, hanno evitato alle ditte italiane di registrare un saldo in negativo. In merito a questo punto per chi è interessato all’argomento conviene leggere il 39° Rapporto Censis del 2005.
 Non bisogna dimenticare che settori che rischiavano di indebolirsi maggiormente a causa della propensione degli italiani a snobbare certi lavori, sono stati "ripescati" dagli stessi immigrati. Un esempio è il settore dell'edilizia. In questo settore si registra un incremento di imprenditori stranieri, provenienti dai paesi dell'ex Jugoslavia, che nelle area del nord italia hanno visto incrementare il proprio utile e dunque partecipano al pari degli imprenditori autoctoni ad accrescere la ricchezza del paese. Ma non solo l'edilizia, settori quali i trasporti, l'abbigliamento e l'impiantistica, vedono sempre più gli immigrati stranieri indossare i panni di valenti imprenditori.
Basti pensare che aumentano sempre più cittadini italiani che lavorano alle dipendenze di imprenditori stranieri. Sembrerebbe che per molti italiani timbrare il cartellino presso una ditta in cui il titolare è uno straniero, non incuti più nessun pregiudizio, soprattutto in questi tempi assai magri per l’economia italiana. Dallo stereotipo dell'extracomunitario visto come un lavoratore dedito a lavori umili e spesso non regolarizzato dal proprio datore di lavoro, si passa all'extracomunitario sempre più desideroso di migliorare la propria posizione economica, tanto da essere egli stesso datore di lavoro, al punto da offrire lavoro agli italiani.
Quanto sopra non solo denota una particolare propensione degli immigrati a svolgere un attività di lavoro indipendente, ma evidenzia anche come nel nostro Paese sta cambiando la percezione che gli italiani hanno nei confronti degli immigrati. Se sul finire degli anni 90 due terzi della popolazione italiana nutriva sentimenti xonofobi nei confronti degli stranieri, oggi, solo un terzo della popolazione continua a nutrire diffidenza e ostilità.Questo è quanto emerge dal decimo Rapporto dell'Ismu, la Fondazione di iniziative e studi sulla multietnicità.
Sono lontani i tempi in cui lo straniero era escluso totalmente dalla comunità che lo ospitava. Difatti uno dei tratti fondamentali del diritto dell'antichità era quello di proteggere coloro che appartenevano ad una stessa comunità escludendo tutti coloro che non ne facevano parte da qualsiasi garanzia. A distanza di secoli, però, siamo arrivati ad una realtà- almeno nei paesi occidentali- in cui finalmente il mercato non ha colore. Lo dimostra il fatto che molti stranieri, giunti nel nostro Paese, dopo un inizio difficile, in cui sovente hanno dovuto fare i conti con le incomprensioni da parte della popolazione autoctona, indossando i panni della caparbietà e della determinazione hanno potuto realizzare il loro piccolo sogno: quello di diventare degli imprenditori.
 
di: Marco Ferrone
 Collaboratore Amministrativo c/o Direzione Provinciale del lavoro di Vicenza.
 
 
 





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